IL PARADOSSO PUÒ ATTENDERE

Non sono pigro. Sono come Fabio: al Massimo un Temporeggiatore.
Più che rinviare, differisco. Differisco dagli altri per distinguermi.
Soddisfo i miei desideri lasciandoli per ultimi. È una forma di ap-pagamento dilazionato.

La frenesia ti riduce schiavo degli eventi: il “tutto sùbito” è un “tutto subìto” che non fa per me. È un attimo sbagliare accento per la fretta e ritrovarsi in balìa della bàlia più impietosa: il tempo.
Più ne ritagli, più ti piomba addosso come un sasso che schiaccia le tue forbici.
La morra è una cosa meravigliosa. Per lui, il tempo, che vince sempre. Ecco perché non faccio il suo gioco e aspetto.
Mi faccio rapire da una banda di emozioni e attendo incappucciato il momento del mio personale riscatto. Sempre che qualcuno voglia pagarlo.

attesaE pensare che quella volta mi ero ripromesso di agire:
“Basta procrastinare!”. “Tra un po‘ giuro che lo faccio” dissi poi, invischiandomi nel paradosso. OK, forse sono pigro. E allora aspetto.
L’aspetto è tutto, oggigiorno.
Prima o poi verrà il mio momento.

Io intanto bevo e mi preparo a una colossale piena.
Mi trovate seduto lì: sull'”arriva” del fiume.

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LITTLE CORNER

“Eppure ti ho sempre voluto bene, sai?” pensò la piccola Melanie ricacciando un impercettibile groppone in gola.
“Ma guardati, sei proprio tu. Non avrei mai immaginato di rivederti. Tu forse non mi riconosci, così sporca e lurida accanto alla ragazza che mi ha adottato. È un’artista di strada, sì, di quelle con la custodia della chitarra lasciata sul marciapiede per accogliere le offerte dei passanti.
Chissà, forse la definiresti una mendicante. Io invece sono felice della mia nuova vita.
Lei si prende cura di me, mi vuole bene. Mi sto anche abituando al mio nuovo nome: mi ha ribattezzato Melanie”. Continua a leggere

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ALL’ASILO RIDO

“Teresa, giochi con me? Dai, scappiamo”.
La schiettezza di quel piccoletto di Gianni la colse di sorpresa.
“Ma che dici?! E se poi ci scoprono ancora?” nicchiò lei guardandosi attorno furtivamente con il terrore che qualcuno li stesse ascoltando.  Continua a leggere

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JOY ROTATION

“Dottore, siamo pronti. L’intervento inizia fra due minuti” annunciò asettica la giovane alla sua sinistra.
“Si comincia” intimò la giunonica prima infermiera alla sua destra con un tono che non ammetteva repliche.
Il chirurgo si guardò attorno stranito. Osservò il vecchio orologio da parete della sala operatoria e sollevò nervosamente le braccia avvolte dal camice nel maldestro tentativo di tamponare il sudore che gli imperlava la fronte.
“Come pensa di procedere, dottore?” continuò perentoria la donna.
Il medico deglutì visibilmente imbarazzato.
“Io … non so, a dire il vero” confessò dopo qualche secondo.
“Che significa non so, dottore?”. Continua a leggere

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VIAGGIO IN GHIRLANDA

L’Irlanda è perfida. Ti gira attorno, ti circuisce, ti avviluppa da Nord a Sud. 
È più Ghirlanda, a pensarci bene. Una ghirlanda di foglie verdi e fiori variopinti che ti si posa in testa, ci entra e si stabilisce come un inquilino impossibile da sfrattare. 

L’Irlanda è musica, gioia, ospitalità, modestia, bontà d’animo e paesaggi da lasciarci il fiato. Banale finché vuoi, ma questo è. 

L’Irlanda è San Patrizio. Ha convertito i celti al cristianesimo, ma non li convincerà mai a guidare dal lato giusto della strada. E allora affronti le rotonde tuffandoti a sinistra, nella speranza di non trovare San Pietro oltre l’incrocio.  Continua a leggere

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SOLO UNDICI METRI

Undici metri. Solo undici metri lo separavano dalla vittoria. Quella con la V maiuscola, come la Vendetta. L’orgasmo definitivo. 
Un fremito di rivalsa pervadeva ogni sua fibra da due settimane esatte, quando lo stesso portiere lo aveva neutralizzato esponendolo ai feroci sfottò del popolo della strada. Perché mai gli era saltato in mente di giocarsi la carta del cucchiaio? Quell’idiota si era concesso il gusto di renderlo ridicolo senza neppure muoversi di un millimetro. Ricordava ancora il suo ghigno sardonico. Era come se quegli occhietti vispi e perfidi e quelle manone a forma di badile gli avessero vomitato in faccia: “Chi credevi di fregare? Niente da fare, bello: di qui non si passa”.

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RECLUSE

“Posso? Mi hanno detto di chiedere a te” chiese Francesca affacciandosi alla porta della cucina.
L’imponente sagoma femminile intenta ad affettare zucchine non la degnò di attenzione.
“Scusa, so che sei impegnata. Marisa, giusto? Ti rubo solo qualche minuto, promesso” proseguì la giovane esitante.
tagliereIl colpo secco del coltellaccio sul tagliere segnò l’inizio della svogliata interruzione.
“Cosa vuoi?” sibilò il donnone di spalle asciugandosi le mani con uno strofinaccio.
“Ecco, io sono nuova qui. Sono entrata due settimane fa. Avevo chiesto alla ragazza della cella accanto alla mia, ma lei mi ha detto che qui dentro bisogna rivolgersi a te per queste cose”.
“Queste cose quali sarebbero? Non so di che parli”. Continua a leggere

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