CASO DOLCE CASO

“Taxi! Taxi!”. Ilaria attraversò la strada con passo sicuro, brandendo lo smartphone che la isolava dal resto del mondo.
Il braccio destro arpionava un’elegante borsa Louis Vuitton di pelle marrone, lasciando sospesa a mezz’aria un’altezzosa mano esile che le conferiva l’aspetto di una nobildonna capitata per caso tra i comuni mortali.“Sì, gioia, arrivo. Prendo un taxi adesso, tra venti minuti sono lì”, tagliò corto ansimante.
Terminati gli appuntamenti della giornata con tre clienti della sua web agency, Ilaria poteva finalmente dedicarsi al tanto atteso aperitivo con Andrea.
“Non più di un’ora, però”, pensò con la testa già proiettata al termine della serata.
“Devo ancora sistemare le slide per la riunione di domani mattina prima di andare a letto”.

Immagine“Muoviti, imbecille!”. Anna riversò tutta la sua rabbia sul clacson, protendendo il dito medio all’indirizzo dell’esitante vecchietto imbacuccato che aveva appena superato sulla destra imboccando dal controviale la corsia riservata ai taxi.
Nonostante l’inquietante soprannome di battaglia “Annàtevene”, affibbiatole dai colleghi tassisti in realtà invidiosi di una donna così agguerrita al volante, Anna rivelava lontano dal caos della strada un’insospettabile vena romantica, capace di farle consumare ettolitri di lacrime sul divano davanti a una commedia di Julia Roberts e a una confezione famiglia di Plasmon affogati nella Nutella.
Ancora due ore sulla superstrada che portava all’aeroporto e sarebbe stata libera di tornare fra le mura domestiche, dove la attendevano nell’ordine Moustache, il suo ineffabile gatto d’Angora con vibrisse da Guinness, una puntata di Grey’s Anatomy e uno status criptico su Facebook dedicato alla pochezza e falsità del genere maschile.
“Ah, via Puccini: qui abitava quel bastardo che mi ha illusa per tre mesi. Perché sono passata proprio di qui?”, rifletté Anna trattenendo nonostante tutto con difficoltà una lacrima di nostalgia per quella prima, effimera cotta di gioventù.
“Chiedo solo un cliente silenzioso e una tratta lunga, poi per oggi ho finito”, mormorò fra sé e sé. Alla vista di un’esagitata al cellulare munita di borsa Luis Vuitton, che si sbracciava richiamando rumorosamente la sua attenzione, capì che non sarebbe stata accontentata.

Valentino uscì trafelato dalla porta a vetri del palazzo alzando il bavero dell’impermeabile per ripararsi dalle raffiche di vento, con un gesto sprezzante che avrebbe fatto sembrare Sherlock Holmes un pulcino spaurito.
Si era fatto convincere da un amico ad affrontare per la prima volta una serata di speed dating, una di quelle imbarazzanti esperienze dove due sconosciuti si ritrovano a un tavolo e hanno dieci minuti di tempo per esplorare la propria reciproca compatibilità.
Al contrario di quanto il nome di battesimo lasciasse intendere, Valentino era ben lontano dal cliché del seduttore maledetto e si era anzi rinchiuso in una fiera asocialità, da quando un anno prima aveva ricevuto il benservito dalla compagna a un passo dall’altare.
“OK, dovrò pur voltare pagina: mal che vada, conoscerò una demente che mi parlerà del Grande Fratello e avrò qualche buon aneddoto da raccontare”, si fece forza.

Immagine“Ma che ca…”, urlò incredulo avvicinandosi alla sua auto e notando un profondo squarcio tra cerchione e battistrada della gomma anteriore sinistra.
Ipotizzò subito fosse opera di qualche teppista ubriaco, che aveva sfogato i propri istinti bestiali con un coltello sulla prima vettura parcheggiata all’uscita del bar sotto casa.
Impossibile montare in tempo la ruota di scorta. Imprecò in composto silenzio e si guardò attorno, incrociando con lo sguardo un taxi che aveva appena imboccato la sua via.
Alzò il braccio destro con movimento quasi meccanico.

La scena durò non più di qualche secondo. Un uomo alto, rasato e distinto nel suo impeccabile completo nero, sgusciò dalla porta girevole dello Sheraton con la sua ventiquattrore e fece irruzione sul marciapiede, frapponendosi con tempismo inopportuno tra Ilaria e il suo desiderio di precipitarsi a bordo del taxi fermo a pochi metri di distanza.
Nel riporre il cellulare all’interno della borsa, la donna distolse lo sguardo dalla strada e si ritrovò a sbattere letteralmente la testa contro la schiena del gigantesco intruso, rischiando di perdere l’equilibrio e finire sull’asfalto.
“Mi perdoni, signora, non l’avevo vista”, si scusò l’uomo con un sorriso mentre Ilaria si divincolava nel tentativo di liberarsi dal blocco.
“Niente, non fa niente, non si preoccupi”, concluse frettolosamente Ilaria. “Se non le spiace, però, dovrei passare: ho il taxi lì all’angolo”.
“Ma certo, mi scusi ancora”, biascicò l’uomo imbarazzato facendosi da parte.
Appesantita e rallentata dalla borsa, Ilaria si precipitò verso la vettura, individuando con la coda dell’occhio un curioso dandy che sembrava puntare il suo stesso obiettivo.
Immagine“No, eh? Quel taxi è mio”, pensò furibonda partendo alla carica.
Troppo tardi. L’imprevisto aveva consegnato all’ometto in impermeabile avvolto in un’elegante sciarpa annodata al collo un vantaggio troppo grande da colmare.
Valentino si infilò rapido nell’abitacolo e richiuse la portiera alle sue spalle, lasciando Ilaria a inveirgli contro da qualche metro senza che lui potesse rendersi conto di essere il bersaglio dei suoi insulti.
“Cazzo”, sibilò Ilaria. “Adesso dove ne trovo un altro?”.
Richiamò dalla cronologia il numero di Andrea.
“Scusa, è successo un casino, uno mi ha fregato il taxi sotto il naso. Adesso dovrò aspettarne un altro, ma non so quanto ci vorrà. Ti chiedo un favore: possiamo cambiare locale? Non volevo fare tardi. Possiamo evitare il Batucada e trovarci allo Zenith, che è più vicino a casa mia?”, domandò speranzosa, già immaginandosi al computer fino a notte fonda.
“Dai, hanno anche la pizza. Vedrai, ti piacerà. OK, grazie tesoro. Ci vediamo lì”, rispose soddisfatta prima di riagganciare.

“Dove andiamo?”, chiese distrattamente Anna all’ultimo cliente della giornata.
“Ehm, non so l’indirizzo preciso, non pensavo di prendere un taxi. Un attimo, lo cerco online: il locale si chiama New Life, se non erro. Mi perdoni, ma sono nervoso: mi hanno appena forato una gomma della macchina”, si lamentò Valentino ancora scosso.
“Bastardi! Lo hanno fatto anche a me, due volte. La seconda li ho beccati: erano dei ragazzini idioti che bucavano le gomme in estate per noia. Gliene ho urlate dietro talmente tante che non hanno più osato avvicinarsi, da quel giorno”, concluse con l’orgoglio di chi ha assaporato a posteriori il meritato gusto della vendetta..
“Ah, se sapessi chi è stato farebbe una brutta fine. Peccato che io sia un vero signore”, esclamò compiaciuto della propria superiorità morale.
Fu quell’ultima frase a scatenare in Anna una sensazione familiare di déjà écouté, così intensa da farle correre un brivido gelido lungo la schiena e imperlarle all’istante la fronte di sudore.
La donna sbandò fino quasi a perdere il controllo e accostò accendendo il lampeggio d’emergenza con un ultimo sprazzo di lucida auto-conservazione.
“Vale! Ma sei tu?”, lo incalzò senza voltarsi con il cuore definitivamente spappolato, riconoscendo il passeggero nello specchietto retrovisore.
“Sì, perché? Ci conosciamo?”, fece lui sulla difensiva rivolgendosi dal sedile posteriore a quell’ammasso di capelli biondi e ricci che gli impediva di distinguere con chiarezza i lineamenti della donna. Alzò a sua volta gli occhi sullo specchietto e trasalì.
“Anna!”, gridò Valentino aggrappandosi al sedile del conducente e sporgendosi verso di lei dal centro del sedile. “Non ci credo! Da quando fai la tassista? Non sapevo”.
“Da una vita, direi. Ma è una vita fa che mi hai mollato, no? I conti tornano. Non ci crederai, ma quando mi sono ritrovata per caso in via Puccini ti ho proprio pensato. Quanti anni sono passati? Dodici? Tredici?”, chiese lei ricacciando nelle segrete l’emozione palpabile che quell’incontro così assurdo le aveva risvegliato in un battito di ciglia.
“Dunque, no … di più, direi almeno quindici, a occhio. Era il mio ultimo e il tuo penultimo anno di liceo, o mi sbaglio?”, azzardò lui riponendo il cellulare accanto a sé sul sedile e abbandonando definitivamente la ricerca dell’indirizzo di destinazione.
“Sì, era il tuo ultimo anno di liceo. E hai passato l’esame a pieni voti. Peccato fosse quello di immaturità. Eri imbattibile. Hai ancora l’età mentale di un bimbo di dieci anni o è accaduto il miracolo?”, lo punzecchiò lei maligna con una punta di ripicca gratuita di cui si pentì subito.
Touché. Ti concedo volentieri la stilettata, anche perché me la merito. Adesso però, dopo la frecciata, metti la freccia e ripartiamo, altrimenti blocchiamo il traffico. Ti sei fermata quasi a un incrocio, sai?”, ribatté lui con un mezzo ghigno ironico affettuoso.
“E poi sappi che sono un uomo nuovo, per giunta appena mollato dalla propria compagna dopo nove anni a un passo dall’altare. Goditi il tuo assolo di contrappasso, cara: la vita si è abbondantemente vendicata”.
“Oh, mi spiace. O meglio, mi fa piacere. Cioè, mi fa piacere incontrarti, in realtà. Oddio, non so che dire, scusa”, balbettò lei imbarazzata immettendosi nel traffico dell’ora di punta.
“Come hai detto che si chiama quel locale dove devi andare? New Life? Non lo conosco”, aggiunse Anna ricomponendosi con tono professionale.
“Oh, il locale, certo. No, non era nulla di importante, in fondo. Anzi, a che ora finisci il turno? Potremmo andare ora da qualche parte a raccontarci gli ultimi quindici anni, se ti va”.
“Beh, io avrei ancora un po’ da fare”, mentì lei spudoratamente.
“Oh, capisco. Mi spiace”.
“Ma mi potrò concedere ogni tanto una pausa, che dici?”, sbottò Anna cambiando idea.
“Però sia chiaro: io spengo il tassametro, tu mi offri da bere”, aggiunse cercando nuovamente i suoi occhi nello specchietto.
“Mi sembra il minimo. È fatta. Proceda pure, Ambrogio: mi porti a destinazione”.

ImmagineIl cameriere dello Zenith, aitante e indifferente come un Dio greco o un commesso di Abercrombie, appoggiò distrattamente i due Gin Tonic sul tavolo di Ilaria e Andrea, bloccandosi in attesa del conto come in posa per uno scatto fotografico.
“Faccio io”, si premurò lui, allungando venti euro al modello temporaneamente prestato al mondo della ristorazione.
Il suono lancinante della sirena di tre ambulanze che sfrecciavano a sirene spiegate poco distante fece girare contemporaneamente tutti i presenti.
“Che succede?”, esclamò Ilaria infastidita dal rumore.
“Boh, con tre ambulanze deve essere un incidente grave”, ipotizzò Andrea sedutosi sulla punta del pouf in pelle con un occhio al cameriere che gli avrebbe riportato il resto.
Esauritosi il frastuono, la donna recuperò dalla Louis Vuitton il fidato iPhone, aprendo annoiata l’applicazione di Facebook per un’occhiata agli ultimi aggiornamenti.
Un’espressione di terrore si dipinse subito sul suo volto.
“Che hai?”, si preoccupò lui. “Sei pallida come un cencio. Hai letto una cattiva notizia?”.
Ilaria si limitò a consegnargli il cellulare, pietrificata dallo spavento.
L’uomo lesse meccanicamente il dispaccio giornalistico dalla schermata:
Ultim’ora. Esplosione in centro città: brucia il noto bar Batucada. Sospetta fuga di gas all’origine dell’incendio. Almeno dieci le vittime accertate tra gli avventori”.
Andrea deglutì attonito. Ilaria si abbandonò sul divano, facendosi aria con un fazzoletto.
“Il Batucada”, fece lui dopo un minuto abbondante. “È terribile. Se tu avessi preso quel taxi … “, aggiunse senza il coraggio di terminare la frase.
“Sì”, lo interruppe lei. “Se avessi preso quel taxi, saremmo entrati lì. E ora forse …”.
Si gettarono disperati l’uno tra le braccia dell’altra, quasi stritolandosi a esorcizzare la paura.
“Ti amo”, azzardò Andrea pronunciando per la prima volta da quando si frequentavano quelle due paroline, trascinato al largo dall’onda emotiva del momento.
“Ti amo anch’io”, rispose Ilaria scoppiando in un pianto liberatorio.

Il gigante calvo si specchiò nella vetrina della panetteria aggiustandosi la cravatta, senza perdere di vista con la coda dell’occhio la disperata fuga di Ilaria verso quel taxi che non sarebbe per sua fortuna mai riuscita a prendere.
Raccolse da terra la valigetta caduta nell’impatto e la aprì con un colpo secco per accertarsi che il contenuto fosse al sicuro.
“Perfetto”, pensò. Il coltello a serramanico, utilizzato poco prima, si trovava ancora al suo posto nell’alloggiamento dedicato in velluto rosso.
Si voltò di scatto, osservando stupito un anziano omino con la tuta da idraulico entrare nella tabaccheria accanto.
“Di già? Non può essere!”, esclamò a voce alta suscitando le occhiatacce di disapprovazione del garzone della panetteria, appena uscito per una sigaretta.
Si precipitò a sua volta all’interno della ricevitoria, inseguendo disperatamente l’omino che nel frattempo aveva appena approcciato la signora alla cassa:
Immagine“Mi dà per favore un biglietto della Lotteria e un pacchetto di Marlb…”.
“Un biglietto della Lotteria e un gratta e vinci, grazie”, si intromise senza preamboli il gigante, inserendosi con tutta la prepotenza che il suo fisico gli consentiva.
“Ehi, ma che modi …”, farfugliò l’anziano, abbozzando una timida reazione repressa nel soppesare la stazza dell’intruso.
“Scusi, ho la macchina qui fuori in seconda fila”, si giustificò l’omone con un sorriso.
“Sì, ma magari quello era proprio il biglietto vincente e lei me lo ha fregato”, commentò il vecchietto ironico.
“O magari il biglietto vincente è il prossimo e lei un giorno mi ringrazierà, chissà. Arrivederci”, rispose lui ruffiano prima di lasciare qualche monetina sul tavolo e guadagnare rapido l’uscita.

Ce l’aveva fatta. Si lasciò sprofondare sulla sedia di un tavolo all’esterno di un locale che si illudeva di ricordare un bistrot parigino.
Portato a termine il compito nonostante qualche intoppo, già pregustava la brezza sbarazzina delle prime serate primaverili e una meritata cena a base di pesce.
Il proprietario del locale si avvicinò a una famiglia con tre figli seduta al tavolino accanto al suo e li convinse a spostarsi all’interno, dove sarebbero stati più comodi.
“Meglio”, pensò. “Un po’ di silenzio mi ci voleva”.
La sua condizione di solitudine durò non più di due minuti. Una dolcissima ragazza mora dalla carnagione pallida, con indosso un delizioso tubino nero e occhiali dello stesso colore, sbucò dal nulla e si accomodò al tavolo appena liberato, rivolgendo lo sguardo come lui all’indirizzo dei passanti sul modello degli autentici café francesi.

L’accendino le cadde a terra, finendo esattamente tra i piedi del gigante. “Scusi, non volevo”.
“Prego”, replicò lui. Nel restituirlo alla donna, si soffermò come ipnotizzato sulla garbata tonalità porpora del suo rossetto, impegnato in un sorriso di circostanza.
“Continuo a perdere accendini ovunque. Forse è un segno del destino, che vorrebbe farmi smettere di fumare”, disse la donna con un tono che gli parve irresistibile.
“Il destino, già”, pensò lui ad alta voce. Ne sapeva qualcosa. Avrebbe tanto voluto vuotare il sacco e raccontare di sé a quella sublime creatura, ma si limitò ad aggiungere: “Difficile immaginare cosa ci accadrà”.
“In alcuni casi, è facilissimo, sa? Pensi che …”. Un’ombra di pentimento velò il viso della donna.
“Che cosa?”, fece lui assalito dalla curiosità.
“Nulla, nulla, mi scusi. Mi era venuto spontaneo parlarle di una cosa, ma non posso”.
Il gigante aggrottò le sopracciglia. “Buffo. Anch’io ero lì lì per confessarle un segreto, ma mi sono fermato all’ultimo”.
I due rimasero in silenzio a lungo, finché lei prese coraggio e riattaccò:
“A questo punto, però, sono curiosa: cosa riguardava quel segreto?”.
“Oh, beh, si tratta del mio lavoro”, bisbigliò lui.
“Ah, anch’io stavo per svelarle una cosa sul mio lavoro”, ridacchiò lei.
“Il problema è che non potrei neppure rivolgerle la parola, per contratto. Il mio incarico non consente interazioni prolungate con altri esseri umani”, continuò il gigante con un filo di voce guardandosi attorno con fare cospiratorio.
Lei ricambiò con convinzione uno sguardo d’intesa mista a stupore.
“Adesso mi spaventa. Anch’io non dovrei parlarle: rischio il licenziamento in tronco.
Beh, al diavolo le regole, lei che lavoro fa? Cos’è, una specie di spia?”, si lasciò andare dopo qualche istante di esitazione mordicchiandosi le labbra.

ImmagineIl bestione roteò le pupille in ogni direzione per accertarsi dell’assenza di occhi indiscreti, poi esordì titubante: “È stata la parola destino a farmi sobbalzare, quando ha parlato dell’accendino. Insomma, il mio è un mestiere particolare”, annunciò estraendo dal portafoglio con gesto teatrale un tesserino di riconoscimento con tanto di fotografia e corpo di appartenenza.
La donna incassò il colpo, ma si riprese immediatamente.
“GdF?”, chiese incuriosita. “Non è la Guardia di Finanza, vero? Quella non è una divisa”.
“No, non sono della Finanza. GdF sta per … Guardiano del Fato”, sussurrò circospetto.
“Guardiano del Fato? E che roba è?”, domandò la donna accavallando le gambe.
“È difficile da spiegare. In sintesi, io assisto le persone che mi sono state assegnate nel loro percorso di vita. Diciamo che do una piccola spintarella al loro destino, aiutandolo a compiersi. Soltanto oggi, ad esempio, ho rimesso in piedi una vecchia storia, salvato due innamorati da un incendio e consegnato al giusto destinatario un biglietto vincente della lotteria. Non male, no?”, si vantò lui con aria di sfida.
“Wow, sono impressionata. Un supereroe, insomma”, esclamò lei ironica senza scomporsi.
“Non è stupita?”, fece lui deluso. “Chissà perché, mi sono immaginato milioni di volte questo momento e pensavo che nessuno mi avrebbe creduto”.
“Perché dovrei essere sorpresa? È un lavoro come un altro. Lo conosco bene. È anche il mio”, ribatté lei sorniona sfilandosi gli spessi occhiali scuri ed estraendo dalla borsetta un tesserino identico. “L’ho capito quasi subito, ma ho retto il gioco”.
“Co…cosa? Anche tu … ?”, biascicò lui sgranando gli occhi.
“Certo”, ammise. “Guardiana Del Fato. Morgana, piacere. Lo so, sembra il nome di una strega.
Pensa che un tempo giravo anche con un cappello nero, immersa nel personaggio, ma come è noto nel nostro lavoro la discrezione viene prima di tutto”, sorrise lei.
“Io sono Rik, ma i colleghi mi chiamano Shrek per la mia mole. Un orco e una strega. Buffo, eh? Non avevo mai conosciuto una Guardiana. Pensa che coincid … “.
L’illuminazione li colpì in contemporanea, ancor prima che lui terminasse la frase.
“Che coincidenza, sì”, riprese infine lei. “Eppure noi dovremmo saperlo: le coincidenze non esistono. Il Caso è una sceneggiatura originale che i Guardiani portano in scena per dare agli umani l’illusione che nulla sia stato scritto e tutto possa cambiare con un soffio di vento”.
“Vero. Forse era destino che ci incontrassimo oggi. Ma allora deve esserci qualcuno che opera a un livello superiore, una sorta di Guardiano dei Guardiani con il compito di farli incontrare tra loro!”, esclamò lui.
“Giusto”, si illuminò Morgana. “Qualcuno che regali una vita normale a chi come noi non può intrattenere rapporti con altri umani, se non per quei miseri secondi sufficienti a svolgere la nostra funzione”.
“Ha senso, a pensarci”, mugugnò lui. “Ma è possibile?”.

ImmagineL’affascinante quarantenne baffuto che sembrava essere il proprietario del locale, sganciatosi dalla famigliola, uscì a passo rapido dal bistrot. Imboccato il marciapiede, si fermò di colpo e si girò su se stesso, rivolgendo con la mano un radioso cenno di saluto ai due.
“Buonasera, colleghi. Godetevi la cena. Mi hanno comunicato che starete insieme tutta la vita, pare. Rassegnatevi: è un dato di fato”, disse saltando al volo sul primo autobus in partenza.

 

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