ALL’ASILO RIDO

“Teresa, giochi con me? Dai, scappiamo”.
La schiettezza di quel piccoletto di Gianni la colse di sorpresa.
“Ma che dici?! E se poi ci scoprono ancora?” nicchiò lei guardandosi attorno furtivamente con il terrore che qualcuno li stesse ascoltando. 
“Dai, scema: sei sempre la solita. Chi vuoi che ci veda, la maestra? Se andiamo subito non se ne accorgerà nessuno. Tu sei l’unica a fare merenda qui. Sono tutti di là in cucina”.
Teresa terminò l’ultimo sorso di aranciata aspirando rumorosamente dalla cannuccia e lasciò cadere a terra il bambolotto di pezza cui stava cercando di rattoppare l’orecchio da settimane.
“Tu sei pazzo” temporeggiò lei, lasciandosi illuminare il volto ancora sporco di cioccolato da un sorriso innocente.
“Alzati subito. O non sei più mia amica” minacciò lui solenne.

Vinte le ultime resistenze, Teresa si alzò spostando indietro la sedia lentamente per non fare rumore. “E va bene, ma facciamo in fretta” sussurrò con un filo di voce.

manonellamanoI due scivolarono via lungo il corridoio mano nella mano, incocciando con le dita intrecciate in un girello dimenticato da chissà chi accanto alla porta dei bagni.
“Ahia” sibilò Gianni reprimendo un urlo di dolore. “Questo è quel piscialletto di Dani, che lascia sempre in giro ‘sto affare”.
Si diressero senza esitazioni verso il cortile, camminando rasenti al muro dell’atrio e mimetizzandosi dietro l’ingombrante carrello della donna delle pulizie pochi passi prima dell’uscita.
“Seguimi, ti porto in un bel posto” sussurrò Gianni con tono cospiratorio.
“Attento, mi fai male. So camminare anche da sola, eh?” piagnucolò lei nel tentativo di divincolarsi dalla sua presa tremolante.

Oltrepassato il piccolo parco giochi e dribblata una panchina verniciata di fresco all’angolo, Gianni proruppe in un “ta-dah!” eccitato alla vista della mirabolante sorpresa che li attendeva al centro del prato sul retro.
“E questo che scherzo sarebbe? Pensavo volessi giocare a carte sul tavolo in fondo al giardino” esclamò Teresa sgranando gli occhi.
“Non è uno scherzo: Parla piano, potrebbe offendersi. È un purosangue, sai?” ribatté lui avvicinandosi al cavallino bianco a dondolo che nella sua testa si stagliava maestoso con la criniera al vento.
“Cosa vorresti fare, scusa?” biascicò lei confusa.

cavallo“Non hai ancora capito? Salta su! Andremo in un regno incantato a combattere gli orchi con l’aiuto dei miei amici elfi” declamò lui quasi stizzito dalla scarsa fantasia dell’amata.
“Coraggio, madamigella, la battaglia infuria: ci attende una lunga cavalcata prima del tramonto” la incitò Gianni trascinandola in sella all’indomito destriero.
Teresa si rannicchiò terrorizzata contro le sue spalle. “Al galoppo, miei prodi” esordì lui inforcando le redini. I due avanzarono goffamente, spostando di peso con le gambe il cavallino per qualche metro prima di schiantarsi miseramente sull’erba bagnata con un tonfo sinistro.
“Il nemico ci ha disarcionato, mia adorata, ma noi ci rialzeremo e sconfiggeremo le avversità” mormorò Gianni da terra afferrandole saldamente la mano.

I pochi attimi di silenzio furono squarciati dalla fragorosa risata di Teresa, ancora incastrata sotto il peso del cavallo a dondolo.
“Tu sei completamente folle. Per questo mi piaci” si arrese lei abbarbicandosi al suo petto.

“Ma cosa state facendo voi due discoli? Non potete stare qui, lo sapete? Vi fate male!”.
Il momento romantico del secolo fu bruscamente spezzato dalla voce stridula e petulante di una donnina con gli occhiali spessi che si precipitò loro incontro.
“Santo cielo, Rosalba. Ancora questi due? Ma non se ne può più. Sono proprio due piccole pesti” fece eco alle sue spalle una giovane ragazza robusta, raccogliendosi alla meglio i capelli biondi per sentirsi più comoda nella complicata azione di recupero degli eroi caduti sul campo.
“Grazie Mara. Se non ci fossi tu…” farfugliò Gianni, lasciandosi rimettere in piedi come un peso morto dalle vigorose braccia della soccorritrice.

“Ci spieghi cosa ti succede questa settimana, monello? Ci stai facendo impazzire tutti. Ti avevamo detto di smetterla!” lo ammonì Rosalba.
“Non capisco. Io voglio solo giocare con lei” replicò lui sornione facendo l’occhiolino.
Seduta sulla panchina, Teresa incrociò lo sguardo di Gianni abbozzando un sorriso complice. Mara non si accorse di nulla, intenta com’era a ripulire la camicetta della principessa azzurra dalle macchie d’erba.

cioccolato“Non fare il furbetto, sai? Hai capito benissimo. Lunedì mattina vi abbiamo beccati in cucina a strafogarvi di torta, mentre mercoledì avete rubato le coperte e vi siete travestiti da fantasmi in giro per i corridoi spaventando tutti a morte” lo incalzò Mara.
“E non dimentichiamoci di ieri. Tu te li sei persi” rincarò la dose Rosalba.
“Questo demonio ha spinto sul vialetto della pineta il letto a rotelle con lei dentro ancora addormentata e alla fine l’ha svegliata intonandole una serenata. L’ho trovato a cantare Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti ma alberi, ti rendi conto?” concluse senza trattenere una mezza risata.
“Insomma, devi fare il bravo. Non siete più dei bambini. Avete quasi ottant’anni. Noi cerchiamo di coprirvi, ma se la direttrice della casa di riposo dovesse scoprire tutto quello che combinate vi ritrovereste nei guai. Lo capite, vero?” proseguì amorevolmente l’educatrice accarezzando la nuca dell’uomo.
“Sì, promesso: faremo i bravi. Questa era l’ultima volta. Non vi arrabbierete più” rispose Gianni con un velo impercettibile di malinconica rassegnazione.

Mara trovò l’indomani mattina Gianni supino nella sua stanza. Il corpo era ancora caldo.
Un elmo da vichingo di peluche troneggiava sulla sua testa, conferendo a quell’immagine grottesca il sapore carico di dignità e compostezza del funerale di un valoroso guerriero.
“Chissà dove l’ha preso. E chissà da quanto tempo si stava preparando”, pensò asciugandosi una lacrima mentre rimuoveva il cappello al condottiero prima di coprirlo con un lenzuolo.

La donna notò solo in quell’istante una minuscola busta rossa chiusa lasciata sul comodino.
La aprì esitante, provando quasi vergogna nel violare l’intimità e i pensieri di quell’ometto strabiliante.
La grafia del biglietto era curata nei minimi dettagli, seppure opera di una mano incerta.

elmoCiao Mara. Ecco risolto il mistero.
Perché ho combinato tutti questi disastri?
Perché era la mia ultima settimana.
Me lo sentivo addosso, sai?
Mi scuso se vi ho creato disturbo, ma ho dovuto farlo.
Volevo solo divertirmi un po’ con lei. Farla ridere. Toglierci le ultime soddisfazioni.
L’elmo era nel laboratorio teatrale: l’ho preso in prestito per aggiungere un tocco di pathos.
Salutatemi Teresa. Spero capirà. E ricordatevi una cosa.
Gli anziani che smettono di giocare finiscono all’ospizio.
Gli anziani che tornano bambini si tolgono un capriccio. E finiscono allo sfizio.

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