IL TAPPETO MAGICO

Mario potrebbe chiamarsi Gianni. O un altro nome comune a caso.
Vercingetorige no, invece: ci vuole carattere, per portare un nome del genere. E pensare che sarebbe perfetto per la sua professione avventurosa, persino sexy, di quelle che suscitano immediata stima ed empatia negli interlocutori.
Sì, perché Mario è Vigile del Fuoco. E tutti lo immaginano coraggioso, indomito, pronto all’azione. Lui, però, non è niente di tutto questo. Apatico, abulico, buono per convenienza e inerte per scelta: ama rifugiarsi in un generico altrove perché ogni luogo lo mette a disagio. Mai che riesca a vivere nel qui e ora: non è un Now-Here Man, ma un Nowhere Man, come lo avrebbe definito John Lennon. Un uomo inesistente, che vive della propria inesistenza.

tappetoOgni mattina si sdraia sul tappetino del bagno. Verde speranza, come se gliene fosse rimasta un po’. Dirige sul viso il getto rovente della stufetta elettrica e si lascia coccolare da quelle folate di caldo infernale che lo fanno sentire protetto. Chiude gli occhi e si catapulta in una dimensione incantata, dove a cavallo di un tappeto volante comprato nel reparto occasioni all’IKEA fende l’aria bollente di un deserto immaginario, sorvolando dune assolate.
A guardarli da qualche metro di distanza, i riccioli in fibra del tappeto si potrebbero scambiare per la rigogliosa e indomabile vegetazione di un minuscolo giardino delle favole.
Mario ne è il signore incontrastato e vi si adagia rannicchiandosi in posizione fetale, per non sentire sui polpacci il gelo inospitale delle piastrelle oltre il confine del rassicurante perimetro verde. Quel rettangolo riscaldato è il suo poligono preferito: non uno qualsiasi, ma un poligono di tiro, dal quale difende il proprio regno sparando a vista ai primi intrusi.

Nelle sue scorribande cerebrali mattutine, Mario ha esplorato gli scaffali delle forme geometriche e le ha soppesate una a una con certosina precisione, in cerca di possibili alternative al suo adorato tappeto rettangolare.
Ha ipotizzato un quadrato, ma lo ha visto troppo simile a quella parte di sé da cui vorrebbe evadere, precisa e uguale da ogni lato. Ha pensato a un cerchio, ma non riusciva a chiuderlo. E un Pentagono gli sembrava troppo militaresco per la sua indole pacifica.
Un trapezio era escluso a priori: soffre di vertigini. E con un Triangolo, qualcuno gli avrebbe attribuito deliri di onnipotenza divina.
Niente da fare: il rettangolo è l’unico a trasmettergli sicurezza, come un Eden senza frutti proibiti dove rifugiarsi all’alba.
Mario mescola in un unico calderone i buoni propositi del giorno, le raffiche di föhn e le folate del phon, meditando in un silenzio assonnato volontà di rivincita. “Domani la chiamo. Oggi no, torno tardi. Ma domani sera la chiamo, giuro”.

ImmagineRossella gli ha detto addio un anno fa. “Sei un senza palle”, la stilettata affondata nel suo costato prima di lasciarlo lì come un ebete davanti alla TV.
Come darle torto? Le palle non avevano mai fatto parte del suo repertorio. Non le aveva, per natura. E non le raccontava, non tanto per etica quanto per il terrore di essere scoperto e pagarne le conseguenze. Palle, palle. Altri fastidiosi oggetti che alimentavano la sua repulsione a tutto tondo per cerchi e circonferenze. E per tutti quelli che fanno parte del “giro”: uomini che con la forza e le bugie (palle, sempre palle) prevaricano i perdenti come lui, rotolandoci sopra fino a schiacciarli. Meglio il suo tappeto: verde come un biliardo, ma senza una palla.

Quando avverte raffiche gelide di solitudine, Mario alza il livello della stufetta al massimo, fino a scottarsi le guance: in assenza di calore umano, è il rumore di fondo a tenergli compagnia.
Anche al Comando è un inferno, ma non fa così caldo: il Comandante ha deciso di abbassare a quindici gradi la temperatura dei locali per “dare un concreto segnale di contenimento dei costi”.
Mario stringe le spalle e tira dritto, infagottato in una divisa d’ordinanza di una misura più grande che spera lo possa proteggere meglio dagli attacchi dei colleghi.
I colleghi, già. Forse si chiamano così perché ogni giorno fanno di tutto per saltargli al collo e azzannarlo alla gola. Tutto questo mentre il capo, per sua stessa definizione, è la testa e osserva dall’alto indifferente, fingendo di non vedere. Oppure interviene ogni tanto giusto per dargli torto, con sceneggiate melodrammatiche dove lui è sistematicamente il colpevole e finisce tra due fuochi. Delle piazzate così, tra capo e colleghi.

Fin da bambino, Mario sognava quella divisa, immaginando se stesso nei panni di un pompiere sui generis: schivo, defilato, con il compito ingrato di ristabilire l’Ordine. Quello con la O maiuscola. Una lettera rotonda, sì, ma accettabile in quel contesto dal suo testone rettangolare. Nella sua personale reinterpretazione del ruolo, il pompiere è un anti-eroe metodico, con una missione semplice: in caserma come nella vita, soffocare i disastri sul nascere e limitare i danni.
Ecco perché Mario non apre mai il fuoco per primo: è abituato a spegnerlo.
E non può averlo addosso: deve restare freddo e lucido, per estinguere chi si infiamma troppo.

Gioca di rimessa, sperando di non farsi cogliere lui in contropiede. Non prende l’iniziativa, non ha slanci: reagisce a ciò che il destino gli scaraventa nel suo campo, quel minuscolo rettangolo verde nel quale si svolge la sua partita.
Ogni tanto esce, mette il piede fuori dalle righe e si allontana di pochi metri dal suo regno in esplorazione del mondo, come un piccolo Truman che lacera il fondale di cartapesta del suo show personale. Si concede il lusso di una deroga innocua per fare ritorno alla cella convinto di averne le chiavi. Piccole trasgressioni che lo illudono di avere il controllo.
Mario ha capito: più la tana in cui ci rinchiudiamo è piccola, più ci sentiamo liberi nelle nostre brevi, ridicole incursioni esterne e rinviamo immancabilmente la fuga a data da destinarsi.
Camminiamo e torniamo indietro, per il terrore di correre e lasciarci il tepore della buca alle nostre spalle.
“Da domani si cambia: chiedo il trasferimento. E poi vado a riprendermi Rossella”.
Quante volte si era mentalmente ripetuto il programma della sua nuova vita.
E quante volte lo aveva puntualmente disatteso.Immagine

Quella sera, la sua piccola trasgressione fu l’abbrutimento definitivo a colpi di vodka in un locale di lap dance.
Osservando le mirabolanti evoluzioni di una giovane ballerina bionda dall’aria annoiata, non poté fare a meno di pensare a se stesso sul palo della caserma come nei film americani, pronto a precipitarsi giù nei casi di emergenza. E alla sua stessa vita, rimasta drammaticamente al palo.
“Devo smetterla di prendere pali. È il momento di segnare”, pensò prima di sprofondare a letto ancora vestito.

Due giorni dopo, Rossella sentì suonare il campanello di casa alle tre di notte.
Si precipitò alla porta terrorizzata e si ritrovò la sagoma di Mario allo spioncino.
Aprì sconvolta e ammutolita, riconoscendo in lui un’espressione mai vista prima.
Mario non aprì bocca: raccolse lo zerbino ai suoi piedi e con serafica flemma lo fece volare giù per la tromba delle scale, compiacendosi del tonfo sordo che seguì la caduta dal quarto piano.

Immagine“Ma sei pazzo?”, lo aggredì Rossella strillando in punta di voce per non aggiungere ulteriori decibel a quel quadretto surreale.

“Stai calma. Dovevo farlo. Non voglio più avere a che fare con tappetini rettangolari.
Ho fatto da zerbino a tutti per troppo tempo, adesso basta. Vèstiti. Usciamo”.

4 thoughts on “IL TAPPETO MAGICO

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...