IL CONTASTELLE

Mino per addormentarsi non contava pecore ma stelle. Rannicchiato contro il vecchio olmo alla sommità della collina che il gregge oltrepassava per discendere al pascolo, il pastore si coricava da qualche notte nella stessa posizione e guardava all’insù, verso quella porzione di volta celeste sempre uguale e delimitata alle estremità dalle fronde dell’albero sovrastante.Una, due, tre, recitava l’appello fino a cento. Cifra tonda, per questo la ricordava bene.
Un amico giù al paese, una sera, lo aveva messo in guardia: “Per quanto tu possa impegnarti”, gli aveva detto, ” non distinguerai mai a occhio nudo più di due, forse tremila stelle”.

ImmagineFossero anche state tre milioni, Mino non si sarebbe mai posto il problema: cento era il numero incontrovertibile del suo orizzonte conosciuto, racchiuso tra i rami sopra di lui mentre le pecore, lì nella radura, contavano gli uomini per vincere l’insonnia fermandosi a uno. Sempre e solo uno. Sempre e solo lui, in dolce e consapevole esilio dal mondo, con gli occhi neri e vivaci puntati dritti verso l’infinito.

Uno, tranne quella sera. Era un lunedì di maggio: giunto a destinazione, Mino trovò sulla collina un curioso omino con un giubbotto marrone trasandato, un cappellaccio con paraorecchie e un pizzetto da moschettiere che gli regalava un aspetto vagamente intellettuale.
Osservandolo maneggiare un pesante telescopio al limitare del terreno, il pastore capì che quella notte avrebbe diviso il suo pezzo di cielo nientemeno che con un astronomo.
Poche ore dopo, quando l’oscurità li aveva ormai delicatamente avvolti, Mino si ritrovò sdraiato come di consueto a contare le luci sopra di lui. “Una, due, tre, la quarta staccata dalle altre, cinque, sei, sette…”. Si interruppe di colpo, alzandosi di scatto e assicurandosi che il suo eccentrico compagno di silenzi fosse sveglio. Lo vide lì, dove lo aveva lasciato qualche minuto prima, con la testa china sul telescopio come in uno stato di trance apparente.
“Ehi scusa”, fece il pastore brusco senza troppi preamboli.
“Sì?”, ribatté l’omino rivolgendosi a lui stupito con una punta di disagio.
“Perché il cielo di notte è buio?”.
“Prego?”, rispose l’astronomo non convinto di aver inteso il senso della domanda.

astronomo“Ti ho chiesto: perché il cielo adesso è buio? Io la notte conto le stelle e devo sempre fare dei salti tra una e l’altra. Perché in mezzo è così scuro? Ti ho visto con quel telescopio e ho pensato: magari se ne intende”.
“Beh, ecco, la risposta non è così semplice”, accennò imbarazzato l’uomo.
“E tu prova a spiegarmi. A me piacciono queste cose, mi faccio spesso qualche domanda.
Non dicono forse che l’universo è infinito? E se le stelle sono infinite, perché di notte non vediamo tanti punti luminosi tutti attaccati l’uno all’altro che illuminano il cielo per intero?”, provò a riformulare candidamente il quesito Mino.

L’astronomo raccolse i pensieri deglutendo, prima di organizzarli in un abbozzo di risposta.
“Sai che molti si sono posti questa domanda prima di te tanto tempo fa? Keplero, ma non solo, fino a un tale Olbers, dal quale proprio questo paradosso prende il nome”.
Paradosso di Olbers? Ossia?”, domandò Mino dubbioso corrugando la fronte.

Immagine“Beh, la tua non è una domanda stupida. Diciamo che se immagini un universo infinito, eterno e immutabile nel tempo e dulcis in fundo ci aggiungi una distribuzione uniforme delle stelle nello spazio, allora è vero: il cielo dovrebbe essere luminoso. E pensa: per molti secoli gli studiosi hanno ritenuto tutti questi presupposti corretti”, spiegò l’uomo con entusiasmo.
“Fermo lì”, lo interruppe il pastore . “Scusa, eh, non sono scemo: leggo tanti libri, precisiamo. Di giorno, ho molto tempo libero. Però prova a farmelo capire senza troppi termini tecnici”.
L’astronomo si avvicinò, sedette accanto a lui a gambe incrociate e ricominciò:
“OK, ti faccio un esempio. Immagina una foresta così piena d’alberi da essere infinita.
Anche se fossero tutti piantati a una certa distanza l’uno dall’altro, guardando in lontananza verso l’orizzonte vedresti esclusivamente una distesa di tronchi a perdita d’occhio. E se tu scoccassi una freccia, alla fine andrebbe necessariamente a colpire uno degli alberi, indipendentemente dalla sua distanza. Bene, se pensi alla notte come a una foresta infinita di stelle distribuite in modo uniforme, ovunque si rivolgesse il tuo sguardo dovresti incrociare la luce di una di esse, per quanto lontana possa essere. Ecco che allora il cielo dovrebbe essere interamente luminoso”.

Immagine“Sì, ma quelle lontane sono meno luminose, no? Forse è per questo che non le vediamo tutte”.
“Questo sì, ma è anche vero che guardando più lontano il numero di stelle aumenta e i due effetti si compensano. È come essere al centro di un’arancia e vedere tanti strati di buccia: il primo ha poche stelle luminose, il secondo più distante ne ha di più ma con meno luce e così via. Alla fine, ogni strato ha la stessa luminosità”.
“Ho capito”, si illuminò il pastore. “Però mi hai confuso. Mi hai spiegato perché il cielo dovrebbe essere luminoso, ma io ti ho chiesto perché nella realtà è buio”, concluse aggrottando le sopracciglia.
“Beh, evidentemente almeno uno di quei presupposti è falso”, ribatté l’astronomo con un ghigno.
“Ti risparmio il secolo successivo di discussioni e vado alla soluzione. Il cielo è buio perché la velocità della luce è limitata e perché l’universo è in espansione”.
“Oh, cazzo”, si lasciò scappare Mino. “Continua”.

“Beh, oggi sappiamo che l’universo nasce con il Big Bang e ha un’età finita: circa 13 miliardi di anni. Allo stesso tempo, la luce ha una velocità limitata di 300.000 km al secondo e impiega un tempo finito per percorrere una certa distanza. Quando noi guardiamo il cielo, è come se tornassimo indietro nel tempo fino alla nascita del cosmo, arrivando a percepire però al massimo con i telescopi più potenti la luce delle prime stelle, distanti 13 miliardi di anni.
Non andiamo più in là, non possiamo vedere oltre il primo strato. Ricordi la Terra come un’arancia e noi al centro? La verità è che ci fermiamo alla prima buccia, quella vecchia quanto il Big Bang. Per vedere il cielo luminoso, le bucce dovrebbero essere infinite, ma non è così: insomma, le stelle sono semplicemente troppo giovani perché possano riempire tutto l’universo con la loro radiazione”, concluse l’astronomo con malcelato godimento.
“E l’universo in espansione? Quello cosa c’entra?”, lo incalzò il pastore.

palloncino“Giusto, l’espansione. Hubble dimostrò attorno al 1929 che l’universo è in costante fase di espansione come un palloncino gonfio d’aria. Aggiungi poi che le galassie più lontane si allontanano sempre di più tra di loro e dalla Terra con una velocità proporzionale alla distanza. Capisci? Più sono lontane da noi, più si allontanano. E più una stella è distante, più la sua luce ci giunge “stirata” e aumenta la sua lunghezza d’onda, virando verso il rosso.
Il fenomeno si chiama redshift”.
“Ci sono!”, sbottò Mino, svegliando bruscamente le tre pecore più vicine, idealmente corrispondenti alla prima buccia del gregge.
“Se ho capito bene, più l’universo si espande, più le stelle si allontanano e la loro luce si sposta verso il rosso, finché non le vediamo più. Questo vuole dire che in un futuro lontano il cielo sarà più buio di adesso?”, domandò il ragazzo in preda all’eccitazione.
“Esatto!”, rispose l’uomo, stupito della conclusione. “Ma tranquillo: nessuno di noi sarà qui a raccontarlo”.

“E c’è di più”, sussurrò l’astronomo con tono cospiratorio. “Sai chi fu il primo a ipotizzare che l’universo fosse finito e le stelle troppo giovani per illuminare il cielo notturno?”.
“Boh, non so. Einstein? Quello prima o poi spunta sempre”, azzardò Mino.
“Ah, ah, no!”, rise l’uomo di gusto. “Non parlo di uno scienziato, ma di uno scrittore: Edgar Allan Poe. Pensa che molto tempo prima di Hubble ed Einstein, a metà dell’800, immaginò lo “sfondo” del cielo invisibile perché così distante da impedire alla luce di raggiungerci.
Ci crederesti? Il primo a sostenere che l’universo non fosse statico, ma in evoluzione, è stato … un poeta”, balbettò l’uomo.

“Sarà, ma la cosa non mi stupisce”, ribatté Mino smorzando ogni entusiasmo.
“Solo i poeti guardano le stelle come noi pastori. Non hanno fretta. Tutti credono sia facile: vanno in campagna con una coperta, si sdraiano con la loro bella su un prato e restano abbracciati dieci minuti a contemplare la notte sbaciucchiandosi.
I pastori e i poeti no. Noi passiamo la notte con lo sguardo fisso su una porzione di cielo.
Ci soffermiamo per ore con il pensiero rapito dalla forma di uno stelo d’erba, studiamo ammirati le evoluzioni di due formiche nel dividersi una mollica, giochiamo a dar forma a una nuvola come fosse Pongo plasmato dalle nostre mani. E non ci annoiamo, né sentiamo il desiderio di alzarci e fare altro. È come un lavoro: in fondo, siamo custodi della notte.
I poeti sono fortunati, certo: sono colti, sanno esprimere ciò che sentono in un modo che un povero pastore come me con la passione per la letteratura potrà solo sognarsi.
Eppure siamo simili. Forse Poe non si poneva neppure tutte quelle domande sull’universo statico o dinamico quando si trovava immerso nel cielo stellato”, concluse.

“Povero Edgar: sai che morì a quarant’anni in circostanze misteriose, devastato da alcolismo e depressione?”, intervenne l’astronomo.
“Vedi?”, incalzò Mino. “Un vero artista respira gioie, tormenti, eccessi, tutti in espansione come le tue galassie. La materia che Poe modellava non era lo spazio interstellare, ma le sue emozioni; l’energia non era la forza cosmica, ma la sua ispirazione. E forse era lui nel giusto. Non è il caso di scomodare termini come “infinito” per l’universo, quando puoi usarli per ciò che conosci meglio: sentimenti e bagordi”.
L’astronomo esplose in una risata fragorosa: “Eppure vedi? Ci è arrivato prima degli altri”.
“E per fortuna aveva ragione lui, aggiungo”, disse il pastore.
“In che senso?”, lo incalzò l’uomo incuriosito.

cielostellato“Voglio dire: immagineresti mai un cielo luminoso anche di notte? Che tristezza. Quella sì, infinita. Dopo averti ascoltato, mi piace pensare alle stelle come alle poche cose giuste che abbiamo fatto dalla nascita a oggi. In un tempo finito, come quello trascorso dall’inizio dell’Universo. E in mezzo, tra una e l’altra, la distesa scura dei giorni uguali, ricolmi di noia e sbagli. Certo, se vivessimo da un tempo infinito, l’esperienza ci permetterebbe di scavalcare la prima buccia e aumentare il numero di azioni intelligenti, però così alla fine rimarremmo accecati e non sapremmo più distinguerle dal resto. Giorno e notte, luce e buio. Come può esistere una cosa senza l’altra? Forse è meglio rintanarci nel nostro piccolo orizzonte. Sai cosa faccio io, ogni notte prima di addormentarmi su questo prato? Mi accuccio vicino all’olmo là in fondo e gioco a contare le stelle comprese tra i suoi rami.
Sono cento, sai? Non una di più, non una di meno. Quando ho finito, ricomincio finché non mi addormento. Che io abbia fatto cento cose giuste nella mia vita? Lo spero. Possono sembrarti poche, ma per me sono tantissime”, concluse Mino.
L’astronomo restò in silenzio, mentre il lontano latrato di un cane rompeva la cappa assordante di pensieri muti vaganti nell’aria frizzante.
“Beh, direi che ti ho rotto l’anima abbastanza. Ora vado a dormire”, si congedò Mino.
“Non dirlo neppure per scherzo. È stata una conversazione molto stimolante, sai? Dovremmo rifarla, qualche v…”.

Un sibilo alle loro spalle li fece sobbalzare. Si girarono entrambi all’unisono.
Un’improvvisa folata di vento aveva appena scombinato i piani di anonimato di un uomo maldestramente nascosto dietro l’olmo, sollevando visibilmente la sua mantellina scura.
Visto dalla loro prospettiva, il mantellaccio che svolazzava sinuoso danzando come partorito dal tronco d’albero ricordava il lenzuolo di un fantasma, giunto da chissà quale angolo dell’Universo a ricordare ai due le miserie nere dell’animo umano.
Quando l’aria tornò immobile, il soprabito del misterioso ospite fu inghiottito dall’imponente sagoma dell’olmo, oscurando alla vista dei due la figura appostata alle sue spalle.
Un convulso crepitio di foglie e terriccio lasciava intuire una missione da compiere frettolosamente prima di essere colto sul fatto.
L’astronomo arrancò da seduto qualche passo indietro, come un granchio costretto a una precipitosa ritirata.
Mino prese coraggio. “Ehi, chi c’è lì?”, gridò alzandosi e imbracciando d’istinto il bastone nodoso con cui era solito aiutarsi nelle salite più ripide.
Nessuna risposta. Qualche secondo di calma innaturale, poi di nuovo quel fruscio frenetico.
“Guarda che vengo lì, eh?”, minacciò il pastore senza troppa convinzione.
Il volto di un uomo accovacciato a terra fece capolino affacciandosi dal tronco.
Da quella distanza, sarebbe stato impossibile descriverne i lineamenti, ma Mino fu certo di riconoscere un paio di curatissimi baffi demodé e un elegante ascot annodato al collo.
“Ti nascondi, eh? Ti ho chiesto cosa stai facendo!”.
Il rumore cessò di colpo, riconsegnando la quiete stellare al paesaggio circostante.
Mino si avvicinò con circospezione, brandendo il bastone come la katana di un ninja dilettante.
Giunto a pochi passi dall’albero, lanciò l’ultimo avvertimento:
“Guarda che sto arrivando. Non fare scherzi e fatti vedere prima tu”. Nulla. Nessuna reazione.
Circumnavigato lentamente l’olmo, Mino si tuffò con un balzo oltre il confine conosciuto del tronco e rimase impietrito, con l’arma improvvisata a mezz’asta e un urlo belluino strozzato in gola: l’uomo con il mantello era scomparso nel nulla.
“Ma che c…”, farfugliò.
“Ehi, tutto bene lì?”, si informò timidamente l’astronomo, immobile a distanza di sicurezza.
“Sì, tutto bene, ma non è possibile. Non c’è nessuno”.
“Come sarebbe a dire non c’è nessuno? C’era un uomo con un mantello dietro quell’albero. E stava trafficando con qualcosa. Quando si è sporto, lo abbiamo quasi visto in faccia!”.
“Sì, per fortuna siamo in due, altrimenti avrei detto che osservare troppo a lungo il cielo stellato può causare allucinazioni. Non me lo sono inventato, vero?”, domandò Mino attonito.
“Certo che no. Era lì. E lo avremmo visto allontanarsi. Non può essere svanito nel nulla”.
Il pastore deglutì. “Doveva essere per forza qualche vagabondo. Forse cercava cibo, non so.
E deve essere corso giù per la collina da quella parte. Era vestito di nero, magari è per questo che non l’abbiamo visto”, azzardò.
“Sì, deve essere andata così”, convenne l’astronomo poco convinto.
“Beh, allora io provo a dormire. Pensavo di portare il gregge da qualche altra parte, però, per questa notte. Tanto le pecore, come gli uomini, vanno dove le conduce il bastone. E la carota.
O in questo caso l’erba. Serata strana, eh?”, sorrise Mino.
“Molto. Di quelle che non si dimenticano. A me è venuta voglia di tornare dritto a casa. Ho i brividi. E non è colpa dell’aria frizzante. Buonanotte, allora”.
“Buonanotte”.

Tre sere dopo Mino era ancora lì, a contare stelle con la testa appoggiata alla base del tronco e lo sguardo rivolto all’infinito. Che tanto “infinito” non doveva essere, a giudicare dalle sue discussioni sull’età dell’Universo. Dopo un paio di nottate trascorse per prudenza lontano dalla radura, si era deciso a ritornare sul luogo dell’apparizione.
“Non sarà un cretino col mantello ad allontanarmi dal mio pascolo”, aveva pensato qualche minuto prima riconquistando la sua postazione.
Mino si sentì finalmente a casa e iniziò a contare. Partì dall’angolo in basso a sinistra, come d’abitudine, per risalire poi gradualmente lungo la diagonale immaginaria del suo sguardo.
“Novantasette, novantotto, novantanove, cento, centouno”. Trasalì.
“Centouno? Impossibile”, pensò. “Non è la carica dei Dalmata, è il mio angolo di cielo. E qui le stelle sono sempre state cento. Devo essermi sbagliato”.
Ripartì senza distrazioni. “Novantanove, cento, centouno. Cazzo”.
Si alzò ancora stordito, prima di abbandonarsi pesantemente alla consueta posizione da combattimento con la nuca contro l’albero.
“Ahia” strillò. Aveva sbattuto l’osso occipitale contro qualcosa a terra. Dopo l’imprecazione di rito, Mino frugò a tentoni con la mano in cerca del colpevole, fino a incappare nella punta sporgente di un oggetto apparentemente nascosto sotto la superficie.
Le tracce di terriccio fresco smosso erano ancora distinguibili alla pallida luce lunare.
Il pastore iniziò a scavare nervosamente a mani nude, riportando alla luce un tesoro inatteso: lo spigolo apparteneva alla copertina rigida di un libro antico.

ImmagineEureka: A Prose Poem by Edgar Allan Poe”, recitò il pastore ad alta voce quasi ipnotizzato.
Chissà perché, senza doverlo neppure sfogliare, Mino era sicuro di avere davanti a sé il trattato sull’universo nominato dall’astronomo poche sere prima.
Lo aprì alla prima pagina. L’introduzione scritta a mano recitava:

Fantasticare infaticabilmente per lunghe ore con l’attenzione fissa su qualche frivolo fregio marginale, o su qualche anomalia tipografica di un libro; incantarmi durante quasi un’intera giornata estiva nello studio di un’ombra insolita cadente di sghimbescio sulla tappezzeria o sull’uscio; perdermi per notti intere a contemplare la ferma fiamma di una lampada, o le braci del camino; sognare per giorni e giorni intorno al profumo di un fiore; ripetere monotonamente parole comuni sinché il loro suono, a forza di essere ripetuto, cessava di rappresentare alla mente un’idea purchessia; perdere ogni sensazione di movimento o di esistenza fisica, grazie a una totale rilassatezza del corpo mantenuta a lungo e ostinatamente; queste tra le tante erano le più comuni e meno perniciose divagazioni prodotte da uno stato delle mie facoltà mentali non ancora in verità del tutto ineguagliato, ma che certo sfidava una qualunque possibile analisi o spiegazione.
Edgar

Divorate quelle poche parole con il fiato sospeso, Mino girò la pagina e sbiancò alla prima riga.
Era una dedica, con tanto di perentorie istruzioni:
Buonasera, Mino. Mi scuso per averti tediato con l’estratto di un mio racconto che pensavo facesse al caso nostro. E vorrai perdonarmi se non mi sono presentato l’altra sera. Prima di proseguire nella lettura, alza la testa, conta ancora le stelle e gira pagina.
Mino obbedì senza opporre resistenza. Uno, due, tre, fino a centouno. “Centouno!”, esclamò, facendo ululare il suo cane, risvegliato da un placido sonno.

ImmagineGiunto a pagina tre, lesse ad alta voce:
Hai contato? Bene, amico mio. Scommetto che ne hai trovata una in più dell’altra sera.
Merito di quella frase: “I pastori sono come poeti”. Un’altra cosa giusta nella tua vita. Complimenti. Avevi ragione tu. You were right, sir.
I miei distinti ossequi,
Edgar

Mino richiuse il libro e alzò nuovamente lo sguardo al cielo.
Una raffica di vento lo investì, gonfiandogli il maglione logoro e i pantaloni avvizziti con un sibilo familiare.
Le stelle scintillavano di un bagliore innaturale, pronte a moltiplicarsi fino ad avvolgere l’Universo in un tiepido mantello di luce.

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