MEDAL DETECTOR

“Ha un computer? Liquidi?”.
“Sì, certo”.
“Deve metterli a parte nella vaschetta, allora”.
“Lo so, già fatto”.

La cantilena dell’addetto aeroportuale, costretto a recitare quella litania centinaia di volte al giorno con lo stesso trasporto di un prete di montagna prossimo al pensionamento, lo irritò persino più del solito.
“Da come sono organizzato, avresti dovuto capire che prendo come minimo dieci voli al mese” pensò infastidito dal mancato riconoscimento istantaneo del suo status e della sua efficienza.

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LAKE IT OR NOT

Non è vero che il lago è malinconico: è solo pensieroso. Il lago ti osserva e riflette. Riflette per capire chi sei e cosa provi. Riverbera e fa da cassa di risonanza.

Ti vede gettare sulla superficie il sasso delle tue emozioni e le amplifica, creando cerchi concentrici tutto intorno.

Puoi contemplare la luce del sole sulle vette gonfie di neve e sentirti barca a vela sospinta dalla brezza; oppure puoi vedere soltanto gelide acque immobili, custodi di mostri dei tuoi abissi più profondi.

Lui è lì placido, da sempre. Sta a te decidere. Sta a te scegliere come guardarlo. Lagoduria o Lagonìa.

(Foto: Porto Ceresio)

IL CAMALEONTE

“Buonasera, ho prenotato una stanza per questa notte”.
“Benvenuto, signore. Ha un documento?”.
“Ho il passaporto in valigia, ma non ricordo dove. È proprio necessario?”.
“Temo di sì, signore. Mi dispiace”.

Ci provo sempre, funziona di rado. Caro portiere di notte, ometto untuoso con una camicia bianca di qualche taglia fa: ti vedo mentre mi squadri svogliato, infastidito dall’interruzione del tuo horror di serie Z che ti stavi gustando dal televisorino anteguerra della tua polverosa reception. Chiedo venia per aver interrotto il tuo torpore nullafacente, ma avrei sonno e una certa necessità di infilarmi sotto una doccia bollente.
“Mr. John Austen. Are you English, Sir?”. Continua a leggere

PAST WORDS

“E chi si ricorda la password?!”.
Osservo imbambolato la fioca luce del monitor nel buio pesto del soggiorno.
L’E-commerce notturno sarebbe un sottile piacere della vita per chi soffre d’insonnia, se solo non fosse per la piaga biblica delle password abbandonate come relitti su server dove ci si è registrati anni prima.
Finisce sempre così, rifletto inviperito nel vano tentativo di raccogliere le idee.
Vedi quel gadget che ti piace, quell’accessorio che non pensavi di volere e che invece ora ti pare indispensabile, lo aggiungi al carrello e al momento di concludere l’acquisto è come se ti fermassero sul nastro trasportatore al supermercato chiedendoti il passaporto.
“Cazzo, non me la ricordo la password di questo sito, OK?” urlo nel silenzio immobile delle 3:23.
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CI SONO SEMPRE STATA

“Eppure io per lui ci sono sempre stata”.
La drammatica consapevolezza della sua natura da crocerossina non leniva il dolore, anzi, se possibile dilaniava la sua anima con ancor più ferocia, fino a farle rinnegare un’intera esistenza trascorsa al suo servizio.
C’era sempre stata, certo. E lo aveva sorretto con cieca determinazione da quando lei stessa ne aveva memoria. Lo aveva protetto dal resto del mondo, accecando con la luce dei suoi raggi la cattiveria e la meschinità  di chi avevano incontrato lungo il cammino. Continua a leggere

LA RIUNIONE DI CONDOMINIO

“Manca qualcuno o possiamo cominciare?”.
È la voce stridula della professoressa Archibugi a fendere il distratto chiacchiericcio degli invitati.
“No, dovremmo esserci tutti” la rassicura il braccio destro rag. Attilio Guidi, accomodandosi per primo alla tavola rotonda di fronte all’inseparabile blocco degli appunti.
“Chi presiede l’assemblea di condominio in assenza dell’amministratore? Cosa dice la legge?”.
La precisazione puntigliosa della giovane Vittoria, abituata all’affermazione personale dal nome di battesimo e alla meticolosità dalla professione di Direttore Commerciale di una web agency, si insinua nella perfetta macchina organizzativa imbastita dai due promotori ingolfandone gli ingranaggi.

documento“Dovremmo nominare un Presidente tra i presenti e un segretario che si occupi del verbale” risponde la prof gelida.
“Questa però non è una vera e propria Assemblea: preferirei definirlo un incontro informale tra condomini con lo scopo di discutere amichevolmente di interessi comuni” aggiunge.
“Ma quali interessi comuni! Diciamo le cose come stanno: voi volete far fuori l’Amministratore. A me sta bene, anche se non sono d’accordo, però giochiamo a carte scoperte” tuona il Maestro Preziosi, pittore di chiara fama e inquilino dell’atelier al terzo piano.  “Sappiate che non amo le riunioni segrete convocate alle spalle del diretto interessato”.

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LA BRIGATA DEI CATTIVI ESEMPI

“È davvero sicuro di ciò che sta facendo? È ancora in tempo per ripensarci, signor Darwin”.

Le parole del dottor Spencer, presentatosi all’appuntamento con una montagna di documenti da firmare, risuonarono nella stanza minacciose e vagamente fuori luogo.
“Sicurissimo” ribatté senza esitazione.
“Lei non ironizza sul mio cognome, dottore, come tutti quelli che hanno saputo della mia decisione?” aggiunse.
Il battito cardiaco era appena aumentato vistosamente, come confermava l’elettrocardiogramma alla sinistra del suo letto.
“No, perché? Dovrei forse farlo?” sbraitò il dottore fendendo l’aria con le mani per attivare la procedura dal menù-ologramma sospeso sopra le loro teste.
“Non so. Dicono tutti che il mio cognome mi rende un predestinato”.

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LITTLE CORNER

“Eppure ti ho sempre voluto bene, sai?” pensò la piccola Melanie ricacciando un impercettibile groppone in gola.
“Ma guardati, sei proprio tu. Non avrei mai immaginato di rivederti. Tu forse non mi riconosci, così sporca e lurida accanto alla ragazza che mi ha adottato. È un’artista di strada, sì, di quelle con la custodia della chitarra lasciata sul marciapiede per accogliere le offerte dei passanti.
Chissà, forse la definiresti una mendicante. Io invece sono felice della mia nuova vita.
Lei si prende cura di me, mi vuole bene. Mi sto anche abituando al mio nuovo nome: mi ha ribattezzato Melanie”. Continua a leggere

ALL’ASILO RIDO

ALL’ASILO RIDO

“Teresa, giochi con me? Dai, scappiamo”.
La schiettezza di quel piccoletto di Gianni la colse di sorpresa.
“Ma che dici?! E se poi ci scoprono ancora?” nicchiò lei guardandosi attorno furtivamente con il terrore che qualcuno li stesse ascoltando.  Continua a leggere

JOY ROTATION

JOY ROTATION

“Dottore, siamo pronti. L’intervento inizia fra due minuti” annunciò asettica la giovane alla sua sinistra.
“Si comincia” intimò la giunonica prima infermiera alla sua destra con un tono che non ammetteva repliche.
Il chirurgo si guardò attorno stranito. Osservò il vecchio orologio da parete della sala operatoria e sollevò nervosamente le braccia avvolte dal camice nel maldestro tentativo di tamponare il sudore che gli imperlava la fronte.
“Come pensa di procedere, dottore?” continuò perentoria la donna.
Il medico deglutì visibilmente imbarazzato.
“Io … non so, a dire il vero” confessò dopo qualche secondo.
“Che significa non so, dottore?”. Continua a leggere

SOLO UNDICI METRI

SOLO UNDICI METRI

Undici metri. Solo undici metri lo separavano dalla vittoria. Quella con la V maiuscola, come la Vendetta. L’orgasmo definitivo.
Un fremito di rivalsa pervadeva ogni sua fibra da due settimane esatte, quando lo stesso portiere lo aveva neutralizzato esponendolo ai feroci sfottò del popolo della strada. Perché mai gli era saltato in mente di giocarsi la carta del cucchiaio? Quell’idiota si era concesso il gusto di renderlo ridicolo senza neppure muoversi di un millimetro. Ricordava ancora il suo ghigno sardonico. Era come se quegli occhietti vispi e perfidi e quelle manone a forma di badile gli avessero vomitato in faccia: “Chi credevi di fregare? Niente da fare, bello: di qui non si passa”.

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RECLUSE

“Posso? Mi hanno detto di chiedere a te” chiese Francesca affacciandosi alla porta della cucina.
L’imponente sagoma femminile intenta ad affettare zucchine non la degnò di attenzione.
“Scusa, so che sei impegnata. Marisa, giusto? Ti rubo solo qualche minuto, promesso” proseguì la giovane esitante.
tagliereIl colpo secco del coltellaccio sul tagliere segnò l’inizio della svogliata interruzione.
“Cosa vuoi?” sibilò il donnone di spalle asciugandosi le mani con uno strofinaccio.
“Ecco, io sono nuova qui. Sono entrata due settimane fa. Avevo chiesto alla ragazza della cella accanto alla mia, ma lei mi ha detto che qui dentro bisogna rivolgersi a te per queste cose”.
“Queste cose quali sarebbero? Non so di che parli”. Continua a leggere

IL CONTASTELLE

IL CONTASTELLE

Mino per addormentarsi non contava pecore ma stelle. Rannicchiato contro il vecchio olmo alla sommità della collina che il gregge oltrepassava per discendere al pascolo, il pastore si coricava da qualche notte nella stessa posizione e guardava all’insù, verso quella porzione di volta celeste sempre uguale e delimitata alle estremità dalle fronde dell’albero sovrastante. Continua a leggere

QUANTO VUOI?

“Cerchi compagnia?”, ripeto come un mantra annoiato all’ennesimo potenziale cliente adescato tra un cocktail e l’altro.

“Dipende”, replicano di solito. Certo, avidi porci schifosi.
Dipende dalle condizioni che vi farò, da che altro?

Anche il calvo viscido incravattato che ho davanti mi risponde così, mentre ripone nella valigetta un tablet con una cronologia web così zozza che immagino farebbe impallidire dalla vergogna quella di un quindicenne alle prime turbe onanistiche. Continua a leggere

MEMORY PARK

Era lì, in piedi, all’intersezione tra North Railroad Avenue e Garretson Avenue.
A un primo sguardo, i passanti di quella zona di Staten Island lo avrebbero forse scambiato per uno di quegli sgargianti uomini-sandwich che nelle ore diurne invitano i passanti ad approfittare delle straordinarie offerte su giornali e sigarette del chiosco Quick Stop all’angolo. Continua a leggere

CASO DOLCE CASO

“Taxi! Taxi!”. Ilaria attraversò la strada con passo sicuro, brandendo lo smartphone che la isolava dal resto del mondo.
Il braccio destro arpionava un’elegante borsa Louis Vuitton di pelle marrone, lasciando sospesa a mezz’aria un’altezzosa mano esile che le conferiva l’aspetto di una nobildonna capitata per caso tra i comuni mortali. Continua a leggere

STATUE VIVENTI

STATUE VIVENTI

“Oggi è Cupido. Gli si vedono i muscoli. È ancora più bello del solito”, pensò Monica.
Un bimbo esagitato spuntò dal portone di un palazzo, urlando: “Mamma, mamma, guarda che bello!”.
“L’ho pensato prima io, carino”, partorì la testa di Monica senza poter dare voce alle sue parole. Continua a leggere

NON FARLO

“A che piano va?”, le chiese distaccato senza distogliere lo sguardo dal cellulare.
“All’ultimo, grazie”, rispose la ragazza bionda frugando nella borsetta in cerca dell’accendino.
“Anch’io”, mormorò lui con un sorriso accennato schiacciando il pulsante numero 9.
L’ascensore si avviò pigramente, preceduto da un cigolio sinistro che ne rivelava inequivocabilmente l’età avanzata. Continua a leggere

ROSSO GELIDO

“Chi sei?”, gridò terrorizzato svegliandosi di soprassalto.
“Dimmi tu chi sono”, replicò serafico quello che sembrava essere un detective, aggiustandosi l’impermeabile color sabbia e il cappello abbinato con la tipica gestualità spaccona di un film noir.
L’ospite indesiderato lo osservava dai piedi del letto, puntandogli contro una P-38 originale che avrebbe fatto la gioia di qualsiasi collezionista. Continua a leggere

CAPO DANNO

“Allora, pronti per il conto alla rovescia?”.
Il suo amico Edo non poteva che confermarsi il gran cerimoniere di ogni Capodanno degno di tale nome.

Angelo corse obbediente in cucina a munirsi di cavatappi, rischiando di inciampare nella navicella spaziale di Jacopo, figlio di Edo, totalmente concentrato nella sua meritoria opera di salvataggio dei terrestri da un’orda spettrale di morti viventi.
“Buffo”, pensò armeggiando tra i pensili. “Il Capodanno è una sorta di apocalisse zombie in miniatura. Ci sono i cadaveri dei ricordi dell’anno che vagano senza meta, cercando di aggredirci e rimanere attaccati a noi. A mezzanotte, il pericolo è scongiurato: stappiamo una bottiglia e li colpiamo in testa per lasciarceli definitivamente alle spalle. Continua a leggere

L’EREDITÀ

Scratch. Scratch.
Il fruscio sommesso della lama d’acciaio del tagliacarte echeggiava come un boato nel silenzio immobile dello studio, sovrastando il clic intermittente delle lucine che addobbavano il bianco alberello di Natale dietro l’imponente scrivania.
Il notaio De Santis aveva appena rimosso il sigillo di ceralacca e si accingeva a completare l’operazione che avrebbe rivelato il contenuto della busta. Continua a leggere

CHIAMATA PERSA

“Sconosciuto”.
Non si accettano caramelle da quegli individui, figuriamoci se si risponde a un numero mai visto prima. Il lampeggio del display faceva ancora più risaltare l’irritante ronzio del telefono sulla sua scrivania, impedendogli di concentrarsi.
Il cellulare danzò impaziente per quasi trenta, interminabili secondi, girando su se stesso in senso orario sospinto dalla vibrazione fino a terminare la sua corsa spostato di quasi novanta gradi rispetto alla posizione originale. Continua a leggere

GUARDIANI DEL CIELO

“Torre di controllo ad Aquila1. Aquila1, mi senti?”.
“Forte e chiaro”.
“Comunica la tua posizione”.
“Sto per intercettare l’oggetto volante non identificato. Procede indisturbato in direzione sud-ovest. Mi mantengo a distanza di sicurezza”.
“Aquila1, avvicinati con cautela. Potrebbe essere pericoloso”.
“Ricevuto”.
“Sei in grado di descriverlo?”.
Aquila1 sentiva sulle sue ali il peso di una responsabilità mai provata prima. Continua a leggere

OLTRE LA PORTA

“Chissà se alla fine di tutto vedremo la luce”, mormora terrorizzata una mela ancora acerba alla vicina UVA abbronzata.
“Dite quello che volete, ma io preferirei restare al buio quaggiù”, ribatte un tiramisù dal piano di sotto.
C’è subbuglio tra gli alimenti del frigorifero. Non conta il colore, né il posizionamento gerarchico. Tutti si ritrovano prima o poi a contorcersi nel medesimo dubbio esistenziale:
c’è vita oltre la Porta? Continua a leggere

IL TAPPETO MAGICO

Mario potrebbe chiamarsi Gianni. O un altro nome comune a caso.
Vercingetorige no, invece: ci vuole carattere, per portare un nome del genere. E pensare che sarebbe perfetto per la sua professione avventurosa, persino sexy, di quelle che suscitano immediata stima ed empatia negli interlocutori.
Sì, perché Mario è Vigile del Fuoco. E tutti lo immaginano coraggioso, indomito, pronto all’azione. Lui, però, non è niente di tutto questo. Apatico, abulico, buono per convenienza e inerte per scelta: ama rifugiarsi in un generico altrove perché ogni luogo lo mette a disagio. Continua a leggere

L’ISTINTORIA

L’insegna del negozio avrebbe già dovuto insospettirlo. “IS Tintoria”.
Che razza di nome, per la lavanderia di un anonimo centro commerciale che accoglie la transumanza domenicale delle mandrie di consumatori al pascolo.
Persone che si ritrovano tra gli ingorghi verso gli uffici dal lunedì al venerdì, per finire la settimana ancora in coda nei parcheggi dei megastore.
Uomini e donne frettolosi, scorbutici nonostante il dì di festa, infastiditi alla semplice idea di decifrare messaggi più complessi di un cartello che declami “Ogni venti euro una margherita in omaggio”, per poi aggiungere beffardo “Pizza con bufala”: un subliminale presagio di fregatura. Continua a leggere

MATCH POINT

Primo set
Zero-Quindici.
ImmagineSi comincia male, signori. Servizio acerbo e insicuro, facile preda di una risposta vincente.
L’età zero-quindici è tra le più problematiche, lo sappiamo.
Il nostro paga il prezzo dell’immaturità: non ha ancora piena consapevolezza della superficie su cui sta giocando e non ha familiarità con il tipo di rimbalzo. Si getta a rete con l’incoscienza di un bambino, lasciandosi trafiggere da un siluro dietro l’altro all’incrocio delle righe. Continua a leggere

IL CARICATURISTA

Lo avrebbero definito un “carica-turista”, ma lui i turisti non amava aggredirli: li aspettava placido e paziente. Il suo traballante cavalletto scalcinato detestava la folla sguaiata di Place du Tertre, la celeberrima piazzetta dei pittori di Montmartre a Parigi che ospitava poco lontano il vocio festante di visitatori provenienti da ogni angolo del globo. Continua a leggere

FIL ROUGE

L’inquietante bimbo albino dagli occhi di ghiaccio recitò impassibile:
“Hai un minuto da … ora”.

ImmagineCinquantanove. Cinquantotto. Cinquantasette.
Il timer collegato ai due detonatori scandiva inesorabile la sua corsa verso lo zero cosmico, il Big Bang che avrebbe cambiato per sempre il corso della sua esistenza. Continua a leggere

PER NON SENTIRSI SOLI

Entrò nella sua vita in un afoso pomeriggio di luglio.
Viveva da qualche settimana nei paraggi, ma non l’aveva mai degnata di attenzione: era una di quelle vicine di casa insulse che ogni tanto incroci alla finestra, ma di cui in realtà ignori bellamente l’esistenza. Continua a leggere

IL CASELLANTE

“Ma perché non aboliscono i caselli?”, ringhiò rabbioso.
L’appuntamento con il cliente rischiava di saltare. Mancavano due ore all’incontro e 174 Km da percorrere. Google Maps pontificava minacciosa “1h 48 m” all’arrivo, dallo schermo dello smartphone all’interno dell’abitacolo. Un insulso intoppo e l’ora e quarantotto si sarebbe espansa a macchia d’olio, in un bizzarro conto alla rovescia in cui macini strada a rilento e il tempo rimanente cresce inesorabile, anziché scendere. Continua a leggere

IL MIO PEGGIOR NEMICO

Ridacchio sotto i baffi e mi godo lo spettacolo di voi due.
Non so davvero come tu possa essere combattuta tra me e lui: non potremmo essere più diversi. O forse, a pensarci bene, è da questa nostra sfacciata dicotomia che deriva la tua indecisione cronica.
Sospesa a metà come un asino di Buridano, sei troppo concentrata sul tuo “Io-Ioooo” per accorgerti di chi vorrebbe farsi sbranare da te. Continua a leggere

PRENDO CASA

“Chissà cosa mi farà fare. Chissà chi dovrò essere oggi”, pensò Alex avvicinandosi al muretto del cortile dove Amina lo attendeva come ogni giorno.
“Non mi sono mai dovuto impegnare così tanto per conquistare qualcuno, ma lei è diversa. Per Amina ne vale la pena”, si ripeté dandosi coraggio mentre le sue labbra si dischiudevano in un gigantesco sorriso alla sua vista. Continua a leggere

IL COLLOQUIO

IL COLLOQUIO

colloquioCi siamo quasi. Sarà qui a momenti.
Non devo essere nervoso.
Non posso sbagliare.
In genere, ai colloqui c’è sempre un secondo giro. Puoi permetterti di lasciare qualche perplessità al primo incontro e recuperare con un colpo di coda ruffiano all’ultimo round.
Oggi no. Oggi ci si gioca tutto. Continua a leggere

L’ATTACCHINO

“Arriva per tutti il momento di osservare la realtà da una panchina. Se ci finisci a ventun anni, però, inizia a preoccuparti”. A questo pensava Iris, placidamente sprofondata di fronte al laghetto delle anatre da ormai un paio d’ore.
Università, esami, spinning, aperitivo in centro, status su Facebook, fai shopping compulsivo, corso di giapponese, volontariato al canile, chat di gruppo su Whatsapp: le sue giornate scorrevano con la soffocante frenesia dell’agenda di un amministratore delegato, risparmiandole la fatica di fermarsi a riflettere. Continua a leggere

VITA DI HU

Crescere in un monastero tibetano ha i suoi vantaggi.
Ti mancano i termini di paragone con quella che il resto del mondo, lontano dai tetti piatti di Shigatse, chiama “vita normale”.
E respiri un’aria diversa, non solo perché rarefatta.
Fin da bambino, Hu sgattaiolava agile tra le distese aride dell’altopiano senza un filo di fiatone, tra gli sguardi protettivi dei monaci che lo avevano trovato abbandonato in una culla diciassette anni prima. Continua a leggere

MEZZO VUOTO, MEZZO PIENO

7:15. Sveglia del cazzo. La vera ricchezza sta nella privazione.
Sì, nel privarsi definitivamente di un oggetto così raccapricciante e farsi catapultare in un reame incantato, in cui i comodini siano abitati esclusivamente da libri e un abat-jour.

Dentifricio finito. Non ho neppure la forza per muovere un dito e dovrei cercare un tubetto nuovo nel sottoscala. Non esiste. Si fotta. Lo spremo immaginando di strangolarlo.
Qualcuno mi dica dove cacchio è finita la maglietta rossa. A monte, troppo tardi.
La vestizione di oggi è randomica. Un po’ come le soddisfazioni: brevi, casuali, senza logica nell’abbinare i colori. Continua a leggere

IL PADRONE DEL TEMPO

One, two, three, four. E ancora one, two, three, four, ingannandolo all’infinito.
Un batterista sa come battere il tempo.
Una mia tiritera che mi torna spesso in mente, quando mi accomodo sul seggiolino.
Anche se preferisco l’inglese “throne”, perché in quel momento mi sembra davvero un trono.
Poi, però, ci rifletto. Batto il tempo, ma non posso ammazzarlo. Si rialza sempre, lo stronzo, come un pupazzo gonfiabile con il sorriso da scemo che preso a pugni torna in piedi. Continua a leggere

ALLA PROSSIMA

Sono tante corriere e corrono.
Puoi stancarti e prenderne un’altra, tanto la destinazione è uguale per tutti.

Un tram-tram identico a se stesso, con un’unica via di fuga: il “blin-blon” all’unisono di due anime affini che annunciano la discesa dalla carrozza, per ingannare lo scorrere del tempo e iniziare altrove un viaggio insieme. Continua a leggere

IL MIO COINQUILINO

Cos’è il senso di colpa?

Il senso di colpa è un punteruolo acuminato che ti corrode, ti consuma, ti si conficca come un chiodo fisso al centro del cranio.
Prende possesso del tuo cervello e lo occupa, sfrattando a calci ogni altro inquilino.
È un compagno di stanza invadente che ti mette la scrivania a soqquadro riempiendola delle sue cianfrusaglie, tiene la musica a palla quando stai cercando di studiare e russa come una segheria di notte appena prendi sonno. Continua a leggere

OSSERVATA SPECIALE

Guardati. Stronza. Non ti vergogni neanche un po’?
È la seconda volta, oggi, che mi passi davanti senza degnarmi di uno sguardo.

Eppure ero io ad avere addosso il sapore delle tue lacrime, la sera dell’addio di quel bastardo.
O quando la tua presunta amichetta del cuore ti ha tradita, rivelando cosa pensavi della tua spocchiosa compagna di banco alla diretta interessata.
O ancora prima, il giorno in cui a 13 anni tua madre ti ha trovato le sigarette in borsa e ti ha reclusa un mese in casa. Continua a leggere

E IL CERCO SI CHIUDE

Era ancora lì.

Si era appena tastato meccanicamente lo sterno, con un tic involontario che ripeteva sempre nei momenti di nervosismo per accertarsi che il ciondolo fosse sempre al suo posto.

Era un penny inglese degli anni ’30 e apparteneva alla collezione numismatica del nonno.
Chissà dov’erano finite le altre monete, pensò.
Probabilmente in eredità a un vecchio zio, che le aveva accettate a malincuore come parte del pacchetto puntando a qualcosa di più sostanzioso.
Pazienza. A lui era rimasto l’unico pezzo del quale il proprietario fosse davvero orgoglioso. Continua a leggere