CENTO PER CENTO ARABICA

La scena si svolge all’interno di un ristorante qualsiasi, con arredi anonimi dagli improbabili accostamenti  rosso/arancio. Sei accolto da una donna sorridente, il cui tono di voce suadente e cortese non fa presagire la tortura cui sarai sottoposto.

Capisci che la serata prenderà una brutta piega quando ordini due Prosecchi e la giovane Cicerona snocciola uno sterminato elenco di bottiglie che termina con un inesistente “Valdobbiadena” (?!); il lieve fastidio assume però subito la forma del “what the fuck” quando tu, ignaro, chiedi una bottiglia di minerale frizzante e lei, melliflua, ti porge la “CARTA DELLE ACQUE”.

Dando un’occhiata all’ampio parco di preziose e cristalline fonti di montagna che avrebbero procurato orgasmi intensi a Messner e alla sua cordata alpina, ti accontenti di una banale Levissima a temperatura ambiente e ti senti come proiettato all’ingresso di una festa di gala con indosso il pigiama (bucato) di Hello Kitty.

Ogni antipasto è minuziosamente descritto in ogni particolare, dagli ingredienti  alla preparazione, passando per i temibili e immancabili “fuori menu”, vivamente suggeriti a chi vuole assaporare  l’ebbrezza della trasgressione perché non risponde ad alcuna regola, se non alle proprie.

I duecentoventordici risotti sono sciorinati nel tempo utile a prepararne per un reggimento di senzatetto al cenone di Natale, finché ne ordini uno a caso per sfinimento. “L’ultimo, grazie”.

Ti penti subito di dare seguito alle bollicine con una mezza bottiglia di rosso, perché il nostro Virgilio in gonnella si ringalluzzisce nella descrizione delle varietà di uve e dei retrogusti del prodotto di ogni cantina, causando orchite istantanea e voglia di tornare a una mezza minerale. Dal rubinetto, beninteso, non dal menù, mica che si inizi dalla fusione dei due fottuti atomi di idrogeno con l’ossigeno. Già, l’ossigeno: lo stesso che ora ti manca.

“Tutto bene?” si premura di chiedere ogni quattro minuti e mezzo al massimo, stroncando con perizia scientifica sul nascere ogni discorso intavolato nell’illusione di poterlo concludere.

Arrivi al dolce ancora stordito e sei pronto per la battaglia, anticipando la rivale con una banale ordinazione di una degustazione generale, ma lei ti riporta subito all’angolo costringendoti ad ascoltare le tecniche di caramellatura della specialità francese di ‘sto gâteau.

Ma è qui che arriva il melodrammatico colpo di coda, capace di tagliarti le gambe quando eri ormai convinto di vedere il conto in fondo al tunnel.

“Mi porta anche un caffè insieme al dolce?” chiedi cortese e sbrigativo.
“Ma che tipo di caffè? Le porto la nostra carta? Abbiamo diverse miscele che….”.
“Un caffè. Liscio” la stronchi alzando bandiera bianca.
“Quindi 100% miscela arabica va bene?” incalza Nostra Regina della Logorrea.
“Va benissimo” replichi abbozzando un nodo scorsoio con il tovagliolo.

Cento per cento miscela arabica. In quel momento vorresti raggiungere la toilette per un’abluzione di acqua gelida in faccia, ma hai il terrore di sentirti rispondere: “Quale bagno, signore? Per il bisogno piccolo o quello grosso? Nel secondo caso le suggerirei la nostra ritirata modello Valle dei Templi, provvista di tazza grande alla giapponese con jet d’eau incorporato”.

Conclusioni:

  1. Masterchef e simili hanno trasformato la ristorazione in uno show narcisistico;
  2. Se voglio andare a teatro, pago il biglietto e vedo Filippo Timi;
  3. Aggiungimi dieci euro al conto e stai zitta. Muta.

PS: Tratto tutto, parola per parola, da una storia vera.

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