CAPO DANNO

“Allora, pronti per il conto alla rovescia?”.
Il suo amico Edo non poteva che confermarsi il gran cerimoniere di ogni Capodanno degno di tale nome.

Angelo corse obbediente in cucina a munirsi di cavatappi, rischiando di inciampare nella navicella spaziale di Jacopo, figlio di Edo, totalmente concentrato nella sua meritoria opera di salvataggio dei terrestri da un’orda spettrale di morti viventi.
“Buffo”, pensò armeggiando tra i pensili. “Il Capodanno è una sorta di apocalisse zombie in miniatura. Ci sono i cadaveri dei ricordi dell’anno che vagano senza meta, cercando di aggredirci e rimanere attaccati a noi. A mezzanotte, il pericolo è scongiurato: stappiamo una bottiglia e li colpiamo in testa per lasciarceli definitivamente alle spalle.Bum. Un danno al capo ed è Capo-danno. La fine che suggella un altro inizio, dal sapore di Epifania e rinascita. Per questo, in quei secondi che precedono il Big Bang, vogliamo attorno a noi le persone più importanti: è un’attesa che nel suo piccolo sa di fine del mondo”.

Immagine“D’accordo, fine delle farneticazioni”, si autocensurò. “Di là mi aspettano”.

“Dai, tutti col bicchiere”, incitò Ilaria appena lo vide riemergere dal suo straniante soliloquio. “Edo, metti su RaiUno. Togli pure il volume, che tra poco parte il solito trenino cretino con Charlie Brown e I Will Survive, ma almeno ci sincronizziamo”, suggerì perentoria.
Angelo e Ilaria erano ciò che molti, a corto di espressioni sufficientemente originali, amavano definire “la coppia perfetta”: insieme da quasi due anni, si guardavano ancora con gli stessi occhi da pesce lesso di quando si erano conosciuti a una piccantissima cena indiana tra amici.
Dehli Gourmet era l’inqualificabile nome del ristorante e dehliziosa la serata nella quale, disposti dai dadi della sorte provvidenzialmente uno davanti all’altra, si scoprirono quasi inconsapevolmente affini. L’affine di una vita. E l’inizio di un’altra, come logica e inevitabile conseguenza.

Porse delicatamente la prima flûte a lei carezzandola, poi via via a tutti gli altri.
Dieci persone in tutto, dieci calici beneauguranti da alzare al cielo auspicando ogni anno tanta felicità, per poi puntualmente ritrovarsi 365 giorni dopo a dire “Che sia davvero un buon anno: peggiore di questo non potrà essere”, pensò amaramente.
“Fiato alle trombette!”. Il conteggio ebbe inizio in un tripudio di risolini e deprimenti lingue di Menelicche.
Angelo rivolse l’ultimo sguardo frettoloso dell’anno ai commensali, con la bottiglia saldamente fra le mani e la coda dell’occhio sull’insulso programma in TV per la sicurezza di rilasciare il botto spaccando il millisecondo con precisione elvetica.
“Botti, botti: sempre stato contro i petardi e a favore del vino. Meglio le botti di fine anno, non c’è storia”, fu l’ultima profonda riflessione prima del momento clou.

Immagine“Tre, due, uno”. Bum.
Angelo strizzò istintivamente gli occhi per proteggersi dall’esplosione del tappo.
Quando li riaprì, pronto a riscuotere il primo meritato bacio dell’anno, un urlo gli si strozzò in gola.
Lo schermo della TV indicava ancora un minuto alla mezzanotte, mentre Ilaria e gli amici gli intimavano di sbrigarsi con lo champagne.
Non ebbe il tempo di comprendere subito ciò che stava accadendo, ma provò un’immediata sensazione di déjà vu. La casa era la stessa, come gli invitati, ma i bicchieri in tavola erano diventati otto. Mancavano Elisa e Marco.
Anche i vestiti degli amici gli sembravano diversi, ora che iniziava a prestare maggiore attenzione ai dettagli.
Perfino Ilaria non era fasciata nel delizioso tubino nero con cui l’aveva lasciata, ma gli sorrideva da un elegantissimo tailleur rosso identico a quello indossato l’anno prima.
“La festa dell’anno scorso!”, sbottò ad alta voce ancora incredulo.
“L’anno scorso cosa, Angelo?”, chiese Edo. “L’anno scorso sta finendo, cretino. E se non ti sbrighi, non riusciamo neanche a brindare in tempo”.

“Tre. Due. Uno”. Bum. Altro botto, altro giro, altra corsa.
Questa volta fu Valerio, ex compagno di classe, a dargli la scossa al risveglio.
“Dai, coglione, stappa che poi si va in piazza a fare un po’ di casino”.
Quadrava tutto alla perfezione. Il capodanno di due anni prima, un Angelo ben diverso da oggi, appena mollato da Sara, aveva trovato conforto nella compagnia ruvida ma genuina dei suoi vecchi compagni di liceo. Come ogni reduce di una guerra d’amore finita schiantandosi al suolo, si era ritrovato ad acconsentire di malavoglia alla prospettiva di una cena, per il semplice terrore di dover baciare una lattina di birra tra le lacrime chiedendosi con chi si stesse divertendo “lei” a mezzanotte.
Ilaria, destinata a incrociare il suo cammino di lì a poche settimane, faceva ancora parte di un ignoto universo parallelo dove le cose rette e giuste non possono intersecarsi. Ed è molto più saggio prendersi una storta.

Pochi secondi e una nuova fine del mondo si ripresentò puntuale, mettendo lo zampone in quel cumulo di avanzi di cui era fatta all’epoca la tavola piatta delle sue giornate.
“Tre. Due. Uno”. Bum. Tre, quattro, cinque, sei anni prima e così via: la parata dei Capodanni passati gli sfilò davanti a ritroso sessanta secondi alla volta, risvegliando ricordi di festa sepolti nella memoria.

Angelo si trovò a rivivere l’ultimo minuto di tutti i suoi anni: istantanee di gioia riportate alla luce per farsi nuovamente oscurare allo scoccare della mezzanotte seguente, cene di un’esistenza da Cenerentola che per un minuto si sente principessa, frammenti di ricordi effimeri che vengono alla luce prematuri e crescerebbero da brutti sogni, se soltanto fossero rimessi in quella subdola macchina incubatrice che è la vita vera.

ImmagineRivide tutti: Sara, i vecchi amici persi per strada, la notte in ospedale al capezzale della nonna, fino a Giulia, la sua primissima ragazza del liceo, per chiudere in bellezza con i genitori, che lo abbracciavano festanti nell’ultimo San Silvestro trascorso con loro quindici anni prima.
“Tranquilla, mamma, ce la faccio: tu continua a ballare”.

Angelo, stordito e frastornato al quindicesimo brindisi stappato e non consumato, cercò di isolarsi mentalmente, ignorando il frastuono dei tavoli accanto.
La sua trascendente meditazione, inopportuna nel clima casereccio e goliardico della sala, fu interrotta dal ticchettio sulla spalla di un elegante cameriere impomatato.
I guanti bianchi con i quali lo stava tormentando facevano da contrasto innaturale all’ambientazione kitsch e pacchiana di quel ristorante di quart’ordine, condannato a farsi sostituire dieci anni dopo da un’immonda sala slot.

“Può anche invertire, signore. Dipende da lei”, gli sussurrò.
“Invertire cosa?”, domandò Angelo approfittando della temporanea assenza dei genitori, trascinati a forza in un terrificante trenino disco-samba prima dell’ultimo giro d’orologio.
“Invertire l’ordine. Uno. Due. Tre. Come mandare il nastro avanti, no?”, rispose il cameriere strizzando l’occhiolino con un improbabile cenno di intesa.

ImmagineI suoi gli furono addosso. “Sveglia, dai, mancano dieci secondi”.
Si preparò al cin cin immobile, assumendo la posizione di un ninja armato di Prosecco e pronto a saltare avanti e indietro nel tempo a sua totale discrezione.

“Cinque. Quattro”.
“Uno. Due. Tre”, gridò, ritrovando ad accoglierlo le braccia e gli occhi verde smeraldo della futura fidanzatina Giulia. Gli appariva tutto inconcepibile, ma lo stratagemma aveva funzionato: era nuovamente l’anno dopo.

Fu l’inizio di un fulminante susseguirsi di quindici fast forward, un quarto d’ora di celerità che lo riportò sulla stessa giostra invertendo il senso di marcia del carosello.
Come nella scena di un vecchio film, vista due volte per coglierne le sfumature e i dettagli delle inquadrature, Angelo riassaporò il retrogusto di ogni bicchiere di gesti e parole, attribuendo il giusto peso ai compagni di bevute alla luce di ciò che sapeva sarebbe accaduto in seguito.

Di ritorno alla base, nella sala da pranzo di Edo da cui tutto era inspiegabilmente iniziato, Angelo si ritrovò a specchiarsi negli occhi di Ilaria, impegnata in una penosa coreografia di YMCA con la moglie di Edo.
Il sorriso luccicante che accompagnava i precari passi di danza della compagna fu la risposta migliore al suo timido desiderio di dare una sbirciatina al futuro. Perché rischiare di vedere quella scena sgretolarsi, perché rovinare quella fragilità così “stabile” su cui si fondava il suo meritato equilibrio?
Al countdown finale, Angelo optò per la soluzione più vile e al contempo più coraggiosa: il silenzio assoluto.
“Tre. Due. Uno”, scandirono gli amici in coro con voce roboante, mentre Angelo attendeva l’esito della sua scelta con occhi e labbra sigillati in una smorfia grottesca.

“Yeeeeeee”. “Che fai, con quella faccia da cretino? Hai paura dei botti?”, si mise a sfottere Edo.
“Auguri, amore”, disse Ilaria appioppandogli i segni del rossetto sulle labbra.
“Auguri”, fece lui ancora inebetito, in una sorta di preview inconscia della sbornia in cui si sarebbe ora scientificamente rifugiato per celebrare il suo ritorno.

“Jacopo, che fine hanno fatto gli zombie?”, chiese Angelo al piccolo esploratore spaziale.
“Sono tutti morti”, gli rispose il bimbo con il tono distaccato di un killer professionista.
“La nave spaziale ha caricato tutti i viveri e i sopravvissuti e ha sganciato la bomba atomica sulla Terra. Non possono più tornare indietro, perché l’aria ormai è infetta dal virus: adesso devono trovare un nuovo pianeta e fermarsi lì. Ma sono contenti, perché dicono che sarà un pianeta migliore”, concluse con il piglio retorico di chi è condannato a recitare il suo ruolo di eroe intergalattico.
“Sarà un pianeta migliore, sì”, lo rassicurò Angelo.
“Anche il prossimo sarà un anno migliore”, pensò ritornando alle sue sgangherate astrazioni.

Immagine“Il Capodanno è un’apocalisse zombie. E i ricordi di quest’anno sono andati, distrutti dal tappo nucleare. Ora siamo qui, confidando di sbarcare su un anno più pulito, sereno, felice.
Non c’è più nessun posto sicuro, però. E ogni anno ci ritroveremo qui a sbaraccare ed emigrare altrove, festeggiando l’unica cosa per cui ha senso brindare con le persone che vogliamo accanto a noi: avere sconfitto un’altra volta la fine del mondo”.

“Auguri, Angelo”, lo interruppe Edo invitandolo al brindisi.
“Il Capodanno non è una questione di auguri: è la festa della sopravvivenza”, mormorò Angelo tra sé e sé.
Edo rimase impietrito con il bicchiere sospeso in aria, a salutare idealmente l’astronave lassù, ormai fuori dall’atmosfera terrestre.
“Cosa fai lì impalato?”, si riprese Angelo. “Sembri uno zombie”.

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