SOLO UNDICI METRI

Undici metri. Solo undici metri lo separavano dalla vittoria. Quella con la V maiuscola, come la Vendetta. L’orgasmo definitivo.
Un fremito di rivalsa pervadeva ogni sua fibra da due settimane esatte, quando lo stesso portiere lo aveva neutralizzato esponendolo ai feroci sfottò del popolo della strada. Perché mai gli era saltato in mente di giocarsi la carta del cucchiaio? Quell’idiota si era concesso il gusto di renderlo ridicolo senza neppure muoversi di un millimetro. Ricordava ancora il suo ghigno sardonico. Era come se quegli occhietti vispi e perfidi e quelle manone a forma di badile gli avessero vomitato in faccia: “Chi credevi di fregare? Niente da fare, bello: di qui non si passa”.

rigoreAvvertì l’adrenalina tornare in circolo, mentre il terrore di una nuova figuraccia e il desiderio viscerale di ottenere la rivincita si azzuffavano avvinghiate sotto lo sguardo di sfida del mastodontico guardiano.

Lo vide passeggiare serafico verso di lui, simulando oscuri rituali con l’unico scopo di innervosirlo e spezzare la concentrazione.

Ancora una volta l’uno di fronte all’altro, si annusavano osservando la gestualità di una danza propiziatoria come due animali selvatici prima dello scontro per l’incoronazione a maschio alfa del branco.
“Buffone. Avrai anche studiato ogni mia mossa, ma non mi spaventi. Stavolta vado sul sicuro”.

lupoGià, sul sicuro. Doveva pensare alla direzione. Sceglierne una e non pensarci più. Duro e puro. Dritto per la sua strada, senza quelle patetiche esitazioni che avrebbero rischiato di farlo finire tra le fauci del suo predatore. I fuoriclasse sfoderano le finte come armi strategiche, i pivelli come lui non fanno che tradire l’ennesima indecisione potenzialmente fatale. Non poteva permetterselo.

“Ultimo minuto. O la va o la spacca. Pensa al risultato finale. E cerca di stare calmo”.
A destra, a sinistra o al centro? No, meglio al centro. Nulla di cui vergognarsi.
Un refolo di vento gli scompigliò i capelli. Quello che agli occhi di un professionista sarebbe sembrato un gigantesco portone gli apparve tutt’a un tratto come il pertugio socchiuso di una minuscola porticina inespugnabile.
Lanciò un’ultima occhiata torva al suo rivale prima di respirare profondamente e prendere la rincorsa verso il luogo dell’esecuzione.
La palla. Doveva concentrarsi sulla palla. Era la sua unica speranza per provare a spiazzare il portiere. Partì deciso.

pallone“Fermo lì, dove crede di andare?” lo bloccò l’omone all’ingresso del palazzo.
“Che fa? Io ho un appuntamento con lo studio legale su al quarto piano. Metta giù le mani!”.
“Studio legale, eh? Bella palla, complimenti, ma non ci casco. L’ho riconosciuta, lei è quello che l’altra volta diceva di essere un rappresentante di cucchiai e posate varie” tuonò il portinaio trionfante respingendo la staffilata.
“Si sbaglia, deve confondermi con qualcun altro” provò a salvarsi in corner.
“Mi spiace. Ho ricevuto precise disposizioni dal marito della signora Vittoria per non farle mettere piede nel condominio. Ho anche una sua foto qui in guardiola per sicurezza” declamò la montagna umana decretando il fischio finale.
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Un suadente profumo di Vittoria lo attendeva lassù, alle sommità di piani alti per lui irraggiungibili.
“Le sconfitte ai rigori sono le peggiori” pensò.

Compose un numero al cellulare. “Tesoro, quel bestione mi ha fermato ancora. Due a zero per lui, mi spiace.
Ci riproveremo lontano da casa: in trasferta sarà ancora meglio”.
Si avviò mesto sotto la doccia.

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