PAST WORDS

“E chi si ricorda la password?!”.
Osservo imbambolato la fioca luce del monitor nel buio pesto del soggiorno.
L’E-commerce notturno sarebbe un sottile piacere della vita per chi soffre d’insonnia, se solo non fosse per la piaga biblica delle password abbandonate come relitti su server dove ci si è registrati anni prima.
Finisce sempre così, rifletto inviperito nel vano tentativo di raccogliere le idee.
Vedi quel gadget che ti piace, quell’accessorio che non pensavi di volere e che invece ora ti pare indispensabile, lo aggiungi al carrello e al momento di concludere l’acquisto è come se ti fermassero sul nastro trasportatore al supermercato chiedendoti il passaporto.
“Cazzo, non me la ricordo la password di questo sito, OK?” urlo nel silenzio immobile delle 3:23.
Il gatto appallottolato sul divano apre l’occhio sinistro per metà e si stiracchia irritato.password

La procedura d’emergenza per il recupero mail e password giunge come una scialuppa in soccorso dei naufraghi dello shopping compulsivo. “Hai dimenticato user name e password?”.
Sì, entrambi. Non conosco me stesso da una vita, figurati se mi ricordo il mio pseudonimo su questo sito sfigato dove non compravo nulla dal 2008. Niente user name, al massimo Loser Name, il consueto Io Perdente per il quale devo attivare le credenziali ogni disgraziata mattina. OK, devo resettare.
“Un messaggio per attivare la nuova password è stato inviato al tuo indirizzo mail. Clicca sul link ricevuto per completare la registrazione”.

Non ci credo. Dovrei sapere con quale indirizzo mail mi sono registrato, ma non mi ricordo nemmeno quello. Merda. Provo il solito. Niente da fare. Che mail usavo otto anni fa?
Virgilio, traghettami sulla sponda della memoria. Libero, affrancami dal giogo dell’oblio.
Yahoo, fammi esultare almeno una volta nella vita.
Trovo l’account in un cassetto recondito della mia RAM. Ora posso cliccare e completare la transazione per portarmi a casa questo agognato libercolo, manca soltanto il … fottuto metodo di pagamento.
Serve la password anche per questo. E non la so.
Mi alzo spazientito e mi accomodo sul divano, costringendo un gattaccio più recalcitrante del previsto a farsi accarezzare come Marlon Brando nel Padrino per restituirmi una parvenza di autocontrollo.

Stiamo calmi. Dovrei ricordami la mail associata, in questo caso: è la solita, quella che prima ha girato a vuoto. Torno al pc e frugo tra i messaggi vecchi con la chiave di ricerca “password”, in barba a ogni logica di sicurezza. Trovato! Anche questo è un messaggio vecchio, di quasi sette anni fa.
Ecco la password: era … No, non può essere proprio quel nome. Il nome di lei, la stessa lei che mi sono ritrovato a pensare con le pupille appese al soffitto l’altra notte, mentre un sibilo di vento gelido fuori stagione mi tormentava i polpacci. Ripeto ad alta voce la formula magica: il suo nome, banalmente seguito dalla data di compleanno, giusto per facilitare la vita agli hackers che avessero voluto scardinare le esigue difese informatiche a protezione del mio conto.

proiettoreD’un tratto, un bagliore accecante mi fa sobbalzare di terrore: mi volto di scatto sulla poltrona girevole e vedo un fascio di luce artificiale proveniente dall’orologio a forma di vinile alle mie spalle tagliare la stanza e proiettarsi sulla parete nuda opposta accanto alla mia scrivania.
Avverto distintamente il rumore ipnotico e avvolgente dei vecchi proiettori a pellicola, ormai soppiantati in quasi tutte le sale dai nuovi modelli digitali. Cerco istintivamente di alzarmi per attraversare il salotto e dirigermi verso la fonte di luce, ma resto inchiodato da una forza superiore allo schienale, costretto a volgere lo sguardo verso quello che ormai è diventato un vero e proprio schermo cinematografico.

Sulla parete illuminata a giorno osservo scorrere una dopo l’altra in un turbinio infernale tutte le password che la mia mente abbia mai partorito in decenni di iscrizione a siti e servizi di ogni genere.
Mi ritrovo mio malgrado a fissare il muro inebetito, immerso in un profluvio di lettere e numeri apparentemente casuale che lascia però intravedere con sempre maggiore chiarezza un senso di fondo.

Leggo le primissime password risalenti alla nascita degli indirizzi mail, ancora impacciate e ingenue come un bimbo che muove i primi passi; quelle degli anni a venire, marchiate a fuoco con avvenimenti dell’epoca e nomi di persone amate o animali domestici; le ultime, sempre più intricate e spersonalizzate per sottrarsi dopo anni di modifiche al maglio delle parole già utilizzate.
sequenza.jpgTutte le password riflettono un momento, un evento, un amore, una passione che ha segnato in una qualche forma il nostro cammino. Si potrebbero chiamare past words, perché ognuna di esse ci lega a un accadimento del passato, penso con gli occhi attaccati al mio multisala della memori.

Ciao, ti riconosco: hai il nome di quell’amico con cui prenotavamo volo più hotel per fuggire in una capitale europea – e non a caso, eri la password per accedere a quello stesso sito di offerte di viaggio. Tu invece eri associata a quell’account mail che mi permetteva agli albori di Internet di ricevere mega e mega di foto – e sempre non per caso, portavi il nome grazioso della ragazza che me le spediva da un Paese lontano.
C’è un che di irrimediabilmente nostalgico nei servizi che non ti chiedono di rinnovare periodicamente la password, concludo. Lasciano depositata per anni una minuscola combinazione alfanumerica sul fondale di un oceano di stimoli esterni, prima di ricomparire misteriosamente e costringerti a fare i conti con una parte di te che credevi ormai sepolta.

bankers.jpgLe banche non lo sanno, ma assolvono anche in questo alla loro funzione di pedante metronomo dei nostri doveri, imponendoci di modificare con fastidiosa frequenza i codici di accesso dell’home banking per motivi di sicurezza. In tutti questi casi, come per certe parti della tua vita, non hai scampo: sei costretto a rinnovarti, a “stare sul pezzo”, a rispettare le scadenze e rimetterti in gioco dimenticando il passato.

Non come gli altri frammenti della tua esistenza, per i quali resti eterno prigioniero delle stesse lettere e degli stessi schemi di anni prima. Spesso ti riduci a scrivere certe passwords in automatico, con movimenti meccanici della dita che corrono sulla tastiera senza neppure collegarle più a un significato.
Un po’ come svegliarsi alla mattina e ripetere una sequenza di gesti per affrontare una giornata che non ci appartiene, magari per andare in banca.
La banca, già. Proprio lei, archetipo eterno della noia e del conformismo, in realtà ti impone una continua micro-mutazione. “La password è scaduta”. Non fai in tempo a concepire una nuova stringa e usarla una volta che subito ti viene ordinato di slacciarla.
A quel punto meglio comprare delle scarpe nuove, penso, che fanno sempre comodo quando si tratta di rimettersi in marcia. Resettare in toto, in termini ancora più drastici di quanto fatto pochi minuti fa per uscire dal primo impasse.

Cambiare password non è sufficiente, bisogna modificare anche lo user name che ti identifica.
Rifarsi il nome, come estremo gesto di rinascita e distacco da quel passato che si è stratificato tra Gigabyte di nomi e simboli cui devi stare attento a non pestare il Caps Lock per evitare di farti male.
RESET. Reset col morto. Io, o almeno la parte di me rimasta invischiata nei vecchi mazzi di carte.

Il fascio di luce si spegne di colpo, risucchiato dalla stessa parete che gli aveva dato i natali.
Ripiombo nel buio completo, mitigato dal bagliore flebile dello schermo in stand-by.

Sento inequivocabile il rumore di una notifica. Certo, non poteva che essere lei.
È la Miss Password che mi ha lasciato crogiolare in una cupa insonnia qualche giorno fa, riemersa chissà come proprio ora in superficie per chiedermi “Come stai?”.
Lascio il messaggio non visualizzato. Ci penserò più tardi. Forse.

gattoIl gatto mi squadra con atteggiamento intimidatorio e al contempo interrogativo.
Sì, Freddie, c’era anche il tuo nome sulla parete. Resta uno dei pochi, se non l’unico, che non ho bisogno di resettare.
Lui si alza pigramente e avvia con la linguetta un raffinato repulisti della zampa sinistra.
“Vorrei anche vedere, stronzo” sembra voler concludere.

CI SONO SEMPRE STATA

“Eppure io per lui ci sono sempre stata”.
La drammatica consapevolezza della sua natura da crocerossina non leniva il dolore, anzi, se possibile dilaniava la sua anima con ancor più ferocia, fino a farle rinnegare un’intera esistenza trascorsa al suo servizio.
C’era sempre stata, certo. E lo aveva sorretto con cieca determinazione da quando lei stessa ne aveva memoria. Lo aveva protetto dal resto del mondo, accecando con la luce dei suoi raggi la cattiveria e la meschinità  di chi avevano incontrato lungo il cammino. Continua a leggere

LA RIUNIONE DI CONDOMINIO

“Manca qualcuno o possiamo cominciare?”.
È la voce stridula della professoressa Archibugi a fendere il distratto chiacchiericcio degli invitati.
“No, dovremmo esserci tutti” la rassicura il braccio destro rag. Attilio Guidi, accomodandosi per primo alla tavola rotonda di fronte all’inseparabile blocco degli appunti.
“Chi presiede l’assemblea di condominio in assenza dell’amministratore? Cosa dice la legge?”.
La precisazione puntigliosa della giovane Vittoria, abituata all’affermazione personale dal nome di battesimo e alla meticolosità dalla professione di Direttore Commerciale di una web agency, si insinua nella perfetta macchina organizzativa imbastita dai due promotori ingolfandone gli ingranaggi.

documento“Dovremmo nominare un Presidente tra i presenti e un segretario che si occupi del verbale” risponde la prof gelida.
“Questa però non è una vera e propria Assemblea: preferirei definirlo un incontro informale tra condomini con lo scopo di discutere amichevolmente di interessi comuni” aggiunge.
“Ma quali interessi comuni! Diciamo le cose come stanno: voi volete far fuori l’Amministratore. A me sta bene, anche se non sono d’accordo, però giochiamo a carte scoperte” tuona il Maestro Preziosi, pittore di chiara fama e inquilino dell’atelier al terzo piano.  “Sappiate che non amo le riunioni segrete convocate alle spalle del diretto interessato”.

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CENTO PER CENTO ARABICA

La scena si svolge all’interno di un ristorante qualsiasi, con arredi anonimi dagli improbabili accostamenti  rosso/arancio. Sei accolto da una donna sorridente, il cui tono di voce suadente e cortese non fa presagire la tortura cui sarai sottoposto.

Capisci che la serata prenderà una brutta piega quando ordini due Prosecchi e la giovane Cicerona snocciola uno sterminato elenco di bottiglie che termina con un inesistente “Valdobbiadena” (?!); il lieve fastidio assume però subito la forma del “what the fuck” quando tu, ignaro, chiedi una bottiglia di minerale frizzante e lei, melliflua, ti porge la “CARTA DELLE ACQUE”. Continua a leggere

MEZZERIA

“MEZZERIA”
(poesiucola ispirata da una foto scattata per caso)

Un amore da poco appassito
È una rosa calpestata
Adagiata esanime sull’asfalto umido
Al centro esatto della carreggiata

Il gambo avvolto dal buio
Della strada vecchia
Ancora affastellato delle spine
Che han forato le gomme
Delle tue certezze grigie

Il fiore rosso vivido
Risalta di gioia e sopita passione
Sulla linea bianca di mezzeria
Si affaccia timido a guardare oltre
E accenna appena al cambio di corsia

È ancora troppo presto
Per azzardare il sorpasso dei ricordi

R.R.