VIAGGIO IN GHIRLANDA

L’Irlanda è perfida. Ti gira attorno, ti circuisce, ti avviluppa da Nord a Sud.
È più Ghirlanda, a pensarci bene. Una ghirlanda di foglie verdi e fiori variopinti che ti si posa in testa, ci entra e si stabilisce come un inquilino impossibile da sfrattare.

L’Irlanda è musica, gioia, ospitalità, modestia, bontà d’animo e paesaggi da lasciarci il fiato. Banale finché vuoi, ma questo è.

L’Irlanda è San Patrizio. Ha convertito i celti al cristianesimo, ma non li convincerà mai a guidare dal lato giusto della strada. E allora affronti le rotonde tuffandoti a sinistra, nella speranza di non trovare San Pietro oltre l’incrocio. 

L’Irlanda per le masse è il Temple Bar a Dublino. leprechaun
Un duo di musicanti di strada italiani – chitarra e batteria – accenna una traballante esecuzione di With Or Without You. Favoriti dal contesto sembrano semi-dei, venerati da una folla di simil-hippies che danzano in trance di fronte al cappello delle offerte.

Anche lontano dalle trappole per turisti, respiri la stessa atmosfera la sera dopo in un hotel sperduto a Larne, dove un drappello di settantenni intrattiene la clientela con chitarre, violini e bodhrán. Sono seduti sulle poltrone in zona bar e cantano spensierati, come fossero a un falò di amici sulla spiaggia. I clienti si avvicinano e si uniscono al coro, prima timidamente, poi più convinti. Il repertorio è deciso senza scaletta, tra una Guinness e l’altra. Si alternano alla voce e invitano tutti a raggiungerli, finché non distingui più i cantanti “veri” da quelli improvvisati.
La musica da queste parti fluisce, si mescola alla folla assorbendone l’energia per restituirla con un sorriso.
Un cartello fuori da un pub di Derry recita: “Musicians Welcome”. Segni di civiltà impensabili in molti altrove.

howth

Howth Summit – Dublin

L’Irlanda in musica è anche danza. Un lui e una lei si esibiscono a Dublino in una convulsa Riverdance, il tipico ballo dei contrasti: dalla cintola in su un blocco di ghiaccio, dalla cintola in giù un inferno di gambe a mulinello. È lo stesso dualismo degli irlandesi, pensi. Un po’ riservati e un po’ caciaroni, metà inglesi e metà americani – come quei 40 milioni di statunitensi discendenti degli immigrati. Molti ristoranti sembrano rivendicare con orgoglio il gusto dei tipici diner a stelle e strisce di periferia, con menu zeppi di burger e chicken goujons di pollaccio fritto e bisunto.
Ti ci ritrovi quasi per caso, rimbalzato dai pub dove gli avventori guardano le prime partite di Premier League. Il Manchester United è sotto 2-1 con lo Swansea. “The kitchen is closed” dicono. E lo è sempre, anche quando ti presenti alle sei, convinto di fregarli. Attorno a te, legioni di nerboruti gozzovigliano senza ritegno: si sono seduti prima dell’ora X e ne approfittano alla faccia tua, facendosi servire porzioni King Size degne di un fast food texano.
L’America fa capolino di continuo, insinuandosi di soppiatto.
Accendi la radio e sei assalito da un bizzarro miscuglio di boyband anni ‘90 e country.
Certo, il country ha anche sangue folk irlandese nelle vene. Tutto torna, pensi.

L’Irlanda è americana, sì, ma l’aria è pervasa da un delizioso sapore di understatement britannico. L’insegna di una pizzeria al trancio di Monaghan professa umilmente: “Probably the best pizza in town”. La consapevolezza di offrire il miglior prodotto della città – bella forza, siete tre anime e due fauni – non lascia spazio alla supponenza. Questione di gusti.
Forse il fast food all’angolo vende un trancio migliore, chi lo sa. È come dire: “Siamo aperti alla discussione, accettiamo un secondo posto”. C’è un intero universo in quel probably: atomi di dignità e compostezza allergici alla spacconeria da bar.
Perfino le previsioni meteo che ascolti a colazione si adeguano e annunciano un “fair amount of sunshine”. Fair. Un’adeguata quantità. Non un raggio di più, non uno di meno. Ci sono quattordici gradi e un vento disturbante, ma escludendo le solite due gocce avrete un equo ammontare di sole. Shut up, sottinteso.

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Dark Hedges

È lì che ricordi le parole della proprietaria del B&B di Portstewart al momento del check-in:
We had thirty degrees in July. Thirty, you know. Three. Zero”.
Trenta gradi a luglio. Un numero così inopportuno da richiedere lo spelling.
La sala si affaccia sulla spiaggia dove la settimana prima si è girata una scena di battaglia della quinta stagione di Game Of Thrones. La nostra landlady – come darle torto – non si capacita di come due italiani siano giunti fin lì seguendo le orme delle location di una serie TV. “Are you big fans?” domanda stupita. Ha appena compreso che un’infarinatura di base sul telefilm non potrà che portare benefici al turismo locale. E alle sue casse.
La sua squisitezza fa da contrasto a germi di diffidenza visti al Nord (l’Eire no, è differente).
Un ometto all’ingresso di un ristorante profila trenta minuti di attesa, quando sa che saranno dieci al massimo. Una coppia alle tue spalle è accolta da un roboante “forty minutes”.
Ancora qualche avventore e avremmo sentito “Two years and a half”. Di nuovo l’understatement, concludi.
Non è maleducazione, è correttezza. Tradire le aspettative del cliente è imperdonabile: meglio fornire basse aspettative e sorprenderlo in positivo.

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Mussenden Temple

L’Irlanda si sposa. Si sposa con tutto, in senso letterale. Agosto è il mese dei matrimoni.
Ogni attrazione turistica è presa d’assalto da una troupe di officianti con annesso codazzo di fotografi. Li trovi ovunque, perfino in mezzo al nulla agreste della Contea di Antrim, sul magico viale alberato dei Dark Hedges. Gli sposi sono giulivi e tracagnotti, poetici a loro modo nel candore del vestito a festa. Li guardi felici e vorresti abbatterli per avere la tua dannata foto del viale deserto, ma non riesci ad arrabbiarti: il panorama da fiaba giustifica l’attesa.
Sposi. Sposi al tempio di Mussenden vicino Downhill, dove un cartello minaccioso all’ingresso ammonisce i viandanti:
Closed For Wedding. Ci provi e chiedi: “Non ci si può avvicinare?”.
“Sì, basta rimanere a distanza”. Arrivi sul posto e vedi altri turisti entrare senza ostacoli.
Il pullmino degli sposi e degli invitati arriva dopo una mezz’ora buona.
Come per i minuti in fila al ristorante, è tutto incluso nel pacchetto turistico di sopravvivenza “Zero Expectations Tour”: prospetta lo scenario peggiore e regala una sorpresa ai coraggiosi che sceglieranno consapevolmente di proseguire.
Sposi. Sposi persino nell’hotel di Derry, che di stelle pare averne quattro, ma almeno due devono essere cadenti.
Con sole 2.995 sterline una coppia ha diritto a: pranzo da quattro portate per cento invitati, red carpet d’ordinanza all’arrivo, aperitivo discutibile in salone dedicato, reggi-torta e coltello. Taaac, taaac, taaac. È compreso nell’offerta standard un gradito corredo di sguardi di riprovazione: invidia da parte delle damigelle ancora meno abbienti degli sposi, superiorità e compatimento in caso di invitati facoltosi.
giantscauseway1A pochi metri dal rinfresco, una seconda comitiva di donnette petulanti estranee alla cerimonia indossa la fascia rosa dell’imminente Hen Night (Notte delle galline), deprimente addio al nubilato per palati forti.

Dicevamo musica, gioia di vivere, ospitalità, modestia: manca lo stereotipo della bontà d’animo e facciamo bingo.
Ti guardi attorno e vedi ovunque sedi di fondazioni e associazioni di beneficenza che invitano alla raccolta fondi. Altro che secchiate d’acqua, questi fanno sul serio. Ti viene il dubbio e fai qualche ricerca, finché scopri che secondo il World Giving Index l’Irlanda è quinta (e prima in Europa) nella classifica dei donatori mondiali.
Gli Stati Uniti sono al primo posto. America, sempre lei.

Il viaggio volge al termine. Si torna alla base.

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Carrick-a-Rede bridge

Raccogli le idee, scrivi e dimentichi i paesaggi, forse perché sanno di silenzi e parole non dette.
Il ponte di corda di Carrick-a-Rede è un traballante sentiero per un’altra dimensione, fissato con lo sputo a strapiombo sul mare: al di qua, la massa dei turisti e i selfie maleducati di un gruppetto di ragazze orientali – l’ultima percorre davanti a te l’ultimo tratto correndo e si merita il tuo “Don’t fuckin’ run”; al di là, la quiete irreale di un isolotto lambito dal vento, dove un tempo i pescatori che hanno costruito il ponte si appostavano in cerca di salmone.

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Giant’s Causeway

A pochi km di distanza, la Giants’ Causeway (o Selciato Del Gigante) ti accoglie con una distesa di colonne basaltiche di origine vulcanica e il tipico scenario del Nord: brullo, ostile quanto il gaelico che senti dagli ubriachi ai banconi, più selvatico del Sud verde, ma non per questo meno strabiliante.

L’Irlanda ti saluta con il volto rubicondo di un leprechaun che paga ai compaGnomi l’ultimo giro di Guinness.

You’re probably my favourite country” rispondo alzando il boccale.
Probably, ho detto.
Non montarti troppo la testa.
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viaggioinghirlanda

 

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