PRENDO CASA

“Chissà cosa mi farà fare. Chissà chi dovrò essere oggi”, pensò Alex avvicinandosi al muretto del cortile dove Amina lo attendeva come ogni giorno.
“Non mi sono mai dovuto impegnare così tanto per conquistare qualcuno, ma lei è diversa. Per Amina ne vale la pena”, si ripeté dandosi coraggio mentre le sue labbra si dischiudevano in un gigantesco sorriso alla sua vista.

ImmagineAbitavano entrambi in uno di quei deprimenti condomini popolari che affollano le periferie delle grandi città: casermoni verdi fuori e grigi dentro, alveari della disperazione che accoglievano ormai in larga parte famiglie di extracomunitari di prima e seconda generazione.
Lui ucraino, lei etiope, avevano iniziato ad annusarsi e frequentarsi di nascosto, concedendosi qualche istante rubato alle rispettive famiglie per crearsi il loro micro-cosmo magico dove edificare una casetta di speranze.

Galeotto fu un biscotto, ingenuamente e al contempo maliziosamente offerto ad Amina alla fine di uno spuntino pomeridiano estivo per fare colpo su quei deliziosi occhioni azzurri.
Da allora, l’appuntamento quotidiano al muretto si era trasformato in un estenuante ma intrigante gioco di seduzione, del quale Alex si limitava a rispettare le infantili regole scritte dalla sua capricciosa principessa d’avorio.

“Oggi sarai … un pompiere!”, sentenziava la giovane con una punta di malignità, costringendo il suo spasimante a inventarsi seduta stante una mirabolante avventura che si concludesse con l’intrepido salvataggio della ragazza dalle fiamme.
“Oggi vediamo un po’ … sarai un mago!”, tuonava Amina, trasformando Alex in un apprendista seguace di Merlino alle prese con pozioni e filtri d’amore. E così via.

Solo nell’ultima settimana, Alex aveva impersonato un poliziotto che la liberava da una gang di rapitori, un esploratore alla ricerca dell’eroina perduta, un astronauta che lasciava la Terra per tornare portandole in dono la luna infiocchettata.
E solo a missione aerospaziale compiuta, e consegna della Luna portata a termine, era giunto per Alex il momento dell’agognata ricompensa: il primo casto bacio, consumato tra gli alberi a fior di labbra e lontani da sguardi indiscreti.

Passavano i pomeriggi così, sentendosi adulti e facendo i piccoli, pur convinti di aver abbandonato da un pezzo l’età per quei giochetti puerili.
Non avevano nulla in comune, se non quella corazza di disincanto che cela le cicatrici dell’anima tipiche di chi cresce in un paese alieno, sentendosi addosso l’ironia tagliente o l’odio squarciante degli abitanti del posto.
Alex invidiava ad Amina la carnagione d’avorio e gli occhi azzurri, Amina invidiava ad Alex la pelle bianca come il latte e le pupille scure e profonde. L’infinito contraltare degli opposti che si attraggono, completandosi e scoprendosi affini in chiusura di giravolta.
Il contatto tra due castelli in aria di paure, che trovavano in un tremolante italiano dall’accento straniero il fragile ponte tibetano per collegarli.
Una lingua franca che fosse porto franco, cui approdare per avere un briciolo di quiete.

ImmagineQuel giorno, Alex non stava più nella pelle dall’eccitazione.
Si presentò sotto il portone di lei alla guida della sua nuova auto.
Nulla di che, sia chiaro: un ridicolo catorcio rosso ammaccato che i suoi gli avevano procurato dopo mille insistenze qualche giorno prima, scomodando qualche contatto familiare per spuntare una buona offerta.

Il giovane fendeva con sprezzante orgoglio le risate e i gesti di scherno della folla di vicini sfaccendati che lo osservavano sfrecciare, immaginandosi alla guida di una fuoriserie che avrebbe definitivamente conquistato la sua schizzinosa, irresistibile passeggera.
Quando era ormai quasi sotto casa, inchiodò bruscamente, strabuzzando gli occhi increduli: Amina non era sola.

Sorridente, in piedi e con un braccio appoggiato alla portiera di una lussuosa decappottabile bianca, ridacchiava lanciando occhiate cariche di complicità al guidatore.
Lo conosceva bene. Ibrahim, detto Ibra nel quartiere, era un giovane calciatore turco dilettante di bell’aspetto, celebre per il suo sguardo e per il suo destro. Entrambi al fulmicotone. Così supponente da portarsi sempre dietro un pallone, per impressionare le femmine di pavone con una variopinta ruota di evoluzioni circensi.
Alex sapeva che ben presto sarebbe sceso dall’automobile e avrebbe dato inizio alle danze, palleggiando smargiasso. Uno spettacolo disgustoso, cui non aveva certo intenzione di assistere. Capì di essere di troppo e fece mestamente marcia indietro, ricomponendo impacciato i cocci di ciò che restava del suo universo ideale.

Fu lei a tornare alla carica qualche giorno dopo, preoccupandosi per i reiterati appuntamenti mancati al muretto. Alex aveva deciso di tener duro, consapevole della necessità di allontanarsi da lei per misurare con quell’atto di forza l’interesse di Amina a ricucire il rapporto. Lo fermò con ampi cenni, mentre le stava passando davanti in macchina rientrando verso casa.

“Ehi”.
“Ehi”.
“Perché non vieni più al muretto? Non mi hai neanche fatto vedere la macchina nuova”.
“Ibra ti ha fatto vedere la sua, no? È più bella”.
“Ma cosa c’entra, scemo. Allora è per questo che eri sparito”.
“Secondo te?”
“Secondo me non hai capito niente”, concluse Amina sporgendosi dentro l’abitacolo per regalargli un timido bacio sulla guancia.
“Allora…?”, fece lui tramortito e con il cuore in gola.
“Allora sì. Scemo. Ci vediamo domani”.

Alex aveva deciso. Dopo qualche giorno, pensò fosse il caso di dare una svolta al loro rapporto.
Era pronto per il grande passo. Sì, nessuno dei due aveva ancora capito cosa fare della propria esistenza, eppure era l’unica scelta possibile. Poteva apparire folle e prematuro, ma sarebbero andati a vivere insieme.

Aveva già trovato casa. Un piccolo monolocale, in un edificio dalle pareti gialle e dal vistoso tetto rosso, scovato con un colpo di fortuna. Colori forse un po’ pacchiani, ma chi se ne importa: era perfetta per loro due. Lei lo avrebbe atteso lì ogni sera di ritorno dal lavoro.
Alex avrebbe parcheggiato il suo catorcio rosso e sarebbe entrato in casa, baciandola in fronte e chiedendole “Che c’è per cena?”. Sarebbero stati felici.

Era tutto pronto. Doveva soltanto portarle la casa. Sì, portargliela.
La artigliò dal lato della finestra e iniziò a trascinarla, finché i suoi propositi di nuova vita incontrarono un ostacolo inatteso.

“Alex, cosa stai facendo? Dove vuoi portare la tua casetta? Sai che deve stare in garage, come la macchinina nuova. Guarda, hai quasi rotto un pedale. Se lo scopre il papà, vedi. Torna qui!”.
Sogni di gloria vanificati dalla ramanzina di una madre aguzzina.

casagiallaIl mondo sa essere infame, quando hai sette anni. Esplose in un pianto disperato, per poi interrompersi di colpo, asciugandosi i lacrimoni e scacciando le gocce dal nasino corrucciato.

Pazienza: Amina avrebbe aspettato. Avevano tutta la vita davanti.
Ora che Ibra era rimasto tutto solo a palleggiare triste contro il muro del cortile, il campo era libero.
“Chissà cosa mi farà fare. Chissà chi dovrò essere domani”, pensò illuminandosi dalla curiosità.

Continua così, Alex: hai ragione tu. L’amore non è che un eterno gioco da bambini.

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