LITTLE CORNER

“Eppure ti ho sempre voluto bene, sai?” pensò la piccola Melanie ricacciando un impercettibile groppone in gola.
“Ma guardati, sei proprio tu. Non avrei mai immaginato di rivederti. Tu forse non mi riconosci, così sporca e lurida accanto alla ragazza che mi ha adottato. È un’artista di strada, sì, di quelle con la custodia della chitarra lasciata sul marciapiede per accogliere le offerte dei passanti.
Chissà, forse la definiresti una mendicante. Io invece sono felice della mia nuova vita.
Lei si prende cura di me, mi vuole bene. Mi sto anche abituando al mio nuovo nome: mi ha ribattezzato Melanie”.

offerteMonique superò frettolosamente la musicista controllando distratta il cellulare di fronte a una gastronomia adorna di sfavillanti addobbi natalizi.
Fu la voce cristallina della giovane a farla fermare, grazie a quell’ultimo acuto che per precisione tecnica e pulizia non poteva che catturare l’attenzione di un orecchio esperto.
“Vedo che ti piace ancora la musica” pensò Melanie a pochi passi di distanza.
“Chissà quanto impiegherai a capire chi sono. Sono quella che hai abbandonato, sì”.
Lanciò uno sguardo inebetito verso terra e lasciò scorrere rassegnata la pellicola ingiallita dei suoi ricordi.

Quel maledetto pomeriggio di un anno prima il treno sfrecciava nel disperato tentativo di recuperare i minuti di ritardo già accumulati. Monique sedeva accanto al finestrino con un borsone di paglia in grembo e due valigie ingombranti faticosamente riposte nell’alloggiamento sopra la sua testa. Melanie la osservava immobile dal sedile di fronte.
Alla sua sinistra, un giovane con i capelli ricci arruffati fissava la ragazza con occhi sognanti dal momento stesso in cui aveva occupato di proposito quel posto dello scompartimento per attaccare bottone.
Qualche chiacchiera di circostanza. La pioggia che non dà tregua, i disservizi cronici sulle tratte per i pendolari, fino alla domanda più ovvia: “Come mai tutto questo bagaglio, se posso chiederti?”.
Monique sorrise abbassando gli occhi. “Mi sono trasferita qualche mese fa. Queste sono le ultime valigie rimaste. Le porto in treno perché ho l’auto dal meccanico”.
“Ah, capisco. Ma non poteva aiutarti il tuo fidanzato?” s’informò subdolamente il ragazzo.
Melanie ricordò ancora il moto di disgusto di fronte a quelle parole da becero latin lover.
“No, non ho il ragazzo” bisbigliò replicando quasi tra sé e sé.

tramA distanza di sei mesi da quel ripugnante addio recapitatole via mail, aveva ancora qualche difficoltà a dichiararsi single. Quel minuscolo appartamento in centro le aveva finalmente dato la forza di ripartire. Aveva saputo ridipingere a tinte vivaci le pareti ammuffite del suo amor proprio, arredando senza fretta le stanze fino a sentirle sue.
“L’importante è che ci sia lei” aggiunse indicando Melanie con un sorriso.
Arrossì per l’involontaria conclusione ad alta voce di quel flusso interiore di buoni propositi che prendeva forma sui vetri appannati del finestrino, confondendosi a tutta velocità con il paesaggio sullo sfondo.
“È solo grazie a lei che ho ricominciato a vivere. Potrei dire che mi ha salvata. Il resto ora non conta” precisò.
Il ragazzo accusò il colpo e simulò un improvviso interesse per il magazine stropicciato sul tavolino della carrozza.
“Bèccati questa, idiota. Io e lei siamo una cosa sola. Pensavi davvero di poterle piacere?” pensò Melanie, consumata da un incontrollabile attacco di gelosia.

“Io scendo alla prossima” annunciò Monique qualche minuto dopo interrompendo un frizzante monologo del ragazzo su una stupida trasmissione televisiva della sera prima.
“Oh, scendo anch’io. E pretendo di darti una mano, non si discute” rispose lui.
“Vieni, tesoro: dobbiamo scendere” annunciò la ragazza mentre infagottava Melanie prima di alzarla di peso dal suo sedile.
Gli attimi di caos che seguirono sono impossibili da descrivere.
Le valigie trasportate con fatica, gli spintoni dei passeggeri in corridoio, Melanie strattonata tra la folla, mentre il borsone di paglia di Monique cade proprio sui gradini della carrozza, rovesciando camicie e lenzuola; il ragazzo che si getta a terra per aiutarla, i bagagli che raggiungono finalmente la banchina quando il capostazione impaziente sta per dare il segnale di ripartenza; le porte che si chiudono inesorabili, il convoglio che riparte zoppicante, Monique che si ricompone e abbozza un sorriso di sollievo prima di voltarsi alle sue spalle e sbarrare gli occhi inorridita.
“Melanie! Dove sei finita? Melanie! No! È rimasta sul treno!” urlò straziata.

Fu l’ultima volta in cui sentì la sua voce. La ritrovò un altro capostazione alla fermata successiva. Sola, spaurita e ancora tremolante, si lasciò accompagnare in ufficio senza opporre resistenza.
“Pare che tu abbia tappezzato i dintorni di volantini e disseminato il web di annunci offrendo ricompense, ma non è servito” rifletté Melanie osservandola di soppiatto.
“Non potrò mai perdonarti. Sono stata sballottata, usata, contesa e alla fine sbattuta in quella sottospecie di istituto triste e impolverato insieme ad altre piccole sfortunate che condividevano il mio destino. Nessuno mi voleva. Troppo vecchia, dicevano. E non particolarmente bella, si premuravano di aggiungere. Erano convinti che non riuscissi a sentirli. Mi hanno tutti ignorata fino all’arrivo di questa sconclusionata artistoide squattrinata dalla voce d’angelo, che ha saputo riconoscermi e scegliermi nel mazzo. Senza di lei a quest’ora sarei ancora lì in quell’angolino”.
Il rancore muto di Melanie si spense sull’accordo finale di “Little Corner”, il brano dedicato a lei che la sua nuova compagna di vita aveva composto per raccontare la magia del loro incontro. Il testo rappresentava la descrizione impeccabile di quell’istante irripetibile e sovrannaturale nel quale le corde di due anime entrano in risonanza all’unisono e vibrano “per simpatia”. O ancora meglio, per amore.

buca2“Bravissima” esclamò Monique al termine del brano, applaudendo calorosamente.
“Suonavo anch’io, sai? Ho smesso da tanto, ma so sempre apprezzare il talento. Sono tutti pezzi tuoi, vero?” domandò incuriosita.
La giovane musicista non era abituata ai complimenti in pubblico.
Persino i più generosi tra i passanti si limitavano di solito ad allungarle distrattamente qualche moneta, prima di tirare dritti per la loro strada.
“Grazie davvero. Sì, sono tutti pezzi miei, tranne qualche cover giusto per rimpolpare il repertorio. Sono contenta ti siano piaciuti” rispose imbarazzata.
“Non si sentono spesso cantanti così brave qui in strada. Meriteresti palcoscenici diversi”.
“Oh, grazie. Beh, mi piacerebbe cantare di fronte a un pubblico “vero”, magari in un locale con una band. Sarebbe un sogno. In fondo, però, sono contenta di ciò che ho. In particolare di lei” aggiunse accarezzando Melanie con affetto.
“Oh, come ti capisco. Anch’io una volta ne avevo una che … “.
La frase le si strozzò in gola. Monique riconobbe le forme sinuose di una pianta rampicante disegnata sul corpo della piccola e trasalì.  Era lei: la sua Michelle. Non potevano esserci dubbi.
Si fissarono per qualche secondo in silenzio assoluto evitando lo sguardo interrogativo della giovane artista.
“Finalmente mi hai riconosciuto. Stavo quasi perdendo le speranze. Torna a casa, dammi retta. Credo di volerti ancora bene, in una qualche assurda insondabile forma, ma sto benissimo qui in strada” pensò Melanie in una frazione di secondo.

“Stai bene? È successo qualcosa? Ti vedo strana, sembri ipnotizzata” intervenne la giovane agitando la mano davanti agli occhi strabuzzati di Monique.
“Oh, non è nulla” biascicò lei. “Anzi ora devo proprio andare, scusa. Ho un impegno. Complimenti ancora e buon Natale” concluse girandosi di scatto e iniziando a camminare spedita. Melanie e la giovane la videro volatilizzarsi nervosamente dietro l’angolo.

“La mia Michelle” pensò Monique allontanandosi. “Michelle in omaggio a papà, che mi suonava i Beatles quando avevo sette anni”.
Ricordò con chiarezza le settimane di laceranti esitazioni prima di eseguire quel disegno.
Era terrorizzata all’idea di sbagliare tutto e deturpare per sempre il corpo della piccola, finché una mattina si fece coraggio.
“Dai, Monique, forza: alla fine non è veramente la tua bambina, è la tua chitarra!”.
Avrebbe riconosciuto fra mille quella pianta dai fiori violetti sul body accanto alla buca. L’istinto le avrebbe urlato di non muoversi di lì finché non fosse riuscita a riprendersela, pagando qualsiasi cifra alla ragazza pur di riaverla fra le sue braccia.

Monique5 copyQualcosa però l’aveva frenata. Era certa di conoscere alla perfezione quell’ammasso di legno e acciaio che, ben lontano dall’essere un burattino o un robot, l’aveva aiutata con le sue note a rimettere insieme i cocci della sua dignità. Era entrata nella sua esistenza da chitarra anonima, abbandonata dal precedente proprietario dell’appartamento sotto il suo letto e ritrovata per caso il primo giorno del trasloco. Aveva assistito impotente in silenzio alle sue lacrime e alla sua annoiata rassegnazione, fino a quando una guida di Berlino era caduta dalla libreria rotolando su una corda e lasciandola lì a vibrare di dolore.
Monique, abulica sotto le coperte, si era voltata di scatto terrorizzata e l’aveva guardata per la prima volta con occhi diversi, iniziando da quel momento ad amarla con ogni grammo della sua anima fino a distinguerne col tempo voce e pensieri.

Ne era sicura: Michelle le aveva parlato. Si era rifatta una vita con qualcuno in grado di amarla e suonarla meglio di lei. L’aveva invitata a dileguarsi in silenzio, lei che non aveva fermato tutti i treni dell’universo per riportarla a casa, lei che era così priva di amore per la musica da aver addirittura smesso di suonare e comporre per dimenticarla e rimarginare la ferita del distacco. E lei aveva obbedito, abbandonandosi a quel sollievo malinconico che ti avvolge quando accetti rassegnato il matrimonio di un tuo ex con la consapevolezza che sia la scelta più giusta per tutti.
“Meglio così” mormorò aprendo la porta di casa.

vetrina2Erano trascorsi più di tre mesi da allora.
Il primo vento primaverile torturava i lunghi capelli di Monique lungo il marciapiede di una viuzza di periferia. La ragazza si lasciò alle spalle un negozietto di abbigliamento vintage e una bancarella di frutta e verdura, proseguendo senza esitazioni fino a raggiungere un vecchio negozio di strumenti musicali.
Superata la porta d’ingresso, un suono flebile richiamò istintivamente il suo interesse inducendola a fermarsi di fronte alla vetrina impolverata, dove facevano discutibile mostra di sé pochi strumenti, probabili reduci dell’esposizione natalizia: un pianoforte digitale, due chitarre elettriche con relativo amplificatore per “wannabe rockers” alle prime armi, l’immancabile ukulele tanto di moda e una chitarra acustica pigramente appoggiata a uno scaffale.
Da dove proveniva quel suono, si domandò Monique? Di certo non dall’interno, desolatamente vuoto come accadeva sempre più spesso in tanti negozi simili – o “istituti”, come li avrebbe chiamati Melanie.
“Certo che quella chitarra non è così male” pensò dandole un’occhiata.
“Non so cos’abbia di particolare. Forse è la forma, così elegante. No, deve essere qualcos’altro. Le chitarre acustiche si somigliano un po’ tutte, agli occhi di una dilettante come me. Questa però … è diversa”.
La ragazza si avvicinò per osservarne i dettagli. Si soffermò sulla paletta, scendendo lentamente lungo la tastiera fino alla tavola e al ponte. Fu allora che accadde.

Dong. Monique vide la prima corda del Mi basso vibrare distintamente dinanzi ai suoi occhi come posseduta da uno spirito inquieto. La ragazza arretrò di qualche passo incredula, mentre la corda continuava a risuonare nella solitudine della vetrina.
Si girò alla ricerca di una telecamera, credendosi per un istante vittima di uno scherzo.
“Non è possibile” provò a convincersi. Lo stupore lasciò tuttavia ben presto spazio a una sensazione di déjà vu, meglio di déjà écouté, che la avvolse nel tepore di un ricordo ancora vivido. La memoria tornò alla sua stanza e a quel libro caduto sulla sua vecchia chitarra.
Forse non era accaduto per caso. Forse ogni strumento musicale è davvero destinato a rimanere inanimato, finché troverà la persona in grado di ascoltare la sua vibrazione e riconoscerne la scintilla di vita.

Dong. Di nuovo.  Ancora una volta lo stesso fremito, quell’inconfondibile scossa.
Monique chiuse gli occhi e si lasciò trasportare al largo dall’onda di quella misteriosa nota, fino a sentirla spegnersi un’ultima volta tra i rumori sgarbati della strada.
“Ecco cos’era quel suono. Eri tu!” esclamò tornata in sé, suscitando lo sguardo di riprovazione di un anziano alle sue spalle.

vibrationVolse lo sguardo alla porta d’ingresso del negozio e trattenne a stento una lacrima.

“Non ti conosco ancora, ma so già che andremo d’accordo. Ora sono pronta per ricominciare. Vieni, ti porto a casa”.

(NB: foto tratte dal cortometraggio
“I Love My Guitar”, la cui sceneggiatura è ispirata al racconto)

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