L’EREDITÀ

Scratch. Scratch.
Il fruscio sommesso della lama d’acciaio del tagliacarte echeggiava come un boato nel silenzio immobile dello studio, sovrastando il clic intermittente delle lucine che addobbavano il bianco alberello di Natale dietro l’imponente scrivania.
Il notaio De Santis aveva appena rimosso il sigillo di ceralacca e si accingeva a completare l’operazione che avrebbe rivelato il contenuto della busta.

Immagine“Vedrai che quel bastardo avrà sicuramente trovato un modo per lasciarci il meno possibile”, insinuò con voce melliflua la dottoressa Isabella Risi in Archibugi.“A me va bene tutto, purché non tiri fuori uno dei suoi giochetti anche da morto”, replicò Leonardo Archibugi, marito attempato ed ex avvocato ormai in disgrazia e in pensione. “Signori, sono costretto a chiedervi di interrompere le vostre conversazioni. Un attimo di attenzione, per cortesia”, annunciò con compiaciuta teatralità il notaio, assaporando come sempre gli capitava in quei momenti la sensazione di potere tipica dell’officiante di una cerimonia.

“Siamo qui riuniti per rendere note alla famiglia ed esecutive a tutti gli effetti le ultime volontà del defunto conte Ulderico Conti, venuto a mancare all’affetto dei suoi cari solo pochi giorni fa – in data diciannove dicembre – presso la sua residenza estiva.
In qualità di pubblico ufficiale, sono stato incaricato dal conte Conti di svelare agli eredi il contenuto del testamento olografo depositato presso questo studio in ossequio all’art. 602 del Codice Civile una settimana prima della sua scomparsa, quando la malattia che lo stava affliggendo si trovava ormai sfortunatamente in fase di avanzato decorso.
Il conte, come saprete, non si è mai unito in matrimonio, dichiarandosi anzi più volte contrario per principio a tale istituto. In assenza di eredi legittimari quali coniuge o figli, cui sarebbe spettata per legge una quota del patrimonio, farà dunque esclusivamente fede quanto riportato su tale documento”.
“E muoviti, parruccone: lo sappiamo tutti che il vecchiaccio ricco è morto, su. Dai, che è la vigilia di Natale”, bisbigliò velenoso alla madre con un filo di voce Lorenzo Astolfi, lontano cugino del de cuius.

Il notaio De Santis, sopraffatto dalla trance agonistica del momento, non fece caso al brusio in sala e proseguì il rituale senza battere ciglio:
“Presenziano in questa sede gli eredi testamentari espressamente invitati dal conte a partecipare, nelle persone di:
–          Leonardo Archibugi, nipote del defunto, con la moglie Isabella Risi in Archibugi;
–          Alessandro D’Este, cugino;
–          Irma Malatesta, pronipote;
–          Lorenzo Astolfi, cugino del defunto, con la madre Donatella Della Scala;
–          Chiara Segni, vicina di casa, con la figlia Vera.

“Ecco, vorrei capire perché quel pazzo ha fatto venire anche la vicina, per giunta con la bambina, che avrà sì e no nove anni”, sussurrò con la mano davanti alla bocca Irma cercando il consenso di Alessandro, come sempre pronto ad annuire accodandosi all’ultimo parere espresso.

Immagine“Il conte Conti era come sapete un uomo eccentrico, fuori dagli schemi.
Fin troppo facile, quindi, dedurre che anche per rivelare le sue ultime volontà avrebbe scelto metodi, diciamo, non convenzionali”, declamò pomposamente il notaio.
Un flebile borbottio crepitante si alimentò tra il pubblico, sfociando di lì a poco in un vocio sdegnato e indistinto.
“Non vorrà dire …”. “Non ci posso credere!”. “Lo sapevo: uno dei suoi indovinelli. Anche oggi!”.

“Signori, per cortesia. Ancora qualche minuto della vostra attenzione”, implorò il De Santis nell’inedito ruolo di maestrina dalla penna rossa.
Il ruggito delle belve feroci che manifestavano indignazione di fronte alla prospettiva di saltare il pasto tanto atteso si spense di colpo.
Soltanto il lontano rumore di un trapano, proveniente dall’appartamento sottostante, rimbombava impietoso turbando la calma ovattata e carica di aspettative mal riposte.
“Grazie. Certificata l’apertura del sigillo di fronte ai qui presenti testimoni e anticipatevi le intenzioni del conte, da questo momento in poi lascio direttamente la parola alla buonanima e mi accingo a riportare alla lettera il contenuto della busta”, proseguì il notaio con il suo collaudato copione, aggiungendo in coda due subdoli colpetti di tosse pianificati a tavolino per dare maggiore enfasi al proclama e innervosire ulteriormente lo stormo di avvoltoi seduti in semicerchio davanti a lui.

“Io sottoscritto Conte Ulderico Conti, nato a Milano il 6/6/36, in previsione della mia morte e per il tempo in cui avrò cessato di vivere, dispongo che i beni parte del mio patrimonio siano ripartiti in parti uguali tra tutti i presenti che sapranno rispondere correttamente a una domanda”.
Eccitazione, rabbia e curiosità si fusero sui volti stupefatti dei parenti, senza per questo intaccare l’impeccabile eloquio del notaio:
“Conoscete tutti la mia passione per la filosofia e l’enigmistica, uniche stampelle in grado di sorreggermi in questi lunghi anni nella comprensione del mio cammino. Ebbene, non potevo esimermi neppure in questa sede dal mettere alla prova le vostre pigre cellule grigie.
ImmagineLa domanda rivolta a tutti è la seguente: nel successivo capoverso del testamento, darò disposizioni al notaio De Santis affinché provveda a cedere la totalità del mio patrimonio in beneficenza?
Solo chi risponderà correttamente al quesito potrà spartirsi la quota parte dei beni in mio possesso. Chi darà la risposta sbagliata non avrà invece alcun diritto all’eredità.
Prego il notaio di interrompere la lettura e raccogliere le risposte entro cinque minuti”.

De Santis rimase per qualche istante interdetto con il foglio tra le mani, indeciso sul da farsi, poi reclinò istintivamente la testa verso destra, guardando il massiccio orologio da muro regalo di suo nonno fino a recuperare il pieno controllo della situazione.
Un ultimo colpo di tosse giunse a squarciare l’imbarazzo muto degli eredi, immobili in una variegata gamma di ottuse espressioni di stupore: “Sono le 15:32. Come disposto dal conte, vi do cinque minuti di tempo per discuterne tra di voi, dopo di che prenderò nota delle risposte con un giro di tavolo”.

Fu il segnale di via libera a un’indegna gazzarra: pochi secondi ed erano già tutti in piedi, sbraitando teorie e sovrapponendosi indecorosamente senza un filo conduttore.
Il caos fu interrotto da Lorenzo Astolfi, occhialuto ingegnere abituato a mettere ordine, nei discorsi come nella vita
“Zitti tutti!”, ordinò perentorio.
“Ragioniamo. Il vecchio ci vuole sicuramente prendere tutti in giro. Valutiamo tutte le varie opzioni razionalmente. Cominciamo con calma. Dunque, se diciamo che non farà beneficenza e lui non la farà, avremo ragione noi e lui dovrà mantenere la promessa di sganciare”.
“Mmm. Troppo banale, conoscendolo. Non rischierebbe mai di perdere così facilmente”, suggerì l’astuta Irma, abituata grazie al suo posto di assicuratrice a riconoscere i germi della malafede.
“Esatto”, proseguì l’Astolfi. “Sono d’accordo. Continuiamo. Ipotesi due. Se dicessimo che non farà beneficenza e lui invece dovesse farla, avremmo sbagliato. In questo caso, vincerebbe il banco senza difficoltà. Lui cede il malloppo ad altri e non ci lascia nulla, non solo per l’atto di beneficenza in sé, ma anche perché non abbiamo dato la risposta corretta”.
“Sì, ma non ci vedo niente di strano. Il vecchio era appassionato di tranelli e giochetti vari, mentre per ora fila tutto liscio”, ribatté nuovamente Irma.
“Giusto”, intervenne l’avvocato Archibugi, esperto di grane legali e cavilli insolubili.

“Pensiamo agli altri due casi. Cosa succede se invece dichiariamo che farà beneficenza?”
A gelare i sogni di gloria dei parenti fu Alessandro D’Este, studente universitario e giovane rampante della Milano bene che non si era ancora intromesso nel dibattito.
“Un attimo. Se il vecchio dà tutto in beneficenza e noi ora indoviniamo, avremmo diritto tutti all’eredità, ma servirebbe a ben poco: il testamento avrebbe disposto l’esatto contrario. Darebbe tutto a un ente benefico e non potrebbe mantenere la promessa di lasciarci i suoi beni in caso di risposta corretta. È come se l’eredità fosse nostra per diritto, ma ci sparisse sotto il naso, capite?”.
“Schifoso bastardo”, si lasciò sfuggire velenosa la Risi in Archibugi, tradendo tutto il suo disprezzo.
“E non solo”, si accodò l’Astolfi. “Riflettete. Ultima ipotesi. Se rispondessimo che darà tutto in beneficenza e lui invece decidesse di non farlo, renderebbe falsa la nostra risposta. E lui ha detto che lascerà a bocca asciutta chi non indovina. Darci qualcosa vorrebbe dire anche in questo caso infrangere la sua promessa. Qui è come se l’eredità fosse a nostra completa disposizione, ma noi sbagliando la risposta non avessimo alcun diritto a riscuoterla”.

“Casomai, io la vedo al contrario”, proruppe Donatella, madre di Lorenzo.
“Noi diciamo che farà beneficenza e lui lo fa? Beh, se lui ha promesso di lasciare i suoi beni a chi risponderà correttamente all’indovinello, a quel punto sarà costretto per legge a farlo, anche se in realtà ha detto il contrario”.
“Certo, mamma”, fece l’Astolfi, “e chi stabilisce quale dei due punti di vista prevale? La volontà espressa di dare tutto in beneficenza o quella di dare tutto a chi ha indovinato che l’avrebbe fatto?”.
“Oh mio Dio, non ci capisco più nulla”, confessò la Risi in Archibugi, sprofondando sul divanetto dello studio in preda a un finto malore.
Fu l’inizio di una nuova bagarre, persino più incontrollabile della precedente.
Pugni sul tavolo, strepiti, frecce di veleno, scossoni e fazzoletti estratti per fare aria alla moribonda immaginaria si susseguivano senza una logica mentre le pesanti lancette dell’orologio avanzavano inesorabili. Mancavano due minuti alle 15:37.

“Il paradosso del mentitore!”.  Gli sguardi interrogativi dei contendenti si spostarono in un lampo sul candido sorriso di Vera, la bimba figlia della vicina di casa che fino a quel momento si era goduta in silenzio quel triste spettacolo di avidità umana.
“Cosa dici, Vera?”, provò a tamponare la timidissima madre, quasi implorando con lo sguardo l’indulgente perdono degli adulti.
“Sì, cosa vuoi dire, Vera?”, insinuò subdolo Leonardo, nel dubbio che la bambina potesse sapere più di quanto la sua innocenza lasciasse intendere.
“L’indovinello. Il paradosso del mentitore”, ripeté la piccola scandendo le parole con voce adamantina. “Quando lo zio Rico era vivo, io stavo sempre a casa sua mentre la mamma faceva l’infermiera al turno di notte in ospedale. Giocavamo, leggevamo tanti dei suoi libri.
Ogni sera mi faceva un indovinello e stavamo alzati finché non gli davo la risposta giusta. Questo è come il paradosso di Epimenide, quel cretese che diceva: i cretesi sono bugiardi”.

ImmagineLa piccola aveva la piena attenzione di tutto lo studio e seguitò il ragionamento con lo stesso orgoglio con cui avrebbe recitato di lì a poche ore le poesie di Natale a cena dalla nonna.
“Se la frase fosse vera, allora anche Epimenide che è cretese sarebbe un bugiardo e la sua frase non potrebbe essere vera. Se fosse falsa, invece, lui che è cretese sarebbe sincero. Quindi anche la sua frase “i cretesi sono bugiardi” dovrebbe essere vera. Insomma, se diciamo che è vera risulta falsa e viceversa. Lo zio si divertiva un sacco.  Mi aveva anche raccontato un altro indovinello simile, quello del dilemma del coccodrillo. Diceva che era un’altra formulazione del paradosso”.
“Il coccodrillo?”, fecero quasi tutti i parenti in un surreale coretto all’unisono.
“Sì, il coccodrillo che rapisce un bambino e promette di restituirlo alla mamma se lei indovinerà cosa farà. Lei dice “tu lo mangerai” e il coccodrillo non sa che fare.
Se lo mangia, lei avrà ragione e lui dovrebbe mantenere la promessa di restituirglielo, ma non può perché l’ha mangiato.
Se glielo restituisce, renderà falsa l’affermazione della madre. E non potrà mantenere la promessa di divorarlo nel caso lei avesse dato la risposta sbagliata”.
“E qual è la risposta giusta? Come si risolve il paradosso?”, chiese la Risi in Archibugi con aria disgustata.
“Non si può. Il coccodrillo non può mantenere le sue promesse. Non c’è soluzione”, concluse serafica Vera mostrando ben in vista le finestre tra i dentini da latte.

“Signori, scusate l’interruzione, ma sono le 15:37. Sono costretto a chiedere a ognuno di voi la risposta al quesito del conte”.
“Ha davvero senso, tutto questo? Si tratta di una trappola, no? Qualunque sia la risposta, faremo il suo gioco”, esplose livido di rabbia il D’Este.
“Beh, non proprio”, rintuzzò l’Astolfi. “Se diciamo che non farà beneficenza, avremo una risposta secca, no? Lo abbiamo visto prima. Se non la fa, azzecchiamo e prendiamo tutto, altrimenti sbagliamo e non prendiamo niente, ma almeno non ci scartavetriamo il cervello a furia di rompicapi”.
“Troppo furbo”, disse Irma scuotendo la testa. “Ripeto, è troppo furbo. Lui voleva giocare con noi, quindi avrà fatto beneficenza. E basta. Così se noi diciamo che non la farà, avrà vinto e ottenuto il suo scopo, in caso contrario scatterà il meccanismo del paradosso”.
“Giusto”, intervenne Leonardo. “Allora diciamo che la farà. E se poi vorrà incastrarci con la scusa del suo giochino, gli scateneremo contro i migliori avvocati che conosco e vedremo chi l’avrà vinta”.

Unanimi cenni di approvazione precedettero la decisione comune.
Uno dopo l’altro, chiamati a rapporto dal notaio De Santis, i parenti tutti e la giovane infermiera fornirono la stessa risposta: “Sì, darà tutto in beneficenza”.
Dopo qualche istante di impasse, fu nuovamente il notaio a riprendere saldamente in mano le redini della conversazione.
“Signori, a questo punto con il vostro permesso lascio di nuovo la parola al conte”.

“Avete risposto tutti? Bravi, cari. Immagino vi siate consultati, forse anche scannati, prima di arrivare alla conclusione. Quale conclusione? Che darò tutto in beneficenza, ovvio.
Ebbene, avevate ragione. Dispongo di cedere la totalità del mio patrimonio all’Ospedale del Sacro Cuore, presso il quale presta onorato servizio in qualità di infermiera la qui presente Chiara Segni”.
La lettura fu nuovamente interrotta, questa volta da violente imprecazioni stizzite di ogni foggia.
“Signori, vi prego. C’è dell’altro”, continuò il De Santis.
“Immagino però che abbiate già ampiamente discusso delle contraddizioni che tale disposizione porta con sé. E sono certo vi siate già preparati a darmi battaglia in tribunale per rendere nullo il provvedimento, nel caso aveste dato – come ho motivo di ritenere – la risposta corretta.
Mi pregio pertanto di sottoporvi una soluzione alternativa, con l’unico intento di risparmiare a voi e ai vostri legali una guerra estenuante e – consentitemelo – di gran lunga poco edificante, trattandosi pur sempre della morte di un uomo.
Qualora la mia decisione di lasciare tutto in beneficenza fosse oggetto di controversia, mi impegno da subito formalmente a revocarla e a sostituirla con una nuova disposizione: dividerò i beni del mio patrimonio elencati nel prossimo paragrafo in parti uguali tra tutti i presenti che ammetteranno di fronte al notaio di avermi sempre odiato”.
Inferociti bisbigli e commenti spazientiti si adagiarono tra le comode poltrone in pelle nera, impregnando di risentimento l’atmosfera della stanza.

“Siete stupiti?”, esclamò incurante il conte per bocca del notaio.
“Ho vissuto una vita riservata, lontana dagli eccessi e dalle ostentazioni e ho sempre avuto un debole per la schiettezza e la sincerità. Considerate queste nuove volontà come una misura estrema, un’ultima possibilità di redenzione e di ammissione dei vostri reali sentimenti dopo anni di abbracci e sorrisi ipocriti. Manifestazioni di affetto finte come le marche dei vestiti che state indossando, contando i minuti che vi separavano dalla possibilità di potervi permettere gli originali a seguito della mia dipartita”.
Donatella Della Scala si trovò a coprire istintivamente il logo della sua imitazione di borsa Louis Vuitton, mentre la Risi in Archibugi iniziò a farsi platealmente aria con il suo prestigioso ventaglio da mercato rionale, nella vana speranza di far attribuire al riscaldamento troppo elevato la causa del suo improvviso rossore.

Immagine“Avete un minuto per decidere. Se riterrete la mia decisione iniziale contraddittoria, potrete optare per questa seconda soluzione. E sappiate che in questo caso la vostra onestà sarà adeguatamente ricompensata”.
“Tutto qui?”, esordì l’Astolfi. “Beh, chiaramente l’indovinello iniziale non porta a una soluzione, quindi suggerirei di accettare questa nuova clausola. Non ci costa nulla, no?”.
“Giusto”, rintuzzò il D’Este. “Si è divertito un po’, ha fatto il suo bel giochino a effetto, ma ha capito che probabilmente avremmo vinto noi, facendogli causa. E ora ci chiede solo di ammettere il nostro odio. Forse il paradosso del mentitore serviva a questo: a farci dire la verità”.

Furono tutti d’accordo, senza esitazioni. Nessuno perse la ghiotta occasione di riversare il veleno represso accumulatosi in decenni di falsità, assaporando la fine di quella stantia recita natalizia. Era giunto il momento di dire addio agli avanzi e portarsi a casa il piatto forte: quella sera li avrebbe attesi un cenone epico, condito di degni festeggiamenti.
“Tocca a me? Sì, l’ho sempre odiato, era un uomo meschino e ignobile”, vomitò la Risi.
“Era un bastardo. Non ho altro da dire”, fece eco il marito.
“Taccagno, perfido, mai generoso con la sua famiglia. L’ho odiato, certo”, ammise l’Astolfi.
“Pessimo. Uomo pessimo e tirchio. Sempre odiato”, fu il lapidario commento di Donatella.
“Era uno stronzo. E della peggior specie”, si agganciò Alessandro.
“Lo odiavo. E dopo questo scherzo da asilo, lo detesto anche di più”, chiuse degnamente Irma.

La catena dell’odio si interruppe inaspettatamente all’ultimo anello. Fu la piccola Vera a prendere la parola per conto della madre:
“Io non lo dico che odiavo lo zio Rico”, attaccò, orgogliosa di una delle tante rime baciate che il conte le aveva insegnato giocando con le parole e gli indovinelli in quelle lunghe sere trascorse da soli davanti al caminetto.
Ricordava ancora di quando le aveva raccontato di essere un nobile, mentre le preparava il tè con i biscotti. Diceva di avere il “sangue blood”. Ed era convinto che quello stupido bisticcio con le parole tra italiano e inglese potesse definirsi una tautologia, perché aggiungeva una parola ridondante a un’altra con lo stesso significato senza dire nulla di nuovo. Era un folle, forse, ma era così divertente sentirlo parlare, pensò la piccola.
“A me non interessa avere le sue cose. Con me era buono. E io non dico le bugie”, concluse alzando la testa fiera come aveva visto fare a una principessa in un cartone animato la sera prima.
“Signora Segni, ho bisogno della sua risposta”, incalzò il notaio.
“Certo, certo. Io lo conoscevo poco, ma era gentile con mia figlia, come ha detto anche lei.
Ecco, io non so neppure perché sono qui oggi, ma non mi sentirei a posto con me stessa dicendo di odiarlo. Noi due siamo sole, adesso che mio marito se n’è andato. E qualche soldo in più mi farebbe comodo, ma ottenuto così non mi va. No”.
“Ah”. La Dalla Valle non riuscì a trattenere un risolino di scherno misto a puro godimento.
Grazie alla provvidenziale stupidità di quell’infermiera, ci sarebbe stato un erede in meno con cui dividere il malloppo. Che cretina, pensò.

“Signori, se non vi dispiace concludo la lettura del testamento. Immagino vogliate tutti accomiatarvi e trascorrere in famiglia la serata della vigilia del Santo Natale”, declamò il De Santis in versione sacerdotale.
Fu l’ultimo silenzio, così carico di suspense da far sembrare anonimi chiacchiericci tutti quelli che lo avevano preceduto.
Una coccinella approfittò dell’occasione per cogliere con un’elegante sfilata i suoi quindici secondi di celebrità, attraversando rapida il foglio del testamento sulla scrivania sotto gli occhi del notaio.
“Ci siamo”, riprese il conte da dove aveva terminato.
“Sono certo che abbiate tutti accolto con sollievo la mia proposta e vi siate ordinatamente messi in fila per togliervi il peso dallo stomaco, confessando finalmente la vostra acrimonia nei miei confronti. Ora che il notaio De Santis ha raccolto le risposte, posso finalmente svelare il contenuto dell’eredità che sarà ripartita come convenuto in parti uguali tra tutti gli intervenuti che abbiano manifestato odio per la mia persona.
Concedo a loro in eredità quanto segue:

Immagine1)     Tre calorosi grazie ciascuno.
Grazie per non essere mai stati presenti nei momenti di sconforto che, per quanto strano possa sembrare alle vostre orecchie, sono capitati anche a un povero anziano abituato a nuotare nell’oro come Zio Paperone;
Grazie per non aver mai lasciato trasparire un barlume di umanità e sincerità in occasione di quelle rare, sporadiche visite fatte di sorrisi di cartone e parole di circostanza;
Grazie per avermi lasciato solo ogni singola notte di Natale degli ultimi 27 anni.

Immagine2)     Una copia a testa del libro “Vite dei filosofi” di Diogene Laerzio, affinché possiate una buona volta acquisire le basi minime di conoscenza del pensiero filosofico moderno e conoscere meglio colui al quale dobbiamo la formulazione di quel dilemma del coccodrillo fino a oggi a voi ignoto;

3)     Un euro (EURO 1,00) a testa, cosicché lor signori non possano dire di non essere usciti materialmente arricchiti dall’esperienza odierna”.

ImmagineBum. Il tonfo sordo della Risi in Archibugi, crollata sull’elegante pavimento di marmo dello studio – questa volta a seguito di un vero mancamento – passò del tutto inosservato tra le annichilite espressioni ebeti dei parenti.
Il notaio non si scompose e fece calare sulla platea il definitivo colpo di grazia:
“A chi non avesse ammesso di odiarmi in questa sede, spetta invece la totalità del mio patrimonio”.
La giovane Chiara strabuzzò gli occhi incredula, stringendo istintivamente a sé la piccola Vera quasi a proteggerla dagli sguardi di astio e invidia dei grandi sconfitti.

“Mi permetterete, prima di congedarmi definitivamente, di aggiungere un’ultima postilla.
Qualora la qui presente Chiara Segni non avesse confessato il suo odio e avesse pertanto diritto a una parte o alla totalità dell’eredità, dispongo che i tre quarti del mio lascito monetario siano depositati in un conto corrente separato a lei intestato.
Il suddetto conto dovrà rimanere bloccato fino al compimento della maggiore età della figlia Vera, che potrà entrarne in possesso da tale data”.
Lo stesso Lorenzo Astolfi, unico della combriccola ad aver mantenuto una rispettabile maschera di decoro, affondò avvilito nella poltrona imprecando sommessamente e roteando gli occhi al cielo.

“Proprio una bella sorpresa, eh?”, continuò inappuntabile il De Santis servendo al conte il dessert a compimento della sua vendetta.
“Suppongo abbiate tutti detto di odiarmi, vero? Tutti ad eccezione di Chiara e Vera.
Ho indovinato? Credo proprio di sì, a giudicare dalle vostre facce, che in questi ultimi momenti di lucidità posso purtroppo solo immaginare davanti ai miei occhi.
Avete già rianimato Isabella? Scommetto che ha appena inscenato il solito svenimento, melodrammatico e spettacolare almeno quanto il suo finto tailleur Armani. Ma parliamo di voi. Non crediate voialtri di essere migliori di lei.
Siete tutti dei tarocchi, forse perché avreste fatto carte false per avere la mia eredità.
Falsi. Falsi.  Vi ha sconfitto una bimba che si chiama Vera. Per non parlare di sua madre Chiara, priva di lati oscuri. Buffo, eh? La vita sa stupire.
Chiara, parlo a te. Trattamela bene, la mia Vera. Falla studiare. Insegnale il libero arbitrio e l’onestà. Il resto, forse, lo capirà da sé. Mi sembra sulla buona strada”.

Un sorriso a non più di ventisei denti illuminò il visino di Vera, arginando sul nascere una parvenza di lacrima.
“Vi lascio alla vostra sera della vigilia. Suppongo non vi mancheranno gli argomenti di conversazione, quest’anno. Uscite e andate a cena. Io esco di scena.
ImmagineBuon Natale, piccola. Ti ricordi quando ti spiegavo il dilemma sulle mie ginocchia?
Spiega a questi signori qual è il segreto per vivere felici. Fai capire loro che la vita è tutta un paradosso. Rispondimi come facevi sempre. Ma il coccodrillo come fa?”.

“Non c’è nessuno che lo sa”, rispose d’istinto Vera sorridendo con la vocina rotta dal pianto.

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