STATUE VIVENTI

“Oggi è Cupido. Gli si vedono i muscoli. È ancora più bello del solito”, pensò Monica.
Un bimbo esagitato spuntò dal portone di un palazzo, urlando: “Mamma, mamma, guarda che bello!”.
“L’ho pensato prima io, carino”, partorì la testa di Monica senza poter dare voce alle sue parole.

cupid3Il piccolo si avvicinò alla statua vivente al centro della piazza con un misto di deferenza e curiosità. Il mimo lo vide irrompere come un caterpillar nel suo campo visivo e abbozzò un lieve mezzo sorriso, nella speranza che quel poco di affabilità consentita dal ruolo fosse sufficiente per tenere il potenziale teppistello a distanza amichevole.

“Chi è, mamma?”, squillò il bimbo a mezzo metro dalle sue orecchie traforandogli i timpani, protetti a stento da una parrucca bionda di riccioli arruffati.
“Stai fermo, non disturbare il signore! Ė Cupido, il Dio dell’amore. Vedi la freccia? Con quella colpisce il cuore delle persone e le fa innamorare!”, tagliò corto la giovane madre regalando un’occhiata distratta e interessata ai pettorali scolpiti del mimo rivestiti di spessa vernice dorata.
Il dettaglio non sfuggì all’attenzione clinica di Monica, congelata come Mimmo a pochi metri di distanza nel suo rigoglioso costume da odalisca.

Era in momenti come quelli che poteva immaginare un rossore di gelosia incontrollabile solcare le sue rigide guance diafane. L’istinto animalesco le avrebbe suggerito di abbandonare la postazione e avventarsi contro la maliziosa mammina al grido di “Non ci provare, stronza: è mio”; il raziocinio la costringeva al contrario immobile in quella posizione, condannata come Mimmo a recitare con rigorosa professionalità la sua parte per il divertimento di grandi e piccini.
Monica lo ammirava impersonare ogni giorno un ruolo differente, in un tourbillon irresistibile di colori e trucchi variopinti che la faceva puntualmente vergognare dei suoi saltuari e per nulla mirabolanti cambi di costume.
Che si calasse nei panni di Charlie Chaplin, di un centurione romano o del Sommo Poeta Dante, Mimmo sapeva sempre conservare un aplomb invidiabile e catturare l’anima del suo personaggio, pur mantenendo quella venatura malinconica nello sguardo e quella fisicità debordante da ginnasta professionista che Monica aveva imparato ad amare già dopo qualche settimana di osservazione forzata e condivisa.

Ore. Ore. Altre ore. Giornate intere che si stratificavano in una poltiglia oleosa di abitudini da calendario, accumulandosi in settimane e mesi fotocopiati in un pratico formato A3.
O forse sarebbe stato meglio definirlo “a tre”: lei, lui e il desiderio morboso di Monica di raggiungerlo, vincendo le leggi di natura e mandando al macero le convenzioni.
L’abbraccio improbabile di Cupido e della sua principessa da fiaba, in un trionfo appiccicaticcio di seta, lustrini e make-up, avrebbe finalmente suggellato l’incontro delle loro anime e regalato un significato all’attesa. Abituata a resistere stoica a più di un appostamento, non faceva che sognare un appuntamento. Uno vero, però.

ImmagineE invece Monica era lì, invischiata nella sua impossibile e impassibile venerazione muta senza poter muovere un muscolo sul suo piedistallo, dal quale dominava sprezzante il pubblico guardando tutti – Mimmo compreso – dall’alto in basso.

La sera dopo in piazza si era appena spenta l’eco dei festeggiamenti di un atipico sabato grasso, piombato inopportunamente tra capo e collo in un momento nel quale erano davvero in pochissimi a manifestare volontà di baldoria.
Il Carnevale incarnava in sé il potere perverso di confondere gli sfarzosi travestimenti di Mimmo in un tumultuoso oceano traboccante di costumi di Arlecchini, Zorri, Iron Man e altri supereroi di varie fogge, spesso acquistati al discount il giorno prima da frettolosi genitori all’uscita degli uffici.
Gli stessi colori glitterati che in una normale giornata lavorativa erano in grado di far risaltare la sua mise nel torpore della folla distratta non facevano altro che mescolarsi, in quell’occasione, tra gli ingredienti di un pastone indistinto, rigirato da presuntuosi cuochi in maschera che contrabbandavano le tinte a buon mercato del loro minestrone per una ricetta alternativa da stella Michelin.
Era la fiera della trasgressione a buon mercato, buona per chi gli altri 364 giorni dell’anno prova un insano godimento nel nascondersi come un camaleonte sdraiato sulla corteccia cerebrale grigia dei passanti.

Immagine“Io so come ci si sente ad avere addosso i vostri occhi. So cosa significhi essere additato o il più delle volte deriso senza motivo. So che vuol dire riuscire a leggere il labiale confuso di una ragazzina che lascia intuire un <<Guarda quel cretino>> sibilato all’amica del cuore”, pensò Mimmo paralizzato per l’occasione in un mefistofelico costume rosso fuoco da perfetto Diavolo.
“Per chi vive agghindato a festa celebrando ogni giorno il proprio Carnevale, il sabato grasso è il tanto atteso giorno dell’anonimato”, concluse orgoglioso della riflessione il mimo fra sé e sé.

Monica lo notò con la coda dell’occhio assistere immobile allo spopolamento della piazza, mentre le tonalità arcobaleno delle manciate di coriandoli sparsi un po’ ovunque si incupivano al calar del sole lasciando gradualmente il testimone a un avviluppante nero notte.
Quando anche l’ultimo mini-Batman scomparve dietro l’angolo, i due rimasero finalmente soli, senza più anima viva nei paraggi a disturbare il loro idillio incompiuto.
Il vocio di una compagnia di adolescenti in vena di scherzi reciproci si spense in lontananza.
Mimmo prese il coraggio a due mani e dichiarò ufficialmente chiusa la sua giornata di lavoro, saltando a terra e chinandosi a raccogliere i vestiti di ricambio dal borsone nascosto sotto il piedistallo.

“Ciao, tesoro”, lo salutò un’incantevole Pocahontas dalla pelle olivastra spuntata dal marciapiede di fronte.
Monica accusò con evidente fastidio l’arrivo della terza incomoda, imponendosi di mantenere un forzato autocontrollo.
“Ciao, amore”, si illuminò il diavolo ormai fuori servizio.
“Non ero mai passata a prenderti al lavoro, ma a Carnevale faccio un’eccezione. Sei figo, sai, vestito così. Devo venire a trovarti più spesso, anche perché con i muscoli così in vista chissà quante oche si fermano a starnazzare, vero?”, insinuò la donna carezzandogli il torace.
“Ma quando mai?! Sono più le risate e gli insulti, fidati”, la rassicurò Mimmo.
“Certo, certo. Prendi questa affascinante odalisca, per esempio. Fa il tuo stesso mestiere, no? Lo vedo come ti guarda. Devo essere gelosa?”, bisbigliò a bassa voce la ragazza per non farsi sentire, mentre Monica imperturbabile malediceva dentro di sé l’assoluta perfezione del suo udito.
“Direi che puoi essere tranquilla, non pensi?”, sorrise Mimmo lusingato.
“E poi non mi piacciono le magre, lo sai. Io preferisco le donne vere, quelle con la carne attaccata alle ossa”, esplose lui cingendola ai fianchi e sollevandola a mezz’aria, prima di eclissarsi definitivamente con la sua principessa indiana senza aver degnato Monica di uno sguardo.

Immagine“Perché aveva detto quelle cose orribili?”, si domandò lei, ora sola.
Settimane di intesa, di complicità, di attese, di aspettative, distrutte in un lampo da quella vomitevole frase gratuita? No, non poteva essere vero.

Monica si sentì così svuotata e affranta da non accorgersi dell’arrivo dei due uomini vestiti in nero alle sue spalle. Il più anziano dei due, un ometto tarchiato sui cinquanta con capelli unti, l’alzò brutalmente di peso caricandosela sulle spalle, mentre il secondo, un trentenne stempiato e allampanato, allungava le sue mani ovunque quasi strappandole di dosso il completo da odalisca.
“La festa è finita, cara: non è più Carnevale”, borbottò lascivo il primo nella piazza deserta, provocando la risata sguaiata del compare.
“Sì, adesso questo bel costumino non ti serve più. E tu ora vieni a divertirti con noi, bella”, rintuzzò il giovane.
Monica era stordita, inerte, incapace di reagire e totalmente in balia dei suoi aggressori.
Perse conoscenza quasi subito.

Si risvegliò al buio, sdraiata sul pavimento di quello che sembrava essere un enorme deposito polveroso. Adagiato accanto a lei nella stessa posizione, una figura maschile si stagliava nella penombra della stanza, lasciando intravedere degli addominali scolpiti che le ricordarono curiosamente l’invidiabile e familiare silhouette di Mimmo.

“Ciao, io sono Eros”, esordì lui imbarazzato.
“Ciao, mi chiamo Monica”, rispose lei ancora lievemente scossa. “Eros come Cupido? Uno che conosco si veste come lui. Ci vuole il fisico. Lui ce l’ha, ma anche tu non scherzi”, aggiunse sorniona con una punta di esitazione.
“Quei due schifosi hanno preso anche te?”, chiese lui.
“Sì, sempre loro. Sai dove siamo?”.
“Siamo al solito posto”, rispose lui amaramente. “Dove finiamo quando non serviamo più”.
“Ma quando capiranno che anche noi siamo provvisti di testa e un cuore? Quando si renderanno conto che abbiamo un’anima come tutti?”, biascicò Eros piagnucolando senza eccessiva convinzione.
“Non contarci. È il destino di ogni manichino come noi: essere sostituito e riposto in un magazzino. Perennemente in attesa del prossimo Carnevale, vivendo nella speranza di ottenere un’altra chance e una nuova maschera da impersonare”, sospirò lei.
“Beh, a pensarci bene non è quello che succede anche ai cosiddetti uomini?”, ribatté lui.
“Hai ragione, non ci avevo mai pensato. Eppure questa volta mi ero illusa fosse diverso.
Quel tipo di cui ti dicevo, ecco… lui si chiamava Mimmo ed era un mimo, io Monica e faccio la mannequin. Io mi sentivo una vera modella, lui il modello dell’amore ideale.
Lo vedevo come un segno. Non poteva essere l’ennesima illusione. Quanto sono stupida”, singhiozzò.
“Non sei stupida. Sei più intelligente e più attraente di tutti quei pezzi di plastica asettici con cui ho condiviso le vetrine del centro commerciale. A volte ho perfino sperato che quei due inservienti idioti me li levassero tutti di torno. Se solo ci fossi stata tu al posto loro…”.
“Se ci fossi stata io in quella vetrina, forse avrei notato un altro Eros, sai?”, sorrise lei.

ImmagineSdraiati nell’oscurità, Eros e Monica si strinsero la mano prima di sciogliersi in un lungo, disperato abbraccio.
O almeno questo è ciò che immaginarono.

3 thoughts on “STATUE VIVENTI

  1. In questo caso, appurata l’ottusa indelicatezza di Mimmo, meglio innamorarsi di un manichino uomo che di un uomo manichino.
    Una scrittura sempre profonda e sensibile, sciapò!

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