OLTRE LA PORTA

“Chissà se alla fine di tutto vedremo la luce”, mormora terrorizzata una mela ancora acerba alla vicina UVA abbronzata.
“Dite quello che volete, ma io preferirei restare al buio quaggiù”, ribatte un tiramisù dal piano di sotto.
C’è subbuglio tra gli alimenti del frigorifero. Non conta il colore, né il posizionamento gerarchico. Tutti si ritrovano prima o poi a contorcersi nel medesimo dubbio esistenziale:
c’è vita oltre la Porta?

Immagine“Potrebbe dirci lei com’è fuori di qui. Quell’arancia là in fondo, dall’aria vissuta. Ehi, tu, quelle della tua razza non finiscono in carcere?”, incalza uno strafottente groviera già mutilato di metà della sua forma originale.
“Avete provato a chiedere in freezer? Stanno qui da più tempo”, suggerisce un viscido provolone, interrompendo per qualche istante una frenetica danza salsa con una porchetta appena abbordata.
“Figurati, proprio quelli. Chi li vede mai? Mica si confondono con la plebaglia”, conclude una fra le tante teste di rapa.
Non c’è da stupirsi. Quelli dei piani alti sono freddi e irraggiungibili per definizione, avvolti da uno spesso strato di ghiaccio che li mantiene distanti e al riparo dalle vicissitudini quotidiane. Gelati, per lo più, o surgelati in alcuni casi. Se la ridono perché hanno i mezzi per sopravvivere più a lungo degli altri, anche a costo di farsi ibernare e risvegliarsi in un secolo in cui l’immortalità sarà a portata di mano.

A portata di mano, al momento, si trovano invece le bottiglie, ordinatamente allineate in fila come diligenti soldati in prima linea. Partono con una discreta dotazione di liquidi, poi tendono a svuotarsi e impoverirsi. Involucri ingombranti, da gettare nella differenziata dopo essere state spremute a dovere. E alcune erano delle spremute già in partenza.
I soggetti in vetro sono drammaticamente fragili e trasparenti, quelli in plastica lobotomizzati e resistenti alle emozioni. Hanno entrambi la tendenza a farsi prosciugare poco per volta, mantenendo un’invidiabile imperturbabilità di facciata.

Altri sono così delicati da pretendere uno scomparto tutto per sé: soffrirebbero il contatto con gli altri elementi del gruppo. Tipi con sentimenti di burro, o uova destinate a sfaldarsi al primo scossone in una massa d’anima biancastra dal cuore rosso.
Decisamente troppo sensibili e dalla lacrima facile, anche per colpa della vicinanza alle cipolle.

ImmagineA condurre le danze al centro della battaglia è il clan dei Deperibili, quelli con impressa la data di scadenza: vivono pericolosamente al limite, “come se non ci fosse un domani”, per usare un’odiosa espressione logora fintamente cool che alcuni tra loro hanno sentito ripetere dal televisore in salotto.
E il domani per quelli come loro spesso non c’è davvero, condannati come sono a un’esistenza da effimera, l’insetto la cui vita adulta dura al massimo qualche ora.
Avvertono sulle proprie spalle il peso appiccicaticcio dell’etichetta adesiva e soffrono l’omologazione del codice a barre, ma non sanno leggere quella data di presunta morte che tutti hanno, ma che soltanto loro hanno la “fortuna” di vedersi stampigliata addosso.

Li riconosci perché molti tra i Deperibili sono i più appetibili del gruppo: salumi goduriosi, formaggi lussuriosi con la grana, dolci romantici e libidinosi.
Hanno tutti una caratteristica in comune: sono irresistibili e fanno male. Ispirano le pulsioni più viscerali e ti trascinano nella spirale del vizio.

Al lato opposto della barricata, affascinate da cotanta volgare ostentazione di fascino e perversione, si trovano le noiose distese pianeggianti di frutta e verdura, placidamente adagiate nei loro pratici contenitori.
È il club dei Sani. Elementi tanto corretti, salutisti, inappuntabili, insomma buoni nell’animo, quanto irrimediabilmente poco attraenti e sistematicamente lasciati in secondo piano, fino al punto di marcire e morire di indifferenza abbandonati nel dimenticatoio di una vaschetta.

È qui, nei piani medi del frigo-mondo, che si consumano le passioni più roventi e gli incontri più improbabili, scatenati dal contatto forzato fra gli opposti.
È lo scontro tra Deperibili e Sani, bellezza. Ruspanti mortadelle invitano striminziti sedani a gioire dei piaceri della carne, salami stupidi e incoscienti plagiano zucche di un certo livello, mentre cavoli e merende si studiano con reciproca diffidenza.
E i formaggi con le pere si defilano, occultando le prove di un impossibile amore clandestino.

Alleanze, battibecchi, litigi, riappacificazioni, innamoramenti che si susseguono in una gelida apnea “a porta chiusa”, nell’attesa di una luce che spalanchi la via d’uscita e indichi il cammino. Nessuno sa che la salvifica cometa luminosa giungerà per irradiarli e li guiderà dritti verso il termine del loro breve ma intenso calvario. Là, oltre la Porta, dove saranno consumati e a volte neppure digeriti. Quel che si dice una vita merdosa.

Immagine“Non ce la faccio più, ragazzi: è così freddo e buio, qui dentro”, piagnucola un cartone di latte fresco, confidandosi con un gruppo di fichi, gnocchi e pezzi di manzo impegnati a scambiarsi vacui consigli di bellezza per sconfiggere la tensione.
“Quante storie. Ne ho visti passare di tipi come te. Giovani e lamentosi”, tuona il logorroico cartone di latte a lunga conservazione e conversazione, dall’alto della sua esperienza.
“Fidati: un giorno saremo soli, là fuori. E rimpiangeremo amaramente questa logorante attesa di una fine ignota. E sai perché? Perché qui possiamo esorcizzarla insieme, lagnandocene e stringendoci l’uno all’altro per riscaldarci un po’”.

Risate di scherno si mescolano a sonori fischi di disapprovazione. I pomodori minacciano un attentato kamikaze per dare forma allo sdegno del pubblico presente.
“Non c’è più rispetto per gli anziani”, bofonchia una saccente carota.

Lontano, in un ripiano a metà della Porta per l’Altro Mondo, mimetizzato tra un sugo all’amatriciana e una confezione di dadi da lanciare per conoscere il proprio destino, sorride sornione l’unico della combriccola a non sentirsi parte in causa.
Fin da giovane, molti anni addietro, ha compreso il segreto per sottrarsi alle grinfie di uno sconosciuto deus ex machina che verrà a riprendersi la vita gentilmente concessa.
È sufficiente confondersi come un camaleonte tra i colori del paesaggio circostante e rifuggire ogni lustrino, rimanendo immobile ed evitando accuratamente di attirare l’attenzione su di sé.
Ci sono casi in cui conviene restare in disparte, se tieni alla pellaccia.

ImmagineMeglio dire “Me ne frigo. Me ne frigo di tutto e di tutti” e lasciare che il disinteresse altrui lavori a tuo esclusivo vantaggio. Giorno dopo giorno, in silenzio, fino a quando il tuo boia si sarà perfino dimenticato della tua stessa esistenza. Per mesi, anni. Secoli, forse.
E tu, insignificante barattolo, finirai tra le mani di un discendente del tuo originale creatore, che ti scruterà come un antico reperto archeologico, chiedendosi: “Ma questo da che parte arriva?”.

Come si fa? Chiedere a lui, prego. È il trucco del sottaceto.

One thought on “OLTRE LA PORTA

  1. T’accorgi in che tunnel sei finito “quando la luce della tua vita è quella che si accende nel frigorifero…”😉

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