L’ISTINTORIA

L’insegna del negozio avrebbe già dovuto insospettirlo. “IS Tintoria”.
Che razza di nome, per la lavanderia di un anonimo centro commerciale che accoglie la transumanza domenicale delle mandrie di consumatori al pascolo.
Persone che si ritrovano tra gli ingorghi verso gli uffici dal lunedì al venerdì, per finire la settimana ancora in coda nei parcheggi dei megastore.
Uomini e donne frettolosi, scorbutici nonostante il dì di festa, infastiditi alla semplice idea di decifrare messaggi più complessi di un cartello che declami “Ogni venti euro una margherita in omaggio”, per poi aggiungere beffardo “Pizza con bufala”: un subliminale presagio di fregatura.Gente che non ha voglia di pensare a nulla se non alla scelta del buffet dell’aperitivo, figuriamoci al significato recondito della ragione sociale di un negozio confinato all’ultimo piano vicino alla toilette.

ImmagineL’uomo lasciò cadere sulle piastrelle appena tirate a lucido i tre pesanti borsoni della spesa, portati da casa per scongiurare lo spauracchio dei sacchetti biodegradabili da acquistare sul posto, tanto cari quanto vergognosamente fragili. Con un equilibrismo degno di un consumato giocoliere, appoggiò sul bancone il completo da uomo e suonò il campanello per richiamare l’attenzione del personale.
Da dietro la fila di indumenti pronti per la riconsegna, ordinatamente appesi e imbustati nel cellophane, fece capolino la testa di una donna minuta, dall’aspetto autoritario e i capelli scuri velati di fili argentei avvolti in uno chignon.

“Eccomi”, fece a voce alta con un tono a metà tra il minaccioso e il servizievole.
Dava l’impressione di una pantera travestita da gatta attempata, decisa ad azzannare chiunque le avesse fatto perdere troppo tempo.
“Mmm. Uomo completo. Ci vuole un po’, per questo”.
“Quanto? Ne avevo bisogno settimana prossima”.
La donna ebbe un risolino isterico.
“Settimana prossima? Per un uomo completo? C’è chi non è pronto in una vita intera”.
“Prego?”, replicò l’uomo incredulo.
“Dico che per fare di lei un uomo completo le ci vorranno minimo una decina d’anni.
Ma dipende da lei. Se è bravo, può farcela anche prima”.
“Scusi, non capisco: io le ho portato una giacca e un paio di pantaloni da uomo. Tutto qui”.
“Tutto qui, tutto qui. C’è molto altro, volendo. Guardi che se ha problemi di scorza dura, abbiamo anche un’offerta sulle pellacce e una sui cuori impermeabili.
Le lacrime più in superficie vanno via a secco, le macchie di dolore di quelli che amano si lavano a mano. Ma le più ostinate restano, eh? Non ci posso fare nulla.
Se ha fretta, poi, abbiamo anche servizi meno cari. Per la coscienza sporca, le posso dare una ripulita veloce.
Lo dico a tutti: seguire l’impulso ha delle conseguenze. La gente non ci pensa, poi viene a smacchiare i sensi di colpa qui in isTintoria”.

Tramortito da quella cascata di parole insensate, l’uomo alzò nuovamente lo sguardo sull’insegna.
“IS Tintoria? Che significa? Questa è una lavanderia o cosa?”.
“Mi sembra chiaro, no? Lo dice il nome stesso. Un po’ di istinto no, eh?”, lo aggredì la donna.
“Che poi “È tintoria”, se la legge all’inglese: la Lavanderia dell’Essere. Ma in realtà è soltanto un caso: non vediamoci chissà quale significato profondo”.

Per nulla intimorita dall’espressione interdetta del suo cliente, la lavandaia si concentrò su un polsino spuntato dalla cesta di panni puliti, accomodandolo con precisione marziale prima di riprendere il suo sproloquio a ruota libera:

Immagine“Questa camicia è per chi è nato senza. E non ha polso. Io, però, posso solo inamidare il colletto per far camminare a testa alta con orgoglio. La fortuna è la virtù dei forti, mica dipende da me. Su quello non accetto reclami. Sia chiaro”.

“Signora, mi prende in giro?”, balbettò timidamente.

“No, no, io non prendo in giro nessuno. Preferisco essere chiara da subito per non avere problemi dopo. È una precauzione.
Come quando vengono quelli con l’ego troppo in rilievo: glielo devi stirare al rovescio, se no si rovinano”.

“Scusi, ha finito? Toccherebbe a me”, fece una vocina alle spalle dell’uomo.
A reclamare il proprio turno in fila era un ometto stralunato sulla cinquantina, imbacuccato in un cappotto beige, che reggeva con due mani una borsa debordante di mutande e boxer di vari colori accatastati alla rinfusa.
“Dica pure. Il signore qui davanti a lei non si è ancora deciso”, fece la donna sprezzante.
“Sono i pensieri sporchi degli ultimi giorni. Lascio qui?”, chiese il nuovo cliente, con lo stesso tono colpevole di chi ordina una confezione di preservativi taglia XL sbraitando accanto a una suora in farmacia.
“Prego, prego. Glieli faccio immacolati per lunedì mattina, così fa in tempo a godersela nel fine settimana. Biancheria tutta bianca, come dovrebbe essere”, concluse imperiosa la donnina.

L’uomo osservò il buffo individuo allontanarsi, imboccando a piccoli passi il corridoio per scomparire dentro la vetrina di un’agenzia viaggi che reclamizzava offerte speciali per Cuba.
Non si accorse neppure dell’irruzione al banco di una ragazza mora, con un pesante berretto di lana verde, che si materializzò alla sua destra superandolo senza esitazioni.

“Buongiorno, cara. Iniziato il nuovo lavoro?”, la accolse cerimoniosa la lavandaia.
“Buongiorno, signora. Sì, da qualche giorno, ma ho già troppe preoccupazioni per i miei gusti. Le ho portato cappello e guanti”.
“Bene. Allora faccio come al solito? Lavaggio del cervello per accettare la nuova condizione e lavaggio delle mani per scaricare il peso delle responsabilità alla Ponzio Pilato?”.
“Perfetto, grazie. Scappo, ho una riunione. A presto”.
“Arrivederci, tesoro. Attenta al troppo stress, mi raccomando”.
“Arrivederci”, si congedò la ragazza infilandosi tra la folla imprigionata nelle scale mobili.

Erano di nuovo soli, l’uno contro l’altra, a riavvolgere i fili della matassa di quel dialogo surreale. Fu ancora la donna a rompere il silenzio, riprendendo perentoria la litania:
“Allora, che fa? Uomo completo o si accontenta?”.

L’uomo si fermò a raccogliere e catturare la prima idea semplice che gli capitò in mano frugando tra le borse della spesa.
Immagine“No, nulla. Provo a cavarmela da solo. Mi sa che laverò i panni sporchi in casa. Dentro di me.
E se resta qualche macchia, pazienza: non la stiro, ma la ammiro. Fa curriculum.
Come i tatuaggi o le cicatrici”.
“Bravo. Ci ha messo un po’ a capirlo, ma ha fatto la scelta giusta. Fossero tutti come lei, chiuderei bottega. Eppure, sa una cosa? Sarei contenta di non avere più un lavoro.
E soprattutto più niente da stirare”.

“Eh sì”, annuì l’uomo. “Non fa una piega”.

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