IL CARICATURISTA

Lo avrebbero definito un “carica-turista”, ma lui i turisti non amava aggredirli: li aspettava placido e paziente. Il suo traballante cavalletto scalcinato detestava la folla sguaiata di Place du Tertre, la celeberrima piazzetta dei pittori di Montmartre a Parigi che ospitava poco lontano il vocio festante di visitatori provenienti da ogni angolo del globo.

ImmagineSaul riluceva dello splendore anonimo e senza tempo di chi potrebbe avere novant’anni e dimostrarne quindici. O il contrario.
Inafferrabile, imperscrutabile, impossibile da decifrare leggendo fra le rughe.
Vecchio, sì, su questo non ci pioveva.
Su di lui, al contrario, pioveva eccome.
E soleggiava. E nevicava.
Affrontava stoico qualsiasi condizione atmosferica. I lunghi capelli grigi e un po’ bohèmien, trasandati ma puliti, sembravano appartenere al paesaggio circostante.
Come dettagli sbiaditi di un acquerello, da confondersi con i muri scrostati di quel vicolo dietro la magniloquente Basilica del Sacro Cuore dove era solito appostarsi.
Accoglieva i viandanti ansanti che trascinavano il fiatone su per la scalinata ripida verso la chiesa. Turisti talmente poco lucidi da sbagliare strada, ritrovandosi in una rue non indicata dalla mappa della guida Lonely Planet.

Non li invitava ad accomodarsi sulla minuscola sedia pieghevole di metallo arrugginito per farsi ritrarre dalla sua matita a carboncino: la sua era la discrezione dignitosa di chi non va in cerca di imbarazzati “Non, merci” di cortesia, rischiando il rifiuto sgarbato dei più maleducati.
Una timidezza così esasperata da affidare il ruolo di “venditore” al cartone poggiato su un cappellaccio a terra, recante la scritta in pennarello:
“Sit down and leave your offer”. In un ecumenico inglese buono per tutte le anime del mondo.

cartoneEra specializzato in ritratti anticonvenzionali: non indugiava sull’esasperazione dei tuoi tratti somatici, ma su quelli del carattere. Ti faceva la caricatura dell’anima.
“Saul – Soul Painter”, come si definiva lapidario nei biglietti da visita sgualciti senza recapiti telefonici o mail accatastati disordinatamente davanti al copricapo.

Lì per lì, non potevi che rimanere attonito.
Un uomo d’affari raffigurato come uno squalo dagli incisivi sporgenti, una mamma brava ascoltatrice con orecchie elefantesche, i coraggiosi con un fegato fuori scala, i buoni dal cuore enorme e così via, in una riedizione introspettiva della fiaba di Cappuccetto Rosso e il lupo.
Buono o cattivo, dipendeva da cosa fosse più in risalto nella caricatura.
“Che bocca grande che ho. Non mi somiglia per niente”.
“Non è per mangiare meglio, signora, ma forse perché la usa molto. Anche troppo. O no?”.

Saul non pensava fosse suo compito insegnare la morale della favola.
Ti vedeva per ciò che eri, senza dare per scontato che la tua apparenza fisica riflettesse quella interiore. Citava di frequente il filosofo inglese Thomas Browne, il primo a usare il termine “caricatura”, per il quale “nei tratti del nostro volto è scolpito il ritratto della nostra anima”.
Credeva come lui nella fisiognomica, ma ne scardinava i precetti più antichi, rifiutandosi di credere che a tratti simili corrispondessero necessariamente identiche attitudini.

Saul si spingeva oltre i lineamenti, dando corpo con i suoi personali tratti di matita alla voce più intima del suo variegato pubblico.

Chi si riteneva un semi-Dio e si ritrovava ritratto col tallone d’Achille più grande del piede avrebbe fatto bene a riflettere sulle proprie debolezze.
Chi pensava di essere stupido e si ritrovava un cervellone dalla materia grigia debordante, al contrario, ne sarebbe dovuto uscire con un rinvigorente pieno di autostima.

Non sempre, come prevedibile, l’incontro con la nuda essenza della propria natura scatenava reazioni di ammirazione per il suo lavoro. Il più delle volte, il disegno era nervosamente arrotolato tra mugugni e borbottii per chiudere la propria breve esistenza nel più vicino cestino dell’immondizia; in alcuni casi, addirittura, l’offerta generosamente elargita poco prima veniva sdegnosamente ritirata tra gli improperi di chi non accettava la cruda realtà.
Succedeva di continuo. Erano in troppi a pensare di poter raddrizzare un’inclinazione o di saper temperare il proprio temperamento. Senza rassegnarsi all’idea che l’indole non cambia: tutt’al più indolenzisce.

caricatureL’incredulità accomunava buoni e cattivi, belli e brutti. Il primo impatto al cospetto della propria caricatura era l’espressione di stupore di chi non si riconosce e allontana il foglio dagli occhi, nel vano tentativo di cogliere nuove sfumature e cambiare idea.
Tutti a indietreggiare, tutti a chiudersi in sé come forma di autodifesa.
Tutti ritratti, alla vista dei ritratti. Fino al punto di domandargli regolarmente in uno stentato francese o in un inglese maccheronico: “Perché mi hai disegnato così? Cosa hai visto?”.

Lo chiese anche quell’arrogante rampollo di buona famiglia, che una notte di dicembre si ritrovò raffigurato con le braccia corte di un T-Rex.
“Cosa vorresti dire, vecchio? Che sono tirchio? Sono pochi due euro nel cappello? Ne vuoi uno in più di mancia?”.
Saul non mosse neppure un muscolo del viso, come faceva d’abitudine di fronte alle astruse sceneggiate dei malcapitati per provare a farli smettere.
“Non rispondi? Guardami negli occhi quando ti parlo”, sbottò il ragazzo strappandogli gli spessi occhiali neri e inorridendo alla vista del suo sguardo vacuo perso nel vuoto.

Saul era cieco. Dalla nascita.
Per questo, si affidava al libero arbitrio dei passanti per la scelta del prezzo da pagare.
Per questo, non si curava più di tanto di quanto fossero attendibili le sue riproduzioni: il carboncino nero si limitava a scorrere lungo il foglio come teleguidato da un medium, danzando flessuoso a rincorrere le forme che avevano appena preso vita nella sua testa prima di sentirle definitivamente evaporare.

Lo trovarono riverso sul selciato una fredda mattina di febbraio, a Pont-Neuf, in mezzo a una montagna di stracci. Nessuno sapeva dove dormisse. Di certo, non era riuscito a raggiungere il suo giaciglio improvvisato da qualche parte sull’’Île de la Cité. Doveva essersi accasciato a metà del ponte, sorpreso dal freddo o da un infarto.
Un’unica incongruenza turbava l’apparente, tragica naturalezza della scena: il cavalletto giaceva a pochi passi da lui, perfettamente montato sul suo treppiede come dovesse immortalare un nuovo cliente.
Avvertendo lo scoccare dell’ultimo rintocco, Saul doveva essere riuscito con sforzo sovrumano a sistemare per un’ultima volta la sua postazione, lasciando il foglio del disegno appena terminato in bella vista.

A una prima superficiale analisi sarebbe potuta sembrare la sua auto-caricatura, ma la rotondità delle forme e la pesantezza del tratto, lontane anni luce dal suo inconfondibile stile, rivendicavano inequivocabilmente l’appartenenza alla mano di un altro ritrattista.
Qualcuno che aveva sentito il bisogno di mettersi al suo posto e scolpire su carta la sua anima buona nelle ultime ore di vita, un attimo prima che spiccasse il volo.

Saul era raffigurato a mezzo metro d’altezza, sorretto in aria da due pesanti ali riccamente adorne. Sulla sua figura esile, abbozzata di fretta da chissà chi per non perdere l’ispirazione, spiccavano due occhi immensi e teneri, a occupare da soli almeno una buona metà del viso.
Le pupille, radiose e luccicanti, troneggiavano solenni al centro dell’iride.

occhialiChissà come aveva reagito Saul, vedendosi per la prima volta dall’altro lato del cavalletto. Forse anche lui, non riconoscendosi, si era ribellato all’Artista che lo aveva caricaturato prima di vederlo attraversare l’ultimo ponte.
“Ma io sono vecchio, cammino a malapena. E non ho gli occhi così grandi”.
“Li hai, Saul. Credimi. Sono per vederli meglio”.

Saul era fatto così: un angelo cieco che sapeva volare, osservandoci dall’alto dei suoi occhi-ali.
Indifferente al disegno che il destino aveva in serbo per il suo cliente e pronto a consegnare il suo.

E chiunque si fosse trovato davanti, Dio o il Diavolo, lui lo avrebbe visto per ciò che era.
Così bello o così brutto. Come lo si dipinge.

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