IL CASELLANTE

“Ma perché non aboliscono i caselli?”, ringhiò rabbioso.
L’appuntamento con il cliente rischiava di saltare. Mancavano due ore all’incontro e 174 Km da percorrere. Google Maps pontificava minacciosa “1h 48 m” all’arrivo, dallo schermo dello smartphone all’interno dell’abitacolo. Un insulso intoppo e l’ora e quarantotto si sarebbe espansa a macchia d’olio, in un bizzarro conto alla rovescia in cui macini strada a rilento e il tempo rimanente cresce inesorabile, anziché scendere.
“Capitasse con la vita che ti resta da vivere, metterei la firma”, pensò. “Peccato che io debba incontrare quell’idiota e chiudere l’accordo entro sera, altrimenti della mia vita resterà ben poco domani in ufficio”.

ImmagineSarebbe stato sufficiente uno stupido inconveniente.
Come la coda al casello, ad esempio. Appunto. Ti liberi dalle maglie della tangenziale come Houdini incatenato in un baule, acceleri rabbioso inserendo la quinta e non fai che impantanarti di nuovo in una bolgia dantesca di anime traghettanti in cerca di spiccioli per allisciarsi Caronte.
Le corsie per il pagamento in contanti gremite (“mai capito perché”, pensò), quelle per il Telepass sgombre. Peccato che la sua nuova, fiammante scialuppa aziendale non ne fosse ancora provvista. Non restava che la sana, equa via di mezzo: la corsia “carta”.
“Dunque, ho Bancomat, Maestro, Visa e Maestro di Visa che supera il Bancomat di prova: ce la posso fare”, vaneggiò mentalmente. “E vada per la corsia numero 8, è sgombra”.

Fermo alla sbarra, abbassò il finestrino e allungò la VISA nervosamente con gesto meccanico, senza degnare di uno sguardo l’occupante del gabbiotto. Il segnale di allarme anomalia impiegò una frazione di secondo per accendersi nella sua testa.
Casellante? Un casellante nella corsia con pagamento elettronico?
Alzò la testa e si ritrovò di fronte una creatura tanto insipida quanto straordinaria.
Era un ometto insignificante, provvisto di un improbabile baffo arricciato à la Poirot da investigatore dandy su un anonimo volto scavato. Tutto (quasi) nella norma, non fosse stato per il petto nudo, le corna taurine e le prominenti orecchie a punta che esibiva con elegante disinvoltura.

Sembrava una creatura delle favole, uno di quei fauni della foresta che ti immagini estrarre il flauto di Pan dalla bisaccia prima di accompagnarti nell’armadio e pigiare il bottone per un regno incantato. E quasi avesse letto il rumore dei suoi pensieri, il casellante si portò proprio un minuscolo flauto alle labbra, facendolo comparire da chissà quale anfratto del bugigattolo e intonando una soave e vellutata melodia incantatrice ad accompagnare il cicaleccio del dispositivo per il pagamento.
L’uomo strabuzzò gli occhi, incredulo. Perfino un’incursione di oompa-loompa della fabbrica di Willy Wonka, a quel punto, sarebbe apparsa perfettamente a tema.

ImmagineUn nuovo zufolo flautato eseguito con una mano sola accompagnò solennemente la restituzione della carta, lasciandolo interdetto.
“Posso … avere la ricevuta?”, chiese tremante con l’ultimo barlume di lucidità rimastogli. “Fiuuuuuu”, suonò il laconico flautista avviando la procedura per concluderla infine con un salamelecco.
“Buongiorno”, provò a biascicare l’uomo congedandosi. Il fauno si aprì in un sorriso fatato, facendo per tre volte ciao ciao con la manina senza aprire bocca, come avrebbe salutato un bimbo di tre anni.

Fece i primi trecento metri con gli occhi sgranati, fissi sull’asfalto. Era davvero successo?
“Che lavoro assurdo. Talmente noioso da indurti alla follia per evitarti l’alienazione”.
Quando si avvicinò alla barriera successiva, l’episodio si era già sgonfiato nella sua memoria Ram, derubricato al rango di stranezza e archiviato nella cartella “gente strana che non ce la fa”. Ecco l’ennesimo muro di pecore in coda. Ancora una volta, fu costretto a deviare verso la corsia “carta”. Era convinto di aver imboccato la numero nove, ma si ritrovò ancora alla otto. Curioso. Alzò distrattamente gli occhi al casellante, trattenendo a stento un urlaccio in gola.

Era ancora lui. Impeccabile, professionale, lo attendeva al varco con aria di sfida.
Gli porse la VISA con un gesto lento e circospetto, indeciso sul da farsi.
Lo spettacolo ebbe nuovamente iniziò. Procedura di pagamento avviata, melodia propiziatoria eseguita con perizia al flauto, nuovo zufolo per la ricevuta e gran finale con ciao ciao muto e sorridente. Alla ripartenza, si sentì stordito come dopo un’ubriacatura molesta. Fissò distrattamente il navigatore ed ebbe un nuovo sussulto: 2h 45m all’arrivo.
“Ma se ho fatto più di 100 km da quando mancava un’ora e tre quarti, come fanno a essere quasi tre, adesso?”.

La figura spettrale della terza barriera della giornata gli si stagliò davanti minacciosa come una maestosa resa dei conti dopo appena qualche chilometro.
Imboccò risoluto la corsia otto, deciso a prendere il toro per le corna, o meglio per le orecchie a punta. “Otto come l’infinito”, rimuginò. Era finito in bocca a un loop infernale?
Il magico figuro era lì, serafico e pronto a rientrare in scena.
Questa volta l’uomo prese coraggio, anticipandolo bruscamente: “Mi scusi, ma oggi ho passato tre caselli ed è la terza volta che ci incontriamo. Come … sì, insomma, come è possibile?”. L’omino sventagliò pollice, indice e medio a formare un “tre” nell’aria e lanciò tre squillanti zufoli, toccandosi le dita con l’altra mano per contarli.
“Chi cazzo sei?”, gli vomitò addosso non riuscendo più a trattenersi.

Quando il fauno non rispose e fece spallucce, come a dirgli “boh, chi lo sa?”, ebbe l’istinto di scendere dall’auto e abbatterlo a colpi di cric, ma preferì sgommare via imprecando.
Non voleva più capire. Voleva svegliarsi da quel ridicolo incubo e incontrare il cliente.
Fra 3h12m, diceva Google Maps. Merda.
Iniziò a sfogare la propria rabbia contro il volante e il sedile del passeggero, sbraitando dalla disperazione. L’appuntamento era saltato, il lavoro lo avrebbe seguito a ruota e la vita si sarebbe sgretolata in un domino di sfighe di cui Murphy e la sua legge controllavano la leva di azionamento.

Dopo neppure una ventina di km, la quarta barriera lo colse impreparato e con un filo di voce. Vicino allo stop, avvertì una disarmante sensazione di déjà vu che era impossibile ricondurre alla semplice attesa dell’incontro. Il numero delle corsie, l’abbinamento dei colori, il lampeggiare convulso delle luci a intermittenza: tutto era così familiare, come fosse tornato alla prima tappa del suo viaggio. Sbiancò: era proprio il primo casello, incontrato ormai diverse ore prima. Era tornato al punto di partenza.

Si lasciò assalire da un impeto di sconforto, respirando profondamente e abbandonandosi sul volante. Era talmente esasperato e rassegnato dinanzi alla prospettiva della sua futura non-vita da giungere a quell’ennesimo recital con la serenità di chi non ha più nulla da perdere.
Allentò la cravatta e si preparò al duello senza altri nodi da voler sciogliere.
“A noi, fauno di ‘sta cippa. Vediamo se stavolta ti frego io”.
Gli porse la carta di credito con due mani, come avrebbe fatto consegnando un biglietto da visita a un giapponese. “Vado bene per Narnia, capo?”
Pensava di suscitare una qualsiasi reazione di stupore o un semplice monosillabo, ma il fauno non fece una piega. Serioso, impassibile, rigirò la carta tra le mani e gli rivolse un’occhiata complice,  facendo “OK” con il pollice.
Di fronte a quell’ennesima scena surreale, l’uomo si svuotò all’istante di qualche chilogrammo di stress e dell’ultimo mezz’etto di ira repressa, esplodendo finalmente in una grassa, oscena risata senza freni.

L’ometto fiabesco non sembrava attendere altro. Restituì la VISA senza riscuotere il pagamento e alzò la sbarra, invitandolo con un sonoro fischio a passare.
Tornò serio di colpo. “Guardi che non ho pagato”, disse asciugandosi una lacrima di ilarità.
La melodia cadenzata e sognante prodotta dal flauto del fauno si accompagnò a un suo rapido cenno del capo, invitandolo di nuovo a ripartire. Ciao ciao. Ingranò la prima e scomparve.

Superato lo shock e ripresosi dall’attacco di ridarella, fece caso al navigatore d’anime che occhieggiava dal cruscotto. 0h12m all’arrivo. Guardò l’orologio: mancava più di mezz’ora all’appuntamento. Smise di porsi quesiti e si mise comodo, lasciando cadere la nuca sul poggiatesta del sedile. Qualcosa gli suggeriva che sarebbe arrivato in perfetto orario.
Sorrise di nuovo: ora ci credeva. Credeva a ciò che aveva visto lungo la strada.
E da quel giorno avrebbe ancora creduto alle favole dei sogni e delle illusioni, persino le più inverosimili.

ImmagineIl viaggio imbronciato del disinganno è un tragitto costellato di ostacoli con un pedaggio imposto a ogni fermata. Un’autostrada circolare che ti riporta inesorabile al punto di partenza. E ti lascia invischiato nel tuo scetticismo pragmatico, intrappolato in un circolo vizioso di frustrazione e rabbia. Mentre ti poni domande rotonde, prendendo in giro te stesso e le tue speranze.

Un improbabile flauto di Pan-dora aveva saputo scoperchiare i mali della sua sfiducia, disperdendoli lontano. E l’incanto di quella melodia aveva ucciso il suo disincanto, conducendolo giù per un precipizio. Ora avrebbe affrontato il viaggio con il sorriso, attendendo sereno le tappe che il Fato aveva in serbo per lui.

Un destino leggero, da sdrammatizzare e non prendere troppo sul serio.
Più che un Caso, un Casello.

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