MEDAL DETECTOR

“Ha un computer? Liquidi?”.
“Sì, certo”.
“Deve metterli a parte nella vaschetta, allora”.
“Lo so, già fatto”.

La cantilena dell’addetto aeroportuale, costretto a recitare quella litania centinaia di volte al giorno con lo stesso trasporto di un prete di montagna prossimo al pensionamento, lo irritò persino più del solito.
“Da come sono organizzato, avresti dovuto capire che prendo come minimo dieci voli al mese” pensò infastidito dal mancato riconoscimento istantaneo del suo status e della sua efficienza.

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Claude Willmar era un cosiddetto frequent flyer. Un destino quasi scontato per chi si sentiva apolide dalla nascita. Nonna parigina, dalla quale aveva ereditato la radice del nome di battesimo; padre lussemburghese, proveniente da una storica famiglia di banchieri che gli aveva trasmesso cognome e futuro professionale in un istituto creditizio; madre originaria della Torino bene, a recargli in dono pragmatismo, realismo spesso sconfinante nel pessimismo cosmico e un passaporto italiano di rado sfoggiato negli aeroporti di tutto il mondo. Rebecca, la figlia diciannovenne avuta dal primo matrimonio, aggiungeva al ricco ventaglio di antenati la madre catalana, ex-moglie di Willmar ora ritornata nella nativa Barcellona.

Poco dopo essersi iscritta al primo anno della London School of Economics, dall’alto delle sue sette lingue apprese quasi tutte per induzione (francese, tedesco, lussemburghese, inglese, catalano, spagnolo e italiano), Rebecca aveva confidato al padre: “Quando i miei compagni di corso mi chiedono la nazionalità, non so che dire. “Europea” sarebbe la risposta migliore”.
L’uomo ripensò per qualche secondo con orgoglio paterno al brillante futuro che attendeva la geniale poliglotta di casa, subito prima di ricomporsi e tornare a concentrarsi sul suo volo.

Dopo la prima settimana dell’anno trascorsa tra Ginevra e Francoforte, il banchiere si apprestava finalmente a tornare a casa nel suo amato Lussemburgo, pronto come ogni domenica a condividere il volo con i “pendolari” della Ferrero di ritorno nel Granducato.

Valigetta nella mano sinistra, cellulare aziendale connesso al volo alla Wi-Fi per un ultimo controllo alle mail, l’uomo si avviò verso il cartello “Departures” con passo marziale, seguendo meccanicamente un percorso che avrebbe potuto percorrere a occhi chiusi, quasi come la camminata sul vialetto alberato all’ingresso della sua villa Liberty.

Appena svoltato l’angolo alla sua destra, si ritrovò quasi a sbattere contro una parete di tramezzo mai vista prima, corredata da un eloquente cartello “Work In Progress”. Un curioso segnale “Gates”, scritto con quello che a prima vista sarebbe potuto apparire un tratto di pennarello nero, invitava il confuso viaggiatore a tagliare alla propria sinistra e avventurarsi giù per una minuscola scala solo parzialmente illuminata.

workinprogress“Ma che ca…!” si lasciò sfuggire l’uomo, troncando provvidenzialmente una tipica esclamazione in italiano che usava spessissimo anche con i colleghi per camuffare il suo disappunto ai meeting.
“Da quando esiste quella scala? Non l’ho mai vista prima” bofonchiò tra sé e sé con il fedele e arrancante trolley al seguito.

Un curioso nastro trasportatore dalla larghezza superiore allo standard lo accolse in fondo ai ripidi scalini. Distratto a tradimento da una notifica Whatsapp, non si stupì più del dovuto e avviò la consueta procedura di svestizione da aeroporto, tuffandosi da contorsionista nella chat per rassicurare il facoltoso cliente sul basso coefficiente di rischio delle obbligazioni incluse nel suo fondo di investimento.
Dal fondo dello stanzone un uomo sulla cinquantina, agghindato con semplice t-shirt bianca, improbabili pantaloncini azzurri sportivi con cintura sopra l’ombelico e infradito d’ordinanza, si alzò di scatto dallo sgabello per venirgli incontro.

“Fermo, fermo, un attimo di pazienza!”.
Claude alzò lo sguardo dallo schermo e trasalì alla vista di quell’inconcepibile bagnino dei cieli.
“Prego?” rispose con tono snob intenzionalmente esasperato.
“Non può ancora passare, signore, mi dispiace” incalzò l’omino da spiaggia.
“Non capisco. Ho messo sul nastro gli oggetti metallici, ho isolato i liquidi e ho appoggiato il laptop in una vaschetta a parte, come faccio sempre. Non ho altro”.
“Purtroppo non basta, sono desolato. Deve liberarsi di tutto”.
“Ascolti, ho molta fretta, non ho voglia di litigare e non credo che lei lavori per l’aeroporto, a giudicare dal suo abbigliamento. Dov’è il personale? Non vedo nessuno, oltre a lei” sbraitò tutto d’un fiato.

“Io lavoro qui, non si preoccupi. Questo check-point è diverso da tutti gli altri. Io stesso sono obbligato a vestirmi così, altrimenti non potrei stare qui da questo lato”.
“In che senso diverso? Io vedo le solite cose, dal nastro trasportatore al metal-detector”.
“Oh, è proprio quello il punto: questo non è un metal-detector comune. Non seguiamo la procedura standard: pensi che non è neppure sufficiente togliersi scarpe e cintura per passare”.
“Non ho capito, cosa dovrei fare allora? Mettermi nudo?” vomitò tagliente cercando lo sguardo del simil-bagnino.
“Più che mettersi nudo, direi a nudo, signore” ridacchiò l’uomo non riuscendo a tradire un briciolo di autocompiacimento.
“Mi favorisca i documenti, per favore” aggiunse da perfetto carabiniere al posto di blocco.
“Di che documenti parla? Vorrà dire la carta d’identità e la carta d’imbarco”.
“No, guardi, mi passi direttamente il portafoglio”.

Airport-Security

Claude frugò nella vaschetta, sotto l’impermeabile beige d’ordinanza che accompagnava ogni sua missione.
“Uh, bravo, mi passi anche quello”.
“Ma certo: prego!” si arrese, consegnando gli effetti personali.

Imperturbabile nella sua tenuta vacanziera, l’addetto iniziò a scandagliare il contenuto dell’elegante portafoglio in pelle nera, partendo dagli scomparti delle carte di credito fino ad arrivare al portamonete.
“Come mai tiene un anti-dolorifico insieme alle monetine da un euro?”.
“Non so, è vietato trasportare una pastiglia per il mal di testa?”.
“Qui è vietato, eccome: non ci sono aiutini (è una parola orribile, non trova?) contro lo stress. Lei lavora in banca, vedo. O forse è meglio dire che chi lavora in banca è alle sue dipendenze. Bel biglietto da visita, con la scritta President in rilievo. Non ne ho mai visti di così raffinati, deve essere un vero pezzo grosso”.

Il banchiere prese posto su una sedia di plastica posizionata chissà perché poco prima del nastro, accasciandosi rassegnato sullo schienale.
“Le sembra normale fare commenti sulla mia professione? Mi faccia capire, vuole anche la dichiarazione dei redditi e la fedina penale? Ho un aereo fra 45 minuti e sto iniziando a spazientirmi”.
“No, non ho bisogno di conoscere le sue entrate mensili: mi interessa di più la frequenza delle sue uscite. Da casa, intendo. Per esempio, mi dica: qui vedo una foto di una ragazza, credo da poco maggiorenne, con la felpa della sua università londinese. Deduco sia sua figlia. Quante volte è andato a trovarla?”.

L’accusato non seppe trattenere un moto di stizza.
“Ma come si permette? Adesso abbiamo cominciato il processo alla mia figura paterna?”.
“Risponda alle mie domande e prometto di lasciarla andare senza altre complicazioni”.
“Non sono ancora andato a Londra, d’accordo? Non ho ancora avuto tempo. Ci sentiamo per telefono, a volte anche con qualche video-chiamata su Skype. Soddisfatto?”.
“Dovrebbe chiedere a lei se si sente soddisfatta, non a me” ribatté velenoso l’ometto, controllando il passaporto.
“Residenza in Lussemburgo. Almeno sua figlia riesce ogni tanto a venire a trovarla o non vi vedete da mesi?”.

Abbassò d’istinto la testa, ritrovandosi inconsapevole a fissare una piastrella del pavimento con evidente imbarazzo.
“No, non ci vediamo da un po’” ammise infine con un filo di voce.
“Nemmeno per Natale?”.
“Nemmeno per Natale”.
L’addetto affondò la mano sinistra nella tasca dell’impermeabile, estraendone un secondo passaporto.
“Passaporto lussemburghese e anche italiano, quindi. Come mai, se posso?”.
“Mia madre è di Torino, va bene?” confessò, ormai remissivo e disposto a collaborare pur di chiudere quel terzo grado il prima possibile.
“E parlando sempre di uscite, suppongo che in questi giorni abbia degnato sua madre del privilegio di una sua visita prima di tornare alla base, giusto?”.
Claude divenne paonazzo e iniziò a balbettare con la voce rotta dall’emozione: “Beh, a dire il vero stavolta non ho fatto in tempo. Ho avuto delle grane sul lavoro e … non sono riuscito a passare. Tornerò presto a Torino, in ogni caso: ho molte cose da sbrigare qui”.
“Chiedo scusa” si inserì l’ometto a rigirare il coltello. “Questo anello attaccato al portachiavi della sua Maserati è proprio ciò che penso? Mi dica che non è la fede del suo matrimonio, custodita gelosamente anche dopo il divorzio”.

portachiavimaseratiIl banchiere si afflosciò sul sedile, sgonfiandosi come uno di quei pratici cuscini da viaggio che appoggiava alla nuca per il pisolino ristoratore in aereo prima di ripiegarlo nella valigetta all’arrivo. La sua non era debolezza: preferiva definirla inemuri, come i giapponesi chiamano i brevi sonnellini rifocillanti sui mezzi pubblici per riprendersi dai folli ritmi lavorativi. Sì, anche per lui il riposo del guerriero era motivo di vanto, non segno di indolenza.

“Ehi, a cosa sta pensando? Prima mi risponde, prima la lascio andare, si ricordi”.
L’imputato si risvegliò dai suoi pensieri-diversivo con un sussulto.
“Sì, no, insomma, quella è la fede del mio precedente matrimonio. Non trovo ancora il coraggio di disfarmene, credo” confessò con voce flebile.
“Mi lasci indovinare, se permette: rapporto finito per colpa del suo lavoro e della sua scarsa presenza a casa”.
Il banchiere non trovò la forza di opporsi alla deduzione.
“Le storie non finiscono per una sola ragione. Certo, il lavoro mi portava spesso in giro per il mondo e ha contribuito ad allontanarci. Non posso negarlo”.

L’addetto alla sicurezza scosse la testa deluso e svuotò il contenuto della valigetta e del portafoglio su una vaschetta del nastro trasportatore.
“Mi perdoni, deve lasciare qui tutto. Vediamo cosa c’è. Abbiamo tre carte di credito, perché naturalmente una non è abbastanza. Qui c’è un estratto conto personale con un saldo (mi faccia vedere) alquanto ricco, mentre questo è un contratto di fusione per incorporazione di un’altra banca fresco di firma. Era questo lo scopo della trasferta di oggi, vero? Immagino sia molto soddisfatto di avere concluso l’accordo. E per finire, cosa abbiamo qui?”.
L’uomo si addentrò nei meandri di una tasca segreta del soprabito fino a trovare un foglio di giornale ripiegato in otto pezzi.
“Aha, l’articolo dell’Economist che la include addirittura tra gli Outstanding Managers Of The Year. Congratulazioni, ma anche questo non può passare i controlli”.

Claude ebbe un ultimo rigurgito d’amor proprio.
“Senta, io devo andare. Ho risposto a tutte le sue domande, posso sapere perché non posso portare con me questi oggetti? Qui siamo alla follia pura, ha capito?” urlò con una vena del collo in pericolosa evidenza.
“Si calmi, non le fa bene innervosirsi così. Questi oggetti (ah, quasi dimenticavo, anche questo Rolex, naturalmente), rimangono qui perché rappresentano alla perfezione tutti i suoi successi. Denaro, riconoscimenti, status symbol materiali: in una parola, tutte le sue medaglie da appuntare al petto” concluse l’uomo con aria trionfante.

“E questo che significa? Non ha risposto alla mia domanda: perché devo lasciarli qui?”.
“Perché questo è un medal-detector, signore. Rileva la presenza di tutti i traguardi materiali raggiunti e costringe chi passa di qui a lasciarseli alle spalle, mostrando soltanto ciò che resta una volta eliminati gli orpelli”.
Il banchiere, impietrito, si alzò con aria di sfida.
“E di me cosa resterebbe, tolti i successi materiali? Sentiamo!”.

“Beh, mi spiace, signor Willmar: non rimane molto. Un matrimonio distrutto per rincorrere il potere, una madre che non degna della sua compagnia neppure quando si trova in città per lavoro, una figlia trascurata in un momento cruciale della sua giovane esistenza. Un quadretto non esaltante, vero? E non abbiamo ancora parlato di suo padre. L’articolo del giornale lo citava come uno dei patriarchi della moderna finanza, recentemente scomparso. Posso chiederle in che rapporti foste? Penso sia stato un esempio per lei, vero? Come si dice in questi casi: la mela non cade lontano dall’albero. Un modello ingombrante, con il quale rapportarsi ogni giorno, spesso uscendone con le ossa rotte”.
I suoi occhi tradivano una tristezza profonda. Raccolse le forze per qualche istante prima di farfugliare: “Sì, mio padre ha voluto trasmettermi i suoi valori. Sperava fossi in grado di portare avanti con successo la cosiddetta tradizione di famiglia”.
“Quindi la stessa sensazione che lei prova pensando al destino già segnato di sua figlia, no?”.
deglutì e accusò il colpo senza rintuzzare.
“Quando se n’è andato?”.
“Molti anni fa. Era ancora giovane, ha avuto un attacco di cuore a neanche sessant’anni”.
“Che dice, Willmar: vuole seguire anche questa volta la sua strada?”.
“No, no” rispose l’uomo meccanicamente.
“Prego, può andare. Troverà tutto ciò che le occorre oltre il nastro”.
Claude si avviò con passo lento verso l’uscita. “Si è fatto tardi, penso di aver perso l’aereo. A quest’ora avranno terminato l’imbarco”.
“Pazienza, vorrà dire che dovrà chiamare sua madre e magari fermarsi a dormire da lei questa notte. I servizi aeroportuali si scusano per il disagio arrecato e si permettono di imbarcarla gratuitamente sul primo volo di domani a parziale compensazione dell’inconveniente. Questa è la sua nuova carta d’imbarco: non sarà necessario passare dalla biglietteria della sua compagnia aerea. Prego, la voglia accettare”.

Osservò distratto il pezzetto di carta consegnato e trasalì.
“Ma questo è il primo volo di domani per Londra, non per Lussemburgo!”.cartaimbarcolondra
“Oh, voglia perdonarmi, deve esserci stato un errore nell’emissione della nuova tratta. Parlando di Londra, devo avere confermato la città con la L sbagliata. Capita, quando i nomi sono vicini nell’elenco. Vuole un biglietto nuovo o forse… coglie l’occasione per passare a trovare sua figlia?”.

Si fermò a riflettere. “Beh, considerando che il biglietto è già stato emesso, forse potrebbe valere la pena salutare il caro vecchio Big Ben e poi Rebecca, se fosse libera. Le mando un messaggio. Un attimo, però: dovrò comprare dei vestiti sul posto, non ho abbastanza ricambi per trascorrere qualche altro giorno fuori casa”.

Un risolino sardonico dell’omino lo interruppe. “Ne è sicuro? Guardi meglio in valigia”.
Il banchiere sbloccò con circospezione la serratura del lucchetto appena chiuso e diede un’occhiata all’interno del bagaglio.
“Non è possibile, ci sono due completi, camicie, pantaloni mai visti prima!” esclamò sempre più stupito.
“Vede, mio caro? Ogni scelta comporta conseguenze a cascata. Ora si ritrova dei vestiti nuovi di zecca. E le zecche moleste che la ancoravano alla sua esistenza precedente sono un lontano ricordo”.

Claude raccolse le sue cose e si avviò verso l’uscita ancora inebetito.
“Beh, grazie. E buon anno” si lasciò sfuggire con un filo di voce.
“Buon anno a lei. Le auguro dal profondo del cuore di non incontrarmi mai più” declamò l’addetto alla sicurezza scattando sull’attenti.

“Ciao papà”.
Rebecca accolse il padre l’indomani agli arrivi di Heathrow con un abbraccio intirizzito.
“Ciao tesoro, questi cioccolatini sono da parte della nonna. L’ho vista ieri sera”.
“Come mai questa sorpresa? Non ti aspettavo”.
“Non mi aspettavo neanch’io. Mi sono ritrovato a iniziare l’anno in modo strano.
Com’è quel detto? Si chiude una porta, si apre un portone. In questo caso un gate, un cancello. E a dire il vero ha cancellato. Già, ha rimosso le tracce lasciate prima del passaggio, tutte le zavorre inutili e il mio bagaglio amaro”.
“Eh? Cosa dici, papà? Il freddo ti fa delirare! Dai, usciamo dal terminal”.
“Certo!” esclamò folgorato.
“Certo cosa?”.
“Forse ogni terminal racchiude in sé un inizio”.

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