LA BRIGATA DEI CATTIVI ESEMPI

“È davvero sicuro di ciò che sta facendo? È ancora in tempo per ripensarci, signor Darwin”.

Le parole del dottor Spencer, presentatosi all’appuntamento con una montagna di documenti da firmare, risuonarono nella stanza minacciose e vagamente fuori luogo.
“Sicurissimo” ribatté senza esitazione.
“Lei non ironizza sul mio cognome, dottore, come tutti quelli che hanno saputo della mia decisione?” aggiunse.
Il battito cardiaco era appena aumentato vistosamente, come confermava l’elettrocardiogramma alla sinistra del suo letto.
“No, perché? Dovrei forse farlo?” sbraitò il dottore fendendo l’aria con le mani per attivare la procedura dal menù-ologramma sospeso sopra le loro teste.
“Non so. Dicono tutti che il mio cognome mi rende un predestinato”.

elettrocardiogramma“Addirittura? Per quale motivo, scusi? Sarà l’età, ma non colgo”.
“L’età? Ma se dimostra almeno trent’anni in meno!”.
“Ah, quindi ottantaquattro. Sì, ha ragione, sembro proprio un ragazzino” ammiccò il medico.
“Beh, può dirlo forte. E con altri vent’anni di aspettativa di vita, come minimo”.
“D’accordo, però non divaghiamo. Detesto divagare. Perché questo dovrebbe essere il suo destino, signor Darwin?”.
L’uomo sospirò. “Perché sono la perfetta esemplificazione di come l’uomo sia in fondo un animale in continua evoluzione: una creatura in grado di imparare dai propri errori, vivendo di piccoli adattamenti progressivi” concluse annoiato.
“Sarà” borbottò Spencer scettico. “Nulla di personale nei suoi riguardi, ma dal numero di persone che hanno fatto la sua scelta parlerei di involuzione naturale. L’evoluzione, al contrario, è artificiale. Basta guardarsi attorno: è la tecnologia che ci aiuta a fare le scelte giuste, non la nostra indole. Quella ha rovinato generazioni per millenni, quando tutto questo non era possibile. Ora però temo che dovremo interromperci, o sommo “Eletto”: è pronto?”.
“Prontissimo”.darwin
“Abbiamo detto quarantadue anni e sei mesi, giusto?”
“Sì, giusto. È lì che è cominciato tutto. O forse finito, a dire il vero”.
“Devo ricordarle nuovamente i due termini fondamentali dell’accordo che ha sottoscritto?”.

Dave deglutì. Il soffitto era di una curiosa tonalità verde malva che lo inquietò, anziché tranquillizzarlo come da intenzioni originali di chi aveva progettato il laboratorio.
“No, grazie. Li conosco” rispose infine.
“E la clausola 182?”.
“Anche quella, Spencer. Non si preoccupi”.
“Bene, ci siamo. È stato un piacere, signor Darwin. Le auguro di trovare la sua strada, nella speranza che non sia un vicolo cieco”.
“Adesso mi sento confortato. Grazie, dottore”.
“Questa semplice iniezione la farà risvegliare dall’altra parte. Tenga il braccio rilassato. Contrariamente a quanto si dice di solito al momento del commiato, mi auguro di non rivederla mai più. Tre, due, uno”.

“Ha già scelto?”. Il cameriere lo riportò bruscamente al presente, se così si poteva definirlo.
Un presente alquanto passato, che odorava del tipico fritto di ogni fast food del 2025.
Un presente di quarantadue anni prima. Quarantadue anni e sei mesi, per la precisione, altrimenti il suo viaggio sarebbe servito a ben poco. Un cameriere, certo. A quei tempi esistevano ancora.
“Un cheeseburger e una birra, grazie”.
fastfoodLei era seduta al primo tavolo della biblioteca di fronte, come da collaudata abitudine.
Dave la stava controllando ormai da qualche minuto, seduto all’unico tavolo in grado di offrirgli quella visuale privilegiata.
Sapeva che l’avrebbe trovata lì, come ogni sabato pomeriggio.
Erano entrambi in vetrina, separati da una strada, esposti al frettoloso giudizio dei passanti. Lui in attesa di un panino, lei affogata tra le pagine di un libro ingiallito – da quella distanza non poteva distinguerlo, ma avrebbe scommesso su una raccolta originale di poesie di Shakespeare.
“Le sue preferite” balbettò ad alta voce, avvolto dalla bambagia protettiva del caos dei bimbi nel recinto dei giochi poco lontano.
Ingurgitò il suo pranzo senza mai perdere di vista la donna, prima di lasciare sul tavolo una generosa banconota dell’epoca e precipitarsi fuori dal ristorante.
Judy era lì, china su un libraccio impolverato a pochi passi da lui, con gli occhiali inconsapevolmente maliziosi appoggiati sulla punta del naso a lasciare intuire quei due letali smeraldi verdi che lo avevano abbindolato fin dal loro primo sguardo.
“Anche lei è una predestinata. Predestinata a essere sempre incantevole, con qualsiasi abito e condizione atmosferica” pensò l’uomo vergognandosi della romanticheria da quattro soldi.
Avvicinandosi a lei, Dave si vide riflesso nella vetrina della biblioteca e si lasciò assalire da una violenta sensazione di straniamento alla vista della sua folta barba lanuginosa e delle profonde rughe, mai così pesanti.
bibliotecaLui ci era ormai abituato da molti anni, ma lei?
Come avrebbe reagito all’approccio sconclusionato di un vecchio sconosciuto? Percepì in ogni sua fibra il corto circuito del paradosso e fu vicinissimo a desistere, sopraffatto dal ripensamento. L’eleganza ancestrale di Judy che si passava distrattamente una matita tra i folti capelli rossi lo ricacciò nel gorgo dell’incantesimo, recapitandogli il coraggio di attenersi al piano originario.

“Shakespeare, vedo. Hai sempre ottimi gusti” esordì, avvicinandosi a lei con deferenza.
Non poté fare a meno di lasciarsi investire dal ricordo di Shakespeare & Co., l’antica e affascinante libreria di Parigi, dove un afoso sabato pomeriggio di fine giugno erano stati sorpresi a scattare una fotografia alla scrivania antica del piano superiore.
No pictures, please” li aveva apostrofati un barbuto sorvegliante dandy in gilet, perfettamente camuffato tra i turisti che si attardavano a coccolare un gatto bianco spalmato sul divano.
“Sorry” aveva detto lei riponendo colpevolmente il telefono nella borsetta.
Che luogo magico, che vacanza indimenticabile. Tornò in sé bruscamente.

shakespeare“Chiedo scusa, ci conosciamo?”. L’indice e il pollice della mano destra di Judy, implacabili nell’inclinare la lente per squadrarlo da capo a piedi, lasciavano trapelare una chiara insofferenza per quell’anziano scocciatore.
“Certo che ci conosciamo, Judy”.
“Come sa il mio nome?”. La donna alzò involontariamente il tono della voce, fino a far sobbalzare un ignaro studentello butterato immerso in frizzanti equazioni di secondo grado a qualche metro di distanza.
“So molte cose, non solo il tuo nome. So che vieni qui ogni sabato pomeriggio da circa sei mesi, so che ami Shakespeare ma non disdegni Walt Whitman, così come so che uscita di qui prenderai una cioccolata calda e sei biscotti alla caffetteria all’angolo, per poi lasciar entrare in circolo l’ispirazione proveniente dai Maestri e scarabocchiare su un quadernetto giallo le tue poesie”.
Judy lo fissò in preda allo sgomento, terrorizzata dalla precisione chirurgica dei dettagli.
“Sa troppe cose, direi. Posso soltanto dedurre che lei mi segua”.
“No, non sono un maniaco e non ti seguo per strada. Non potrei sapere ad esempio che custodisci tutti i tuoi libri di poesia nella mensola in alto a sinistra della tua libreria color argento, proprio di fronte all’ingresso del tuo studio. E non ipotizzare neppure che io mi sia intrufolato in casa tua di nascosto, per favore. Offenderesti la tua intelligenza, mia cara Juji“.

Judy lasciò cadere a terra la matita per gli appunti, trasecolando a bocca aperta.
Soltanto una persona aveva affettuosamente storpiato in quel modo il suo nome di battesimo prendendosi gioco della sua passione per un’antica arte marziale: il ju-jitsu.
Solo Dave la chiamava così. Eppure quell’uomo poteva avere l’età di suo nonno.
“Un attimo” pensò. “Forse si tratta davvero di suo nonno”.
Il taglio degli occhi, la tonalità turchese dell’iride, la forma del naso e delle labbra corrispondevano.
“Mi scusi, ma lei conosce… Dave? È per caso un suo parente?” borbottò alla fine.
“Sì, diciamo che lo conosco molto bene” sorrise lui sornione.
Judy spostò finalmente la sedia verso di lui per concedergli tutta la sua attenzione.
“In che modo? È suo nonno, oppure uno zio?”.
“Non esattamente”.

La pagina dello studente di algebra si girò con un fruscio sinistro, amplificando la tensione di quella pausa subdolamente studiata in ogni dettaglio.
“Judy, so che in questo periodo tu e Dave non potete certo dire di attraversare un momento particolarmente felice del vostro rapporto”.
“Non pensavo che raccontasse i fatti nostri. Lei come lo sa?” squittì lei sulla difensiva.
“Non preoccuparti, non ne ha parlato con nessuno. So che ha appena ricevuto un’offerta di lavoro da una compagnia petrolifera di Dubai e ti ha espresso i suoi dubbi al riguardo, vero?”.
“Sì, me lo ha detto proprio questa mattina. E non penso ne avesse fatto parola con anima viva fino a oggi. Almeno così mi ha detto”.
“Te lo confermo. Ecco, ho come la sgradevole sensazione che questa situazione trascenderà e vi condurrà a una frattura insanabile. Dave sa che la proposta economica è irrinunciabile, ma sa anche che non potrai seguirlo in un paese con una cultura così diversa. Temo che arriverai a porgli un ultimatum: o me o il lavoro. E credo di sapere come andrà a finire”.
“Ma lei come può affermare una cosa simile? Abbiamo iniziato a discuterne oggi.
Dave mi ama, non potrebbe mai lasciarmi per colpa di un nuovo lavoro. E poi, perdoni l’insistenza, ma chi è lei e perché mi sta dicendo tutto questo?”.

petrolio“Te lo sto raccontando perché questa è la conclusione che il destino ha selezionato per sancire la fine della vostra storia. La scelta sarà fatale a Dave, che vedrà fallire l’azienda per la quale ha deciso di lasciarsi tutto alle spalle. Ritornerà a casa senza un soldo, si abbandonerà all’alcolismo e non riuscirà mai più ad amare una donna quanto amava te, Juji. Vivrà di lavoretti e storielle in totale solitudine fino ad accarezzare l’idea del suicidio alla veneranda età di settantasette anni. Rimpiangerà di essersi lasciato scappare la donna della sua vita ogni singolo istante da domani fino al crepuscolo della sua esistenza.
E tutto questo perché tu, Juji, lo lascerai andare. Gli permetterai di anteporre il dannato oro nero all’oro di voi due.
Il tutto, peraltro, per una lurida materia prima i cui giacimenti – ironia della sorte – si esauriranno tra qualche decennio”.
“Continuo a non capire. Cosa vuole dirmi?” biascicò Judy interdetta.
“Ci sto arrivando. Devo arrivarci: non ho molto tempo. Judy, devi impedirglielo. Non farlo partire. Cerca di fargli capire razionalmente che restare con te è l’unica scelta possibile.
Non metterlo alle strette, non dargli stupidi ultimatum: fallo riflettere con calma.
E se dovesse capitarti l’occasione, digli che l’Amministratore Delegato di quell’azienda era già stato condannato a cinque anni per bancarotta fraudolenta a seguito del crac della sua precedente compagnia. Dave non lo sa ancora. Ed è meglio che ne sia a conoscenza prima di firmare il contratto”.

La ragazza lo squadrò incredula. “Chi sei?” furono le uniche parole che uscirono tremolanti dalla sua bocca.
“Hai capito chi sono. Non posso essere io a confessartelo: è una delle due condizioni”.
“Condizioni di cosa?”. La voce di Judy si era ridotta a un filo.
“Del viaggio. Sono le due condizioni per evitare di essere rispedito all’istante da dove vengo. Due condizioni da rispettare, più una clausola specifica da accettare prima della partenza, a voler essere preci…”.
Dave volse inavvertitamente lo sguardo verso la vetrina della biblioteca, incrociando per caso gli occhi di un passante fermo all’attraversamento pedonale dall’altra parte della strada.
“Non è possibile. Non doveva andare così. Che diavolo ci faccio qui fuori?” balbettò impietrito.
Judy fissò il vecchio sbigottita.
“Chi ha visto fuori? Che diavolo sta succedendo ora?.
“C’è una persona che non posso incontrare. È la seconda condizione. Sta entrando qui, capisci? Devo scappare. Ricorda le mie parole, Juji. Addio” si congedò Dave scomparendo dietro lo scaffale di romanzi storici.

attraversamento“Chi era quel vecchio con cui parlavi un minuto fa?”.
Un giovanissimo Dave, sbarbato ed elegante nella sua giacca sportiva, fece capolino alle spalle di Judy facendola trasalire.“Cosa? Eh? No, nulla, non stavo parlando con nessuno” farfugliò poco convinta.
“Tesoro, che stai dicendo? Vi ho visti dalla strada. Stavo passando a ritirare le camicie alla lavanderia qui all’angolo e la scena mi ha incuriosito. Non sarei entrato in biblioteca, lo sai: non ti disturbo mai nel tuo momento sacro del sabato pomeriggio”.
Judy si ritrovò avvinghiata a Dave, le mani saldamente strette al bavero della giacca.
“Ehi, va tutto bene, Juji. Va tutto bene”.

“Va tutto bene. È tutto OK. Riesce a sentirmi, Darwin?”.
La domanda di Spencer riecheggiò come un tuono tra i padiglioni auricolari ancora ovattati del malcapitato sul lettino.
“Sì, ci sono. Cos’è successo?”.
“Ho ricevuto a sistema la sua richiesta di attivazione del nuovo corso degli eventi e ho avviato la procedura, ecco cos’è successo” replicò impeccabile il dottore aggiustandosi gli occhiali.
Dave si rialzò confuso, strappando con forza gli aghi e i cavi che lo tenevano ancora incollato all’unità di base.
“È incredibile. Dovevo ricordarmelo! Io non sono mai entrato in biblioteca, ma di tanto in tanto camminavo in zona e le davo un’occhiata solo per ricordarmi quanto fosse bella.
Dovevo saperlo, dannazione. Ho corso un rischio enorme, potevo invalidare tutto!”.
“Si calmi, Darwin. Si calmi. Ha quasi incontrato il suo paster ego? Wow, pessima situazione. Complimenti per la prontezza di riflessi. È riuscito almeno a dirle ciò che doveva, prima di innescare il nuovo corso?” tentò di tranquillizzarlo Spencer.
“Ma certo, per fortuna le ho detto tutto. E se ha ascoltato i miei consigli, adesso …”.
“Mi spiace smorzare il suo entusiasmo, Darwin, ma se lei si trova qui… ha capito, no?”.
Darwin chinò la testa, stringendosi nelle spalle.
“Sì, certo, la coabitazione. Una vera beffa. Tornare nel passato, modificare la storia e alla fine, in caso di sovraccarico di sistema, ritornare alla propria epoca nelle stesse condizioni in cui la si è lasciata, costretti a coabitare con l’altra versione felice di noi stessi.
Un “Io” sbagliato e un “Io” migliorato e ripulito degli errori, entrambi sotto lo stesso tetto”.
“Non propriamente sotto lo stesso tetto, come sa” puntualizzò Spencer.
“Certo, certo” tagliò corto Darwin.
“Mi spiace. So che si tratta di un rischio enorme, ma d’altra parte stiamo parlando di un software ancora nella sua versione beta”.
Dave si illuminò di colpo. “Però…”
“Però cosa?”.
“Però lei può dirmi se ce l’ho fatta. Può verificare se in questo momento esiste a sistema un altro Dave Darwin. In quel caso, rappresenterebbe la mia versione “nuova”. Darebbe perlomeno un senso al mio viaggio”.
“Naturalmente. Conoscere il destino del proprio Io modificato è un diritto inalienabile del viaggiatore. Il regolamento parla chiaro. Controlliamo subito”.

Il picchettio delle dita tozze di Spencer sulla tastiera dell’unità di base precedette il verdetto.
“Mi spiace, nessun Darwin. Lei è l’unico con il suo DNA” concluse mestamente il medico.
“Quindi… ” Dave non riuscì neppure a completare la frase.
“Sì, esatto. Se il passato non si è modificato, il futuro è rimasto inalterato di conseguenza. Tutto è andato come nella nostra attuale dimensione, se non fosse che ora siete in due. Sono mortificato, ma temo che lei non sia riuscito a convincere Judy”.

Tōkaidō Shinagawa Goten'yama no Fuji - Hokusai, 1833

Tōkaidō Shinagawa Goten’yama no Fuji – Hokusai, 1833

Dave si accasciò su una sedia e concentrò lo sguardo per un paio di minuti abbondanti sull’imponente stampa giapponese della parete di fronte, soffermandosi sui dettagli degli alberi e del Monte Fuji in lontananza.
Si ricordò di aver letto da qualche parte che in molte di quelle raffigurazioni del diciannovesimo secolo l’uomo era rappresentato per la prima volta non come il soggetto centrale del dipinto, ma come un semplice elemento del paesaggio circostante, in perfetta armonia con le leggi della Natura che ne disciplinavano il quotidiano.
La sensazione di poter essere tra i primi uomini in grado di piegare quelle regole al proprio volere e sovvertire l’ordine degli eventi gli procurò una scarica di eccitazione e sgomento.

“C’è ancora una possibilità!” sbraitò alzandosi di scatto.
“E quale sarebbe?”.
“Lo stavo quasi dimenticando. Ci dovrebbe essere un paragrafo – il 127, se non erro – nel quale si concede al viaggiatore un secondo viaggio entro un’ora dal primo ritorno, se non pregiudizievole per il suo stato di salute e previa autorizzazione del personale addetto all’operazione”. Il tono di Dave era pomposo e al contempo tremante per l’emozione.
“Wow. Deve avere studiato proprio per bene il regolamento. Sono ammirato” fu la laconica risposta di Spencer.
“E allora mi rimandi indietro, per favore. Ora so a quale anno tornare”.

Il gelido scatto della serratura digitale all’inizio del corridoio annunciò l’arrivo di ospiti.
I quarantotto reclusi volsero all’unisono uno sguardo interrogativo in direzione dell’ingresso, domandandosi chi tra loro fosse il fortunato – o sfortunato – in attesa di visite.
Fatta eccezione per i secondini, che preferivano auto-definirsi “assistenti del ricordo”, nessun altro essere umano aveva messo piede in quell’ala dell’immensa struttura da ormai quasi due mesi. Se la maggior parte dei detenuti aveva in media un paio di incontri l’anno, alcuni tra loro non erano mai entrati in contatto con il mondo esterno.
L’uomo confinato da tre anni nell’ultima cella della corsia apparteneva alla seconda categoria.
Per nulla incuriosito dal trambusto, rimase come di consueto pigramente sdraiato a letto, quasi infastidito dall’inconfondibile rumore di tacchi sul cemento che seguì l’apertura del cancello.
corridoiocarcereI passi della donna riecheggiarono a lungo, per un tempo che all’uomo parve un’eternità.
“Deve essere venuta a trovare qualcuno qui in fondo. Jason non vede la sorella da mesi. Sì, deve essere lui” pensò prima di rigirarsi e rannicchiarsi con le spalle all’ingresso.
Tic. Tac. Un ultimo passo, seguito dai quattro ronzii della combinazione inserita dal secondino per consentire l’ingresso al visitatore. Quattro ronzii inspiegabilmente vicini, per essere quelli della cella accanto.

“Ehi Darwin, oggi hai visite. Contento?” ironizzò l’aguzzino dai modi gentili.
L’uomo si alzò con un balzo e rimase seduto ai bordi del letto sudicio.
“Chi siete?” balbettò con la voce roca.
Di fronte a lui una donna incantevole dalla folta chioma rossiccia teneva per mano una deliziosa bimba di sei, sette anni al massimo.
La piccola, intimorita e immobile, aveva palesemente ereditato dalla donna la tonalità di verde degli occhi e la delicata forma del naso. L’uomo percepì distintamente dei lineamenti a lui fin troppo familiari.
“Saluta il signore, Lauren” disse lei.
“Buongiorno signore” recitò la bambina con voce cristallina.
“Ciao tesoro” esclamò il vecchio.
“Penso di conoscerti. Sei esattamente come ti ho immaginata in questi ultimi tre anni” continuò rivolgendosi alla donna.
“Sì, come vedi è andato tutto per il verso giusto”.
“Judy ha seguito il mio consiglio, certo. Ha impedito a Dave di abbandonarla. Sono contento. Perlomeno loro sono felici”.
“La felicità vera non esiste. Cancellare le conseguenze del tuo errore più grave, per quanto importante, non ti assicura l’infallibilità. Tutti commettono errori fino a quel giro di boa.
E tutti continueranno a sbagliare da quel momento in poi. È inevitabile. Mamma e papà non hanno fatto eccezione, sebbene tu abbia sacrificato te stesso per offrire loro una seconda chance”. Il tono della donna era asciutto e rassicurante.
“Hai l’innata eleganza e la stessa proprietà di linguaggio di tua madre. Come ti chiami?”.
“Emily”.
“Oh, certo. Dovevo saperlo. Come mia nonna. Mi sento ridicolo a dire “ehi, è il nome che avrei scelto io”. Alla fine l’ho scelto io, no?”.
La donna non riuscì a trattenere un mezzo sorriso, che le increspò le gote fino a far emergere due irresistibili fossette da entrambi i lati del viso.
“Però anche tu sbagli, tesoro. Io non mi sono sacrificato da eroe, ma ho sottoscritto consapevolmente un contratto che prevedeva due condizioni – mai rivelare la propria identità, mai incontrare il proprio se stesso del passato – e una clausola.  La clausola 182, per l’esattezza, con la quale si accetta la conseguenza del cosiddetto rischio di coabitazione: l’esilio in un’apposita struttura attrezzata sul modello di un parco dei divertimenti, dove i visitatori ti osserveranno come in uno zoo rinchiuso in cella all’interno di una bolla di plastica e mediteranno su quanto misera sia la vita di chi ha abbandonato per sempre la retta via”.
“Mamma, perché il signore è dentro una bolla?” piagnucolò la bimba inserendosi involontariamente nella conversazione.
“Perché quando non lo vede nessuno gli piace rotolare per i corridoi” improvvisò Emily.
“Già, me lo sono chiesta anch’io: perché ti tengono chiuso in questa bolla?” aggiunse poi abbassando la voce con tono complice.
“Dicono che l’isolamento sia necessario per prevenire paradossi spazio-temporali. Mi tengono accuratamente lontano da qualsiasi agente esogeno, forse perché neppure loro sanno cosa potrebbe accadere se avessi ancora una qualche influenza su questo schifoso mondo. La realtà è che per questa gente io sono l’incarnazione del Male assoluto, la personificazione delle scelte di vita sbagliate, l’Errore con la E maiuscola fatto Uomo.
Sono uno di quei loschi individui che da dietro una bolla ricorda alla Perfezione quale sarebbe il volto del Fallimento. Io appartengo alla cosiddetta Brigata Dei Cattivi Esempi.
Non è così che hanno chiamato questo posto? Suona bene, come nome per un’attrazione turistica” concluse amaramente il vecchio.

bimbaEmily rimase in silenzio, fissandolo a lungo impacciata.
“Parliamo di cose più allegre: quanti anni ha lei?” riprese Dave facendosi coraggio.
“Sei tra qualche settimana”.
“Sei. L’età di tua madre quando sono tornato indietro nel tempo da lei la seconda volta. Te lo avrà raccontato, no?”.
Lei annuì sorridendo.
“La prima volta avevo fallito. Era tornata alla sua vita come se quell’incontro non fosse mai avvenuto. Troppo cresciuta, troppo “adulta” per dare peso alle farneticazioni di un vecchio pazzo.
Ho deciso di ritentare la fortuna incontrandola quando ancora le delusioni della vita non avevano intaccato la sua visione del mondo. L’ho avvicinata di nascosto mentre giocava e le ho detto che dopo molti anni avrebbe incontrato un vecchio simile a me in un posto pieno di libri. L’ho pregata di ascoltarlo attentamente, perché ciò che aveva da dirle le avrebbe cambiato la vita. E Judy mi ha creduto. A quei tempi non poteva sapere che non si sarebbe più fidata di me, un giorno. In fondo, se ti impegni a sfrondare l’amore di ogni orpello e lo sintetizzi fino a ridurlo a un’unica molecola primordiale, ciò che resta è lei: la fiducia”.

“Darwin, capisco che hai degli arretrati da recuperare, ma il tempo delle visite sta scadendo” intervenne bruscamente l’operatore dall’ingresso.
“Certo, certo” sospirò stancamente Dave. “Ti chiedo un’ultima cosa. Lei… insomma tua madre: come sta? Perché non è mai venuta qui?”.
La donna posò gli occhi sul pavimento della cella, mentre la cantilena intonata dalla piccola Lauren dondolando su e giù la manina in quella della madre denotava chiari segni di insofferenza.
“La mamma non sta benissimo“. Emily raccolse da qualche parte dentro di sé la forza di proseguire.“Quando tre anni fa si è diffusa la notizia dell’apertura di questo posto, ha avuto un presentimento e ha inoltrato la domanda per poter consultare l’elenco dei Cattivi Esempi. Era come se fosse certa di trovare il tuo nome.La scoperta l’ha sconvolta.
Lei e papà hanno avuto un litigio intenso: lei gli ha rimproverato di non essere il vero Dave del quale si era innamorata, lo ha tacciato di essere solo un “ripiego da seconda occasione” che doveva la sua fortuna alla scelta del suo vero amore.
Si è pentita quasi subito della sua cattiveria, ma era troppo tardi. Papà aveva ricominciato a bere in quel periodo: è uscito ubriaco fradicio e si è schiantato contro un albero a neanche un minuto da casa. La polizia dice di non avere trovato segni di frenata”.

bollaDave fissava quella che in un’altra vita sarebbe stata la sua bambina con aria imbambolata.
“Suicida. Come… come avrei voluto fare io alla sua età. Non ho saputo impedirlo”.
“Mamma non ha mai avuto il coraggio di venire qui. Pensava non avrebbe retto l’emozione di incontrarti di persona. E per questo ha impedito anche a me e Lauren di conoscerti in questi anni.
Due anni fa si è ammalata, o forse dovrei dire che si è lasciata andare. Pare le rimangano poche settimane. Ha cambiato idea e ci ha pregato di venire qui. Voleva che ci vedessimo almeno una volta. Fine della storia”.

Una lacrima trattenuta si fece largo sul volto di Dave, rigando la guancia solcata di rughe e terminando la sua corsa sul pavimento della bolla.
“Capisco” sussurrò senza aggiungere altro.
“Tempo scaduto, Darwin. Siamo ai saluti” lo incalzò il secondino.

tacchi“Emily, di’ a tua madre di essere forte e di aspettarmi. Chiamala Juji, mi raccomando. Dille che incontrerà di nuovo quel vecchietto in un’enorme bolla di sapone profumata e piena zeppa di libri. Promettile che le reciterò ad alta voce Shakespeare per tutto il tempo. E che a nessuno sarà consentito di scattare fotografie: è inutile pensare di poter fermare il tempo. Io ci ho provato, ma è andata male. Il mio Buon Esempio, però, ha avuto lei e voi due.
Solo per questo ne è valsa la pena. Chissà, forse un giorno da qualche parte mi ringrazierà. Anzi, mi ringrazierò”.
Emily annuì fissando la branda, incapace di sostenere lo sguardo del vecchio.
“Va bene. Ciao, pà” aggiunse con voce flebile subito prima di voltargli le spalle.

Lo stillicidio nervoso dei tacchi sul pavimento del corridoio rimbombò nelle orecchie di Dave come un ticchettio di lancette impazzito. Tic. Tac. Tic. Tac.

2 thoughts on “LA BRIGATA DEI CATTIVI ESEMPI

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...