ROSSO GELIDO

“Chi sei?”, gridò terrorizzato svegliandosi di soprassalto.
“Dimmi tu chi sono”, replicò serafico quello che sembrava essere un detective, aggiustandosi l’impermeabile color sabbia e il cappello abbinato con la tipica gestualità spaccona di un film noir.
L’ospite indesiderato lo osservava dai piedi del letto, puntandogli contro una P-38 originale che avrebbe fatto la gioia di qualsiasi collezionista.“Come hai fatto a entrare? Tieni giù la pistola, per l’amor di Dio. Ti do tutti i contanti, puoi anche prenderti gli orologi in cassaforte, ma stai calmo. Chi sei?”, balbettò l’uomo esitante.“Ancora con questa domanda pretestuosa”, protestò l’altro con aria annoiata prima di riprendere.
“Sono mesi che ti cerco. E dopo tutto questo tempo, secondo te, dovrei accontentarmi di quattro soldi e un orologio? Io sono venuto qui per te”, concluse gettando il mozzicone di sigaretta spento sul parquet.
“E cosa vuoi da me? Io sono uno come tanti, non ho mai fatto del male a nessuno. Ti prego, ti supplico”, piagnucolò l’uomo sul letto.

ImmagineL’investigatore si sistemò nuovamente il bavero, avvicinandosi alla poltrona occupata da un paio di jeans stropicciati. Li infilzò con la canna della pistola, fino a sollevarli a mezz’aria, poi li scaraventò senza riguardo a terra e prese possesso della seduta, accomodandosi a gambe accavallate.
“Dici di non avere mai fatto del male. Piccolo verme presuntuoso. Ti credi un Dio, vero?”, chiese con tono sprezzante.
“Un Dio? No, certo che no”, biascicò l’uomo terrorizzato.
“Non ho nemici, non ho mai rubato, non ho ammazzato nessuno. Vivo da solo, sono un semplice scrittore”, proseguì nella sua improvvisata arringa difensiva.
“Un semplice scrittore, dici. Poverino. E questo sarebbe sufficiente a discolparti?”, lo incalzò l’intruso con tono inquisitorio, accendendosi un’altra sigaretta.
“Beh, ecco, sì. Non ho mai scritto per diffamare qualcuno. I miei sono banali racconti di fantasia. Invento personaggi. Perché dovrei sentirmi in colpa?”, domandò l’uomo.
“Certo, inventi personaggi. Bella forza. Dovrei essere impressionato? Farti un applauso?”, provocò il novello Humphrey Bogart dalla mascella volitiva.
“Per quale motivo crei dei personaggi? Perché avverti questa dirompente necessità di raccontare delle storie? E soprattutto: che effetto pensi abbiano sugli altri le tue parole, una volta messe per iscritto?”, lo aggredì puntandogli la P-38 a mezzo metro di distanza, in corrispondenza esatta della fronte.
“Io… io… non so cosa dire. Credo di avere già queste storie in testa, o forse è meglio dire nello stomaco. È come essere incinto di un’idea, di un’ossessione che senti crescere e mutare dentro di te, finché sei costretto fisiologicamente a tirarla fuori. Insomma, per me è così. Non è un processo creativo: è più un’urgenza, un evento quasi “naturale”.
Ma non capisco: tu chi sei? Che ci fai di notte in casa mia con una pistola?”, concluse l’uomo con un inatteso rigurgito d’amor proprio.

“Resta concentrato sulle domande, per favore. Hai la tendenza a divagare. Come quando ti imponi di finire un capitolo prima di pranzo e ti ritrovi a navigare sui forum delle serie televisive in cerca di sceneggiature da scopiazzare, fino a leggere tonnellate di recensioni inutili e non ricordarti più a quale punto fossi arrivato prima di interromperti”, lo ammonì con fare paternalista.
“Ma come fai … tu come fai a saperlo?”, farfugliò sconsolato.
“Io so tutto, non preoccuparti”, tagliò corto l’uomo con la pistola.
“Ora riformulo la domanda, tu ci pensi su e mi dai la risposta vera, OK? E cerca di essere convincente, o potrebbero balenarmi in testa strane idee. Fai ordine tra i tuoi pensieri.
Sei uno scrittore, no? Sei bravo con l’indice. Io non troppo: rischierei di premerlo contro il grilletto. Dicevamo: perché crei dei personaggi?”.

ImmagineSeduto a gambe incrociate, sotto lo sguardo vigile di uno sconosciuto che minacciava di abbrustolirgli la materia cerebrale, l’uomo chiuse gli occhi e fece un lungo respiro.
“Le condizioni perfette per ragionare con lucidità”, pensò.
“Non so che dire. Per conoscere meglio me stesso?”, sbottò quasi d’istinto.
Il detective si alzò con flemma misurata dirigendosi verso il vassoio accanto al televisore della camera, sul quale faceva bella mostra di sé una bottiglia mezza vuota di Jack Daniel’s.

L’uomo lo seguì con lo sguardo, in attesa di una reazione che tardava ad arrivare, incrementando esponenzialmente la sua sensazione di disagio.
“Ti spiace se mi verso un goccetto, nel frattempo?”, disse girandosi di spalle.
“Bravo”, continuò senza attendere un cenno d’assenso. “Sono d’accordo con te”.

“Sai perché ci piacciono le storie? Sai perché, quando leggiamo, ci immedesimiamo nei protagonisti, calandoci tra le pagine come guerrieri in trincea?
Semplice: perché combattiamo la battaglia al loro fianco. Ci specchiamo nei loro pregi e difetti e ci illudiamo di migliorare noi stessi, inscenandoli. I più fortunati come te, poi, sanno scrivere la propria storia. Se ci pensi bene, tutti scrivono qualcosa ogni santo giorno. Pochissimi, però, hanno il privilegio di farsi chiamare scrittori. E bada bene, devono essere gli altri a definirti in quel modo: l’auto-investitura è inopportuna”.
“Quelli come te si inventano un personaggio per avventurarsi nei meandri della propria coscienza. Non possono intrufolarsi personalmente nello scantinato dei loro appartamenti, ma hanno fantasia a sufficienza per delegare il lavoro sporco a un piccolo scagnozzo fidato, che possa adempiere il compito al meglio”.
“Attenzione, la casistica dei protagonisti è varia: ti può capitare di tutto”, proseguì l’ospite accasciandosi nuovamente sulla poltrona, con il bicchiere in una mano e la pistola sempre puntata nell’altra.
“Puoi creare una replica a tua immagine e somiglianza, un malefico mini-me che conosce la strada per la porta della tua anima e riesce a passare per il buco della serratura; puoi costruire il modello di uomo virtuale che insegui e mai potrai essere, un avatar wanna-be con meno kg addosso e più neuroni; oppure puoi metterti in casa il nemico perfetto, l’antagonista definitivo, il Salieri che con le sue antitesi smaschera tutte le palle di Mozart”.
“E come tu li hai creati, indifferente deus ex machina che macina trame, puoi anche disporre di loro e disfartene, se pensi possa essere funzionale alla tua narrazione. Lo fai senza pensarci, con un colpo di spugna difettata che non assorbe neppure un goccio dei tuoi sensi di colpa”, sentenziò l’intruso lapidario.

Incapace di articolare una sillaba, l’uomo non osò controbattere al flusso torrenziale di quei ragionamenti.
“Già. E qui torniamo all’altra domanda. Assodato che crei storie per conoscere meglio te stesso, ti sei mai domandato l’effetto che hanno le tue parole?’”, chiese con tono pacato.
L’uomo deglutì fissando una stampa sulla parete della camera. Ritraeva la vetrina di un vecchio negozio di generi alimentari nella New York degli anni ’50, con la scritta “Sale” in bell’evidenza. Non sapeva perché, ma si trovò a pensare al doppio senso della parola in italiano e inglese, che in quel curioso caso specifico finiva per confluire in un unico significato, trattandosi di una “vendita” dove il sale era tra i prodotti della bottega.

Immagine“Beh, anche le stesse parole possono avere significati molto diversi, no?”, improvvisò per guadagnare biecamente qualche secondo.
“L’effetto dipende da chi legge. Da come quelle parole sono interpretate”, concluse con un filo di voce.
“Sono impressionato, sai? Bravo. Ti avevo sottovalutato”, fu il responso accolto con sollievo.
“Giusto. Le parole, una volta scritte, si ribellano. Escono sbattendo la porta, assumono una vita propria. Dal preciso istante in cui le vedi prendere forma, non ti appartengono più.
Sono delle ragazzine tiranniche, delle adolescenti – meglio, Adolfescenti – nazi che ti sfuggono, convinte della propria superiorità razziale.
E superiori agli uomini, se ci pensi, lo sono sul serio: come un liquido camaleontico, le parole assumono a loro piacimento la forma di chi le contiene. Eppure non scorrono come acquetta fresca: mantengono una consistenza solida, granitica, che una volta scritte le consegna a una lapide di marmo.
Le parole contano. Sì, contano morti e feriti. Seducono, ammaliano, turlupinano. Le parole sono intortanti. Insomma, non voglio annoiarti: hai pur sempre una pistola puntata in fronte. Le parole prendono vita. Giusto?”.
“Giusto”, ripeté l’uomo quasi meccanicamente in risposta al sermone.
“Prendono vita”, ricominciò il detective. “E come si diceva prima, prendono anche morte, se riesci a riacciuffarle e riappropriartene. Non trovi, però, sia un colossale atto di presunzione spezzare la vita di creature che saprebbero ormai cavarsela da sole? Non pensi sarebbe meglio concedere il libero arbitrio e lasciar loro decidere che fare della propria esistenza?”, sputò fuori tutto d’un fiato.
Un brivido di terrore gli drizzò la schiena.
“Ti prego, non voglio farti innervosire, ma non ho ancora capito nulla. Cosa vuoi?”, supplicò.
“Cosa voglio?”, urlò sporgendosi verso di lui. “Voglio lei. Lei è quella che dà un senso a tutto questo, quella che mi fa risvegliare sereno la mattina e addormentare sereno ogni notte.
Lei è la mia alba e la mia ninna nanna”, rispose trattenendo un groppone in gola, mentre si aggiustava il cappello con la canna della P-38.

L’uomo raggelò.  << Lei è la mia alba e la mia ninna nanna>>.
Quell’ultima frase e quel gesto gli erano decisamente familiari.
Appartenevano di diritto all’ispettore Russell, l’eroe dell’omonima saga di sette libri cui doveva il suo successo editoriale.
“Tu sei … Tu non puoi essere lui, vero? Tu sei un fan dei miei libri. Ti vesti come Russell e parli come lui, giusto?”, incespicò titubante.
“Non sono un tuo fan, credimi. Lo ero un tempo, forse: il primo libro non era male, sebbene la descrizione del mio personaggio fosse ancora troppo ingenua. D’altra parte, è quello che ti ha regalato la fama. E non mi sognerei mai di contestare il tuo pubblico.
I migliori sono il secondo e il terzo, sai? Lì mi hai dato spessore, rotondità, profondità.
È in quel periodo che mi hai ufficialmente dato vita. Pessimo il quarto, invece: si capiva che l’hai scritto controvoglia, solo per rispettare le scadenze della casa editrice. Mi hai fatto sembrare stereotipato, vanesio, concentrato sulle mie inutili conquiste da una notte e non sulla risoluzione del caso.
Io non sono così. Ti ho odiato, sai, fino al quinto libro, quando hai avuto la brillante idea di farmi conoscere Catherine. Ed è lì che è cambiato tutto”, disse alzandosi di scatto per versarsi un secondo bicchiere.

ImmagineOsservando quello sconosciuto muoversi con naturalezza nella sua camera da letto, frugando senza convenevoli tra le bottiglie e i segreti meglio riposti dei suoi cassetti, l’uomo impallidì attonito.
“Ti senti violato, vero? Essere messi a nudo da un personaggio che tu stesso hai inventato non capita tutti i giorni, lo ammetto. Tu però mi hai creato per questo, inconsciamente. Non sapendo fare autocritica, hai dovuto partorire un personaggio in grado di ribellarsi al suo autore. E ti è andata bene fino a oggi. Queste pagliacciate non sono nella mia indole. Ti ho lasciato in pace per sette libri e speravo di non dovermi mai abbassare a tanto.
Ma non potevo. Tu l’hai uccisa. Hai ucciso Catherine. Tu mi hai regalato l’unico barlume di luce della mia vita per lo spazio di due libri, poi me l’hai strappata via, ricacciandomi in una stanza buia ad affogare la disperazione nel bourbon. Capisci?”, sbraitò Russell infuriato.
“Ma io … dovevo. Non volevo farti soffrire”, provò a giustificarsi lo scrittore, arrendendosi definitivamente all’idea di sostenere quella conversazione.
“Avevo bisogno di un colpo di scena per il finale. E Russell è sempre stato un cane sciolto, lo sai. Non si era mai innamorato prima. Pensavo sarebbe stato più coerente per il suo personaggio tornare da solo, dopo quella parentesi”.

“Parentesi”, inveì Russell. “Parentesi, la chiami. Dissemini dolore e morte così, con la stessa serenità con cui metti un punto e virgola. Catherine era un punto, hai capito? Un punto fermo. La mia possibilità di ripartire. Ma tu non volevi darmi una chance: non avresti tollerato la mia felicità. La tua Nicole ti ha lasciato, ricordi? Ti ha accusato di essere cambiato da quando hai avuto successo. E aveva ragione. Ma non hai fatto nulla per trattenerla. Era tua e l’hai lasciata andare. Non potevi permettere che il mio amore ti ricordasse ogni mattina il tuo fallimento. Meglio far partecipare Catherine a una sparatoria ed eliminarla, con relativo buco della sceneggiatura di cui non ti sei neppure accorto. Lei detestava le armi, ricordi?
A pagina 31 del quinto libro mi aveva detto:
<<Non potrei mai toccare una di quelle. Sono fredde, gelide. Mi ricordano la gente>>.
O me lo sto sognando?”.

Immagine“Ehi, vacci piano, quella non è un’incoerenza: fa parte dell’evoluzione del personaggio. Catherine, rimanendoti accanto, era diventata più coraggiosa e cinica. Aveva imparato a considerare il rischio come parte della sua vita. E aveva accettato l’idea di sparare per sopravvivere”, si difese l’uomo.
“Una ballerina classica che si trasforma in Nikita, certo. Credibile, non c’è che dire. Complimenti. Adesso che sono tornato l’archetipo dell’investigatore tenebroso e infelice, peggio di Dylan Dog sotto psicofarmaci, sarai soddisfatto.
Senti, abbiamo davvero parlato troppo. Io sono venuto qui per farti scrivere, non blaterare”.

“Scrivere? E cosa dovrei scrivere?”, domandò conoscendo già la risposta.
“Scrivere qualcosa che la faccia tornare. Mi hai lasciato accanto a lei in una pozza di sangue, al termine di una di quelle scene-madri dal finale aperto che tanto piacciono ai tuoi lettori.
Devi trovare un modo per tenerla in vita. Una corsa all’ospedale, l’estrazione della pallottola fatta con le mie mani, un fulmine miracoloso dal cielo: vedi tu. Non mi interessa cosa ti inventerai, tanto i tuoi lettori riescono a perdonarti qualsiasi stronzata”, insinuò velenoso.
“Grazie della stima”, vomitò con quel poco di orgoglio rimasto prima di azzittirsi.
“D’accordo, scriverò: stai calmo”, disse afferrando e accendendo il portatile sul comodino.
“Forza, comincia”, intimò Russell.
“Capitolo uno”, accennò lo scrittore prendendo tempo.
“Come posso farmi venire in mente un incipit qui su due piedi, con una pistola puntata contro?”, strillò.
“Qualcosa verrà”, lo rassicurò Russell.

Il ticchettio della tastiera sopraggiunse dopo un minuto abbondante a spezzare l’imbarazzo tra i due.

<<Rosso gelido. La macchia attorno al foro del proiettile sullo stomaco di Catherine incarnava il paradosso di un colore vivido e insieme raggelante. A Russell non restava che agire in fretta. Doveva mantenere il sangue freddo>>.

sangue2“Eh, che dici? Può andare?”, domandò speranzoso come uno scolaretto alla consegna del tema di italiano.
“Puoi fare di meglio, ma non ci metto becco. È il tuo inizio. Tutti i libri partono dalle prime lettere. È meglio non sprecare subito quelle d’amore”, fu la replica.
“Non hai paura che io possa uccidere anche te?”, rilanciò spavaldo, approfittando dell’insperato calo di tensione.
“Non ti conviene”, ribatté Russell riprendendo il pieno controllo della pistola.
“Sono la ragione del tuo successo. Sono tutto quello che hai. Non penso tu sia pronto a far fuori te stesso. Non ancora, perlomeno”, affermò solenne.

“Ora fai quello che ti ho chiesto. Attieniti al protocollo. Devi solo far tornare Catherine.
Il resto delle parole arriverà da sé, comprese quelle per riprenderti Nicole. Prenderanno vita e ti daranno qualche dritta sulla tua”, lo spronò.
“Prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta. Considerami la tua ostetrica con la P-38, che ti accompagnerà nel travaglio e nella gestazione di un viaggio mentale. Che il tuo parto abbia inizio”, disse appoggiando delicatamente la canna della pistola contro la sua tempia.

“E adesso scrivi”.

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