MATCH POINT

Primo set
Zero-Quindici.
ImmagineSi comincia male, signori. Servizio acerbo e insicuro, facile preda di una risposta vincente.
L’età zero-quindici è tra le più problematiche, lo sappiamo.
Il nostro paga il prezzo dell’immaturità: non ha ancora piena consapevolezza della superficie su cui sta giocando e non ha familiarità con il tipo di rimbalzo. Si getta a rete con l’incoscienza di un bambino, lasciandosi trafiggere da un siluro dietro l’altro all’incrocio delle righe.
Attenzione, però: il ragazzino impara in fretta. Ha la strafottenza di chi non ha nulla da perdere e la sfrontatezza furibonda tipica della sua età. Dopo diversi ceffoni e i primi giochi persi, si riprende miracolosamente con una spregiudicata strategia di serve and volley che porta i primi frutti.
Sembra aver intuito che a quest’età la partita a tennis con la vita si affronta con coraggio, sfruttando l’energia e il fuoco vivido della scintilla. Un “match” all’inglese, nel senso di fiammifero: da bruciare e consumare una volta sola, come non ci fosse un secondo set.
Eccolo: ha a disposizione il primo set point. Servizio micidiale e corsa immediata sotto rete a concludere la volée. Irriverente e spericolato come un acrobata senza rete. Punto.
Il primo, tiratissimo set è suo. 1-0.

Secondo set
Quindici-Trenta. Ed è già sotto 3-0.
Pessimo avvio. La vita sembra essersi ripresa in un lampo quanto sottrattole poco prima.
L’età quindici-trenta è cruciale. Vinto il primo set, si è sentito troppo sicuro di sé e convinto di poter agevolmente dominare l’avversaria. Eccolo che prova ancora ad aggredirla con la stessa tattica, rimediando in cambio l’umiliazione di devastanti passanti incrociati.
L’emergere delle prime insicurezze ribalta la prospettiva psicologica del match.
I fastidiosi crampi all’anima, un classico in questo periodo dell’esistenza, gli fanno persino meditare il ritiro dal campo di gioco. Fortunatamente, l’abbraccio di folla della famiglia e dei sostenitori tra il pubblico lo fa desistere dall’insano proposito.
Su col morale, giù però nel punteggio di un set ormai definitivamente compromesso: 6-0 per la vita, che pareggia i conti senza difficoltà facendogli piovere addosso una grandinata di rovesci temporaleschi.  1-1.

Terzo set
Trenta-Quaranta.
Scambi molto combattuti, amici da casa.
L’età trenta-quaranta è il momento della svolta e dei primi bilanci.
È il periodo in cui capiremo di che pasta è fatto e se ha una chance concreta di combinare qualcosa di buono e portare a casa la vittoria.
La stanchezza inizia a farsi sentire, così come i primi cenni di nervosismo.
La disillusione verso le bugie della vita lo induce a inscenare un grottesco litigio con un raccatta-palle dispettoso.
Il dinamismo fisico è purtroppo ben lontano dai livelli dei primi set, al punto che il giudice di “linea” lo coglie più volte in doppio fallo. Costretto a cambiare tattica nel mezzo del cammin del nostro set, riesce però a volgere inaspettatamente l’inerzia del match a suo vantaggio, giocando d’esperienza e infilando l’avversaria con astuti pallonetti.
È durissima, ma riesce ad avere la meglio al tie-break. La vita perde clamorosamente il terzo set dopo averlo avuto in pugno per lunghi tratti.
È l’accettazione serafica del sé a fare da ago della bilancia. 2-1 per lui.

ImmagineQuarto set
Parità. Si va ai vantaggi. Dopo i quaranta, è una battaglia, una guerra di logoramento giocata sul filo dei nervi.
La calma è la virtù dei forty.
Il quarto è il set della maturità, dove il nostro cerca di ottenere conferme e chiudere i conti. Troppo rischioso abbassare la guardia e farsi trascinare dalla rivale nella trincea di un quinto set che rischierebbe di sorprenderlo al minimo delle forze.
Scambi nervosi, isterici. Una momentanea crisi di identità lo induce a commettere una sequenza sciagurata di errori non forzati. “Out”. “Out”. L’aut aut dell’esistenza.
Il momento della verità: sei dentro o sei fuori.
Nessuno dei due molla, nessuno dei due si fa strappare il turno di battuta.
La vita serve a velocità supersonica, ma la corazza ruvida dei ricordi gli permette di ribattere colpo su colpo. Punto dopo punto, le tattiche saltano e i break si moltiplicano, ma il risultato non si sblocca.
Advantage Life. Set point per la vita. Un attimo di distrazione fatale e l’avversaria ne ha subito approfittato.
Il primo servizio è fuori. Il secondo è un missile inatteso. Ace.
Ed è la vita ad aggiudicarsi il quarto set. 2-2.
“Dovrebbero abolire la seconda palla di servizio, gioverebbe allo spettacolo”, sostiene il lezioso commentatore tecnico al mio fianco, ricordandomi il miglior Gianni Clerici a Wimbledon.
Può essere, ma non servirebbe: la vita concede sempre una seconda chance a sé stessa.
E si riserva sistematicamente il diritto di precluderla agli altri.
Bando alle chiacchiere. Il fiato è poco. E va risparmiato per il gran finale.

Quinto set.
Terza età.
Dimentichiamoci il cesello e le giocate di classe: qui si parla di lotta all’arma bianca.
Il nostro va subito sotto, prima di ribaltare radicalmente l’approccio alla sfida.
Le incursioni a rete, così frequenti nei primi due set, diventano sporadiche, sostituite da un più saggio palleggio statico da fondocampo.
Bravo, ottima mossa: è l’unico modo per provare ad arginare la contendente.
Complice lo sfinimento, il ritmo rallenta e lascia il testimone alla pazienza certosina di chi prova a giocarsela senza fretta, finalmente consapevole dei propri limiti e idealmente disposto a prolungare il palleggio all’infinito.
La vita appare spazientita dalla strategia flemmatica e perde la calma, assecondando un’insperata rimonta. Le gambe sono vicinissime a cedere, pur rispondendo ancora a impulsi primitivi di sopravvivenza.
Si arriva al sei pari. Nessun tie-break nel quinto set: si procede a oltranza, finché uno dei due non stramazzerà al suolo.
7-7. 8-8. Avanti così, fino a un inconcepibile 80 pari. Pari al numero dei suoi anni.
Il nostro è letteralmente stremato, ma anche la vita porta le cicatrici del corpo a corpo.

Attenzione, c’è un colpo di scena: il giudice di sedia chiama a raccolta i due giocatori e annuncia una clamorosa deroga. Il tempo è scaduto: il match sarà deciso dall’ultimo punto. Chi lo metterà a segno avrà vinto. O la va o la spacca.

ImmagineSugli spalti il silenzio si fa surreale. “Quiet, please”.
La richiesta estrema di un ultimo istante di quiete. Ormai quasi eterna.
La battuta della vita è stanca, già sentita, ma la risposta del nostro è ancora più prevedibile.
Da diverso tempo, tende ormai a ripetersi, indolenzito dall’arteriosclerosi di chi non fa che ricordare le leggendarie giocate di un tempo perché impossibilitato a ripeterle.
Tutti i colpi migliori sono alle spalle. Il colpo della vita, però, il più importante, è lì davanti a lui. E gli indica il bottino luccicante di un’intera esistenza trascorsa a prendere il destino infame a pallettoni.
Un dritto lungolinea ben assestato costringe la vita sulla difensiva e gli accende l’istinto di gettarsi un’ultima volta sotto rete. La flebile palla smorzata che si vede recapitare nel suo campo è un chiaro invito all’arroganza di una schiacciata risolutiva.

Comunque vada, dovrà essere orgoglioso della sua prestazione.
Non è da tutti trascinare la vita al quinto set.
Molti si prendono un “Tu Sei Zero, Sei Zero, Sei Zero” e vanno a casa senza neanche una stretta di mano.
Corre voce che la vita sia imbattuta, ma non è certo il momento giusto per pensarci.
Deve mantenere la massima concentrazione, ora che forze lo stanno definitivamente abbandonando.
Ci siamo: prepara il colpo portandosi la racchetta dietro la nuca e disegna in aria i contorni della traiettoria finale, prima di sganciare la bomba e accasciarsi sull’erba a occhi chiusi. Per non riaprirli più.

ImmagineSmash.
Chissà se quella palla è rimasta in campo o no, amici da casa.
Non abbiamo il replay a disposizione. Poco importa, d’altro canto. La partita è finita.
Non è andata come se l’era immaginata, programmandola nella sua testa in ogni dettaglio prima di affrontarne gli imprevisti. Pazienza.
Il pubblico è già in piedi, a tributargli la doverosa standing ovation.
L’inquadratura ruffiana cattura le lacrime della moglie in tribuna.
In testa, gli risuonano le ultime parole del giudice di sedia: Gioco. Partita. Incontro.

Gioco. Perché la vita deve rimanere tale fino all’ultimo.
Partita. Perché si vince e si perde e non c’è logica di fondo.
Incontro. Perché la affronti da solo, ma a fare la differenza è chi andrai ad abbracciare sugli spalti.

2 thoughts on “MATCH POINT

  1. Bella metafora sulla vita, il tennis. Rende ottimamente l’idea.
    Mi piace pensare al rugby come sport metafora di vita: una palla irregolare, capricciosa e imprevedibile giocata con la testa e con il cuore. Anche se la vita, talvolta, è impla(c)cabile.

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