IL CAMALEONTE

“Buonasera, ho prenotato una stanza per questa notte”.
“Benvenuto, signore. Ha un documento?”.
“Ho il passaporto in valigia, ma non ricordo dove. È proprio necessario?”.
“Temo di sì, signore. Mi dispiace”.

Ci provo sempre, funziona di rado. Caro portiere di notte, ometto untuoso con una camicia bianca di qualche taglia fa: ti vedo mentre mi squadri svogliato, infastidito dall’interruzione del tuo horror di serie Z che ti stavi gustando dal televisorino anteguerra della tua polverosa reception. Chiedo venia per aver interrotto il tuo torpore nullafacente, ma avrei sonno e una certa necessità di infilarmi sotto una doccia bollente.
“Mr. John Austen. Are you English, Sir?”.
Quante volte ho dovuto sentire la stessa domanda idiota, biascicata in un inglese spesso maccheronico, con quell’inflessione da emigrante di Broccolino alla scuola alberghiera.
“Sì, passaporto inglese, ma sono italianissimo”.
“Oh, mi scusi. Allora mi permetto di essere diretto: posso chiederle il motivo della sua visita?”.
“Nulla di che, diciamo una visita di cortesia”.
Ti piacerebbe, eh, che ti raccontassi per filo e per segno il perché del mio pernottamento in questo deprimente borgo di quattro anime? Sono qui per lavoro, diciamo così. Pensate che sono in molti a invidiare chi non si deprime fra le mura di un rassicurante impiego d’ufficio.
Io, al contrario, ogni tanto vorrei negare la mia essenza stessa di nomade e fermarmi in un luogo, un qualsiasi luogo, per più di qualche notte.
E invece non faccio neppure in tempo ad abituarmi al grigiore di questi insulsi hotel di provincia, nuovi trent’anni fa e da allora mai ristrutturati, che sono già costretto a rifare le valigie e trovarne un altro, chissà dove, nel paesino che qualcuno avrà deciso essere la mia futura destinazione.

hotelAnche questa sera mi intrufolo in camera e brancolo nel buio in cerca della feritoia dove inserire la chiave magnetica per azionare l’interruttore.
Accendo la luce e vado come di consueto a caccia delle prese di corrente per ricaricare lo smartphone.
La logica le vorrebbe accanto al comodino, ma la dura realtà si intromette e le relega puntualmente a tre metri dal letto in un punto recondito della parete, invisibile anche al Luminol di C.S.I. Miami.
Alzo il riscaldamento al massimo e aggiungo una fetida coperta arancione alla dotazione del letto. Fuori ci sono due gradi, ma la temperatura percepita è cazzo che freddo porco.
Lo so, il mio ruolo richiederebbe classe, ma provate voi a spostarvi di continuo da una sperduta comunità montana a un paesello tropicale adagiato sul mare, magari dall’altra parte del mondo. L’escursione termica è grande amica del turpiloquio. Ieri sera ero in infradito sul balcone a qualche fuso orario di distanza, oggi mi trovate a braccetto con le renne.
Ripasso mentalmente il programma di domani. Nulla può essere lasciato al caso.
Per portare a termine ogni incarico servono determinazione e metodo, al pari di ogni altra professione “tradizionale”. E io sono davvero bravo nel mio lavoro. Ho una capacità innata di confondermi nel paesaggio: non è un caso che nel giro mi chiamino “Il Camaleonte”.
Mi tuffo nel piumone e mi abbandono a un sonno profondo, non prima di aver pregustato con la mente il piacere che mi attenderà a poche ore dal risveglio: trovare la mia vittima.
E freddarla, certo, come se tutto questo freddo non fosse già abbastanza.

L’indomani esco di buon’ora, dribblando ogni relazione umana con il personale dell’albergo grazie a una reception lasciata miracolosamente sguarnita.
Il primo passo da compiere in questi casi è un sopralluogo al bar del paese. Guardarsi intorno e ordinare un caffè – meglio se ristretto, come la mentalità di chi ti circonda – è la tattica più efficace per studiare il contesto nel quale opera il bersaglio da colpire.
Scovare la tua vittima è più semplice se non sei del posto. Quei vomitevoli sguardi di chiusura e diffidenza che ogni avventore ti rivolge non appena varchi la soglia sortiscono in realtà l’effetto opposto, spalancandoti la porta della verità che andavi cercando.
Non serve neppure fare troppe domande. A indirizzarti sulla retta via ci pensano direttamente loro: gli autoctoni, o indigeni, insomma gli abitanti del paesello.

cartescopa.pngPuntuale come i nove rintocchi del campanile della piazza che accompagnano il mio ingresso, un ometto con cicchetto di grappa e maglione a quadri uscito dalla copertina di “Scopone scientifico – Mountain Edition” abbandona il tavolo da gioco e mi aggancia con aria da esaminatore: “Non mi sembra di averti mai visto in giro”.
“No, infatti”. La mia prima risposta è per definizione evasiva: non è concesso scoprirsi.
“Di turisti, qui, ne vediamo pochi anche d’inverno” incalza. “Preferiscono i paesini a 10 km di distanza, più vicini alle piste. Ma quest’anno non si vede un fiocco di neve. E poi c’è la crisi”.
“Eh già, la crisi”. Quando sono intrappolato in un discorso da ascensore,  tendo a rifugiarmi in un classico “Eh già” di solidarietà. “Eh già, la crisi “. “Eh già, il tempo”. “Eh già, il Governo”.
No, almeno quest’ultimo oggi me lo risparmiano.
“È qui di passaggio?” prosegue indomito in cerca di argomenti per la partita del pomeriggio.
“Siamo tutti di passaggio in questa vita, rompipalle!” vorrei rispondergli.
Se solo conoscesse il mio lavoro, saprebbe che “di passaggio” come me non c’è nessuno.
Condannato all’eterno movimento, anche quando sentirei il bisogno di bivaccare come tutti sul divano con telecomando e patatine. E invece mangio popcorn, assaporando lo spettacolo di vite insulse da studiare per la mia missione.
“Sì, sono di passaggio” gli rispondo invece sorridente come da copione.

“Strano, non sapevamo fosse arrivato il circo in città”.
Wow. Mi avevano detto che qui avrei trovato un disastro, ma non pensavo fino a questo punto. La stilettata parte chirurgica dal bancone e fende i padiglioni del mio orecchio destro, riparato a stento da uno sgargiante berretto rosa. Mi volto di scatto verso il barman, autore dell’infelice battuta. Devo avere esagerato con la vistosità della mia mise, scelta di proposito per ricordare una pesca casuale dagli armadi in dotazione al sambodromo di Rio. Un coro di risatine sommesse fa da eco alle malignità dell’uomo alle prese con il mio caffè.
“Se si riferisce ai colori appariscenti dei miei vestiti, la rassicuro: non sono un pagliaccio” rispondo con un sorriso falso come le stampe di paesaggi alpini appese accanto al gagliardetto del team locale di hockey su ghiaccio. L’uomo alza il sopracciglio e mi squadra da capo a piedi, soffermandosi sugli eleganti sei bottoni verdi del mio cappotto giallo abbinati con sfrontatezza alla montatura degli occhiali da vista.
“E allora di passaggio per fare che?”.

cappottoA parlare è la donna alle mie spalle, con la bocca ancora impastata dal croissant alla crema che sta ingurgitando insieme al cappuccino. Sessant’anni che vorrebbero essere dieci di meno, carnagione avvizzita e devastata dalle sessioni di lampade cui si è sottoposta per far risaltare al meglio sulla pelle scura il luccichio di orecchini e sfarzosi anelli con brillanti.
“Prego?” replico simulando incredulità.
“No, niente, ero solo curiosa: io sono passata di qui perché stiamo andando al Castello a festeggiare il cenone di Capodanno. Ha presente? Quello che somiglia al Castello Sfarzesco“.
“Credo sia Sforzesco, signora. Dal nome della famiglia, sa” puntualizzo con piglio History Nazi.
“Ah, conosce anche lei la famiglia proprietaria? Strano, però, mi sembra facciano Righetti di cognome”.
“Lasci stare, signora” mi arrendo.
“Beh, quello che è. Allora viene anche lei alla festa? E pensa di … ehm, presentarsi così?”.
“No, signora. Non so quale sia la festa di cui sta parlando. Io sono qui per un’altra ragione”.
“E quale sarebbe? Si può sapere?” mi incalza il barista porgendomi sgarbato piattino e zucchero in previsione del caffè ormai pronto.
Lo ringrazio con un cenno del capo e attendo la tazzina con gli occhi di tutto il bar saldamente puntati addosso. Il vecchio giocatore di carte con i tre compari di merende al gusto di polenta, la dama ingioiellata dell’alta società, una coppia distinta e incolore di mezz’età seduta accanto al mobile dei liquori, il postino appena entrato a consegnare un pacco e naturalmente il mio nuovo amico barista che proprio ora mi serve schifato il tanto agognato caffè ristretto: tutti ostentano indifferenza, ma mi osservano di sottecchi in attesa della verità.
Giro lo zucchero di canna lasciando tintinnare il cucchiaino in un silenzio ovattato.
Il rumore, non so perché, mi ricorda lo scampanellio ipnotico delle mucche al pascolo che molti tra i fenomeni qui presenti conosceranno meglio di me. Decido di sorseggiare la dose mattutina di caffeina con calcolatissima flemma per almeno trenta secondi abbondanti.

“Sono qui perché sto cercando qualcuno” declamo alla fine.
È il vecchio con maglione a quadri a rivolgermi la domanda più ovvia:
“Qualcuno chi?”.
“Ha conoscenze qui in paese? Mi sembra strano. Qui siamo persone semplici, non frequentiamo molta gente … gente di fuori” conclude in corner il barista.
“Beh, andiamo per esclusione: sicuramente non starà cercando una donna!” sbraita il postino da lontano. La coppia di mezz’età non riesce a trattenere una risata fragorosa, che contagia come un virus l’intera combriccola.
Quando la situazione degenera a questi livelli – e capita spesso, purtroppo – mi diverto un mondo a riprendere il controllo con una teatralità da mestierante.
“Non so con precisione chi sia quel qualcuno, dovete dirmelo voi. O meglio, attendo che me lo presentiate”. È impagabile gustarsi  l’espressione di stupore che si stampa sulla zucca vuota di chi nasconde la mia vittima. Inizia la parte più eccitante, quella in cui fiuto l’odore acre della mia preda. Lo sento, lo annuso: sta per materializzarsi. Potrebbe essere ovunque.
Nasconditi pure, stronzetto, tanto sei spacciato.
espressoIl barista si riprende la tazzina con un’occhiataccia di sdegno e la deposita nel lavabo a macerare sotto un abbondante getto d’acqua fumante. La coppia incolore di mezz’età lascia il tavolo accanto ai liquori per avvicinarsi con discrezione al bancone.
“Due caffè, di cui uno macchiato” precisa l’uomo. Sono entrambi in visibile imbarazzo e cercano di starmi lontano il più possibile, pur costretti a condividere il medesimo spazio vitale. Devono essere anche loro turisti, a giudicare dalla scarsa confidenza con la fauna locale.
Lo so, cari: vorreste trangugiare il vostro cafferino alla velocità della luce e abbandonare questo baraccio pieno di freak colorati e sconvenienti, se non addirittura drogati e di certo con qualche rotella fuori posto.
Più si comportano così, più avverto la presenza della mia vittima.
Dove ti nascondi, stavolta? Finora ho sentito soltanto parole. Stupide, vuote, esecrabili, ma pur sempre parole, che fluttuano velenose nell’aria frizzante di montagna.
Perché non vieni fuori, da bravo bambino? Perché non esci da un angolo e mi fai lavorare, così andiamo tutti a casa presto? Beh, non proprio tutti, d’accordo. Non potrei mai lasciarti in vita, caro. Mi dispiace: nulla di personale, come sempre. Si chiama deontologia professionale.

Vedo il barista chinarsi sulla dispensa e lanciare un’imprecazione sommessa: è rimasta una sola tazzina pulita. La trascina con sé al lavabo, dove riprende la mia appena deposta per lavarla, asciugarla e sistemarla accanto alla prima sotto gli erogatori.
Il rumore ipnotico della macchinetta in azione non è sufficiente a coprire il volume della riccona, ora alla mia destra:
“Scusi, ma di chi parla? Non faccia il finto tonto. Cos’è, un mistero da risolvere?”.
Rivolgo alla signora uno sguardo di sufficienza e torno a concentrarmi sul bancone.
Il barista serve i due caffè e svanisce nel retrobottega, borbottando malmostoso.
La metà maschile della coppia agita nervosamente la bustina di zucchero di canna, osservandomi con un malcelato ed evidente senso di colpa. Prende la tazzina fra le mani, la solleva fino ad esporla alla luce fioca del lampadario e ne perlustra il bordo con attento occhio inquisitore. Sono i segnali che precedono l’irreparabile. Ci siamo. Esci allo scoperto, bastardo.

Accade tutto in un paio di secondi. Appena distolgo lo sguardo l’uomo ne approfitta per afferrare al volo un tovagliolo di carta dal dispenser accanto al piattino e ripulire con cura il bordo della tazzina, per poi accostarvi le labbra e deglutire l’espresso alla goccia.
Via il dente, via il dolore. Era proprio ciò che attendevo.
“Io so benissimo chi è, signora” sentenzio ad alta voce.
“Anzi, si è appena fatto riconoscere da tutti. E dovrò ucciderlo, come al solito. Fa parte del mio lavoro”. Il gelo del bar sovrasta di colpo la rigida temperatura esterna.
“Come? Guardi che chiamo la polizia!” balbetta il barista immobile con gli occhi spalancati.
“Non serve chiamare nessuno” replico con un tono che non ammette il contraddittorio.

tovaglioloSupero di slancio l’anziana in gita per Capodanno e mi fiondo sul bancone, dove agguanto il tovagliolo, lo scaravento sul pavimento in legno e lo calpesto con violenza, saltandoci su con entrambi i piedi. Portato a termine il lavoro, mi abbandono soddisfatto sulla prima sedia che mi capita a tiro e mi godo le espressioni sbigottite del pubblico.
“Che diavolo ha fatto? Perché se l’è presa con quel tovagliolo di carta? E chi deve ammazzare?” urla paonazzo il barman.
“Dovevo ammazzare proprio lui: il tovagliolo. La mia vittima stavolta ha deciso di assumere le sue sembianze“.
“Te sei pazzo” mi gridacchia il vecchietto dello scopone e picchietta l’indice sulla tempia.
“Non credo” replico serafico. “Il mio compito è girare di paese in paese, ovunque possa annidarsi la mia vittima, per trovarla ed eliminarla”.
“E chi sarebbe la tua vittima? Un pezzo di carta?” sbraita uno dei compari al tavolo della scopa.
“No, la mia vittima si chiama pregiudizio. E può prendere qualsiasi forma. Ieri, ad esempio, l’ho visto in una bilancia che ha scatenato le risatine di due ragazzetti di fronte alla pesa di una ragazza obesa in piscina. Due giorni fa, invece, era una borsetta istintivamente stretta al petto da una signora quando ha visto entrare nel bazar del villaggio un uomo di colore. Avreste dovuto vederla quando ho preso a calci il suo amato feticcio firmato. E oggi? Beh, oggi era il tovagliolo che quel signore al bancone ha usato per ripulire il bordo della tazzina, temendo potesse essere stata contaminata dalle labbra malate e pervertite di un povero Cristo con un’unica colpa: un abbigliamento, lo ammetto, di pessimo gusto”.
I volti inebetiti di questi individui valgono da soli il prezzo del biglietto.
Il barman mi fissa risentito e prova a demolire la mia teoria:
“E chi sarebbero la ragazza grassa e il negro che hai nominato prima? Sono tutti tuoi complici? Girate una candid camera con gli attori per far vedere a tutti i buoni sentimenti sotto Natale?”.
“Non ho complici: un killer lavora da solo. Sono sempre io. E non uso travestimenti. Posso scegliere qualsiasi aspetto esteriore, proprio come il mio nemico”.

“Quanta roba buona ti sei fumato, eh?! Chissà che bei viaggi” ridacchia il mazziere.
“Bingo. Senza volerlo hai indovinato”.
“Prego?” biascica l’uomo del tovagliolo al bancone, rimasto pietrificato fino ad allora.
“Io non faccio viaggi: io sono il Viaggio. Piacere di conoscervi. Chissà quante volte mi avrete evocato, sognando un’evasione dal vostro incancrenito quotidiano. Qualcuno di voi avrà persino confessato una grande passione per me, fra amici o addirittura all’interno del curriculum vitae. Vi svelo un segreto, cari: nessuno tra voi mi ama, nessuno tra voi mi ha mai davvero conosciuto. Sì, perché altrimenti avreste capito da soli che io sono l’unico vero antidoto a ogni forma di pregiudizio. Sono la goccia che erode uno a uno i vostri luoghi comuni e scolpisce, paese dopo paese, il solo enorme luogo comune ad ogni essere umano: il mondo.

camaleonte2E il mondo, o la Terra,  chiamateli come vi pare, si comprende solo con l’attitudine del Camaleonte, che indossa la pelle dell’ambiente circostante non per mimetizzarsi, come si pensa, ma in funzione del suo stato emotivo. Che sia il terrore di essere catturato da chi vede diverso o l’amore prima di un corteggiamento, il camaleonte prova dei sentimenti e cambia colore.
E capita a volte che quella nuova tonalità entri casualmente in sintonia con le frequenze cromatiche del suo habitat: è in quel momento che un viaggiatore comprende una sfumatura in più di ciò che lo circonda.
Insomma, gente: cercate di provare qualcosa, cazzo, di andare oltre le vostre paure.
Cambiate pelle. E schiodatevi da qui”.

Il Lord of The Napkins, supremo signore dei Tovaglioli e unico pentito tra gli astanti, mi fissa in stato vegetativo e domanda d’istinto: “È davvero sufficiente il Viaggio per sconfiggere il Pregiudizio?”.
Raccolgo le mie cose e mi dirigo all’uscita.
“No. In realtà sono utili anche due mie amiche, Educazione e Cultura, ma qui non sono mai entrate. Ve le presento la prossima volta. Come capirete, devo ripartire”.

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4 thoughts on “IL CAMALEONTE

  1. Bravo Roby. Difficile scrivere un racconto edificante come questo senza scadere nella retorica.
    Mi pare che tu ci sia riuscito. Complimenti.

    • Sì Vale, hai ragione. Ho dovuto calibrare a lungo la parte finale, onde evitare di finire a terra con il culo spiaccicato nella melassa :).
      Grazie davvero. E buon anno, sperando finalmente di rivederci anche di persona.

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