MEMORY PARK

Era lì, in piedi, all’intersezione tra North Railroad Avenue e Garretson Avenue.
A un primo sguardo, i passanti di quella zona di Staten Island lo avrebbero forse scambiato per uno di quegli sgargianti uomini-sandwich che nelle ore diurne invitano i passanti ad approfittare delle straordinarie offerte su giornali e sigarette del chiosco Quick Stop all’angolo.

ImmagineL’uomo indossava un rigoglioso costume giallo da clown, completo di naso, scarpe e bottoni rossi e un’appariscente gorgiera bianca. Il viso totalmente dipinto di bianco e la testa calva, ad eccezione di qualche sparuto ciuffo rosso che faceva timidamente capolino dalle tempie, avrebbero ricordato a chiunque IT
(o meglio Pennywise), il raccapricciante clown assassino protagonista del celebre libro di Stephen King.
Gironzolava nervosamente in tondo, circumnavigando all’infinito il cartonato con la copertina di un giornale di gossip mentre farfugliava tra sé e sé frasi sconnesse in preda a una grottesca agitazione.

Matthew uscì con la testa bassa dal sottopasso della stazione ferroviaria di Dongan Hills, accelerando il passo per ripararsi dalle fastidiose sferzate di pioggerellina pungente che lo investirono mentre era diretto verso l’automobile parcheggiata in Cromwell Avenue.
Da impeccabile broker finanziario della Grande Mela, si accingeva a rincasare alle ventidue e dieci dal suo lussuoso ufficio a Lower Manhattan, che spesso non abbandonava neppure per le ore notturne, accasciandosi sul divanetto per risparmiare tempo prezioso l’indomani.

ImmagineAttraversò la strada in corrispondenza di un minuscolo negozio di tatuaggi accanto a un fetido fast food, proseguendo il cammino lungo il marciapiede tra le cartacce che infestavano il marciapiede sospinte dal vento.
Giunto all’altezza del chiosco, alzò la testa in corrispondenza dell’incrocio e si trovò di fronte l’imponente sagoma del pagliaccio a meno di un metro.
“Sa dov’è il mio palloncino?”, chiese quest’ultimo con voce stridula.
Matthew cacciò un urlo selvaggio, arretrando di qualche passo.
“Merda, mi hai fatto morire di paura. Chi cazzo sei?”, ringhiò impaurito.
“Io sono Scratchy, ma ho perso il mio palloncino. E non trovo la strada per Memory Park.
Lei sa dov’è?”, implorò speranzoso il clown mostrando i denti con un sorriso inquietante, mentre cercava di trattenere il passante per un braccio.
“Cristo, lasciami stare, che problemi hai?”, si divincolò Matthew dalla stretta. L’uomo fuggì via terrorizzato senza voltarsi e svanì dietro l’angolo della Garretson, lasciando il pagliaccio nel suo cupo e solitario sconforto.

Janet comparve da Hancock Street, trascinando due pesanti borse. Terminato il turno di lavoro alla cassa da ShopRite, il supermarket del vicino Hylan Boulevard aperto 24 ore su 24, la donna aveva appena riempito alla rinfusa due sacchetti di generi alimentari per una frettolosa spesa prima di fare ritorno al suo appartamento sulla Cromwell.
Appena vide il clown salutarla da lontano e correrle incontro minaccioso sbracciandosi dall’altro lato del marciapiede, la donna si sentì raggelare il sangue e fece crollare sull’asfalto le due borse con un pesante tonfo.
Non sentì neppure Scratchy invocare dalla strada “Signora, sa dov’è il mio palloncino? Mi serve per il mio numero”.
Janet raccolse istintivamente da terra una borsa ancora grondante di succo d’arancia appena rovesciatosi e la lanciò all’indirizzo del clown con tutta la sua forza.
Scratchy si scostò appena in tempo per evitarla e vederla sfracellarsi alle sue spalle, costringendo a una brusca frenata un’automobile appena spuntata dalla Garretson.
Il conducente, un uomo di colore sui trent’anni, trovandosi di fronte la sinistra figura del clown illuminata a giorno al centro della strada, tornò sui propri passi paralizzato dal panico e portò a termine una sconsiderata manovra per invertire il senso di marcia, dandosi alla fuga con un fischio di gomme dopo aver abbattuto il cartonato di fronte al chiosco.
Janet assistette alla scena impietrita, incapace di muovere un solo muscolo.
Scongiurato il pericolo, il clown le rivolse uno sguardo lamentoso da qualche metro.
“Perché deve essere così cattiva, signora? Non deve aver paura, volevo solo un’informazione”.
Non ottenne risposta. La donna gli voltò le spalle e corse via lungo la Hancock, lasciando nuovamente il figurante da solo in scena.

Immagine“Di che informazione aveva bisogno? Se posso aiutare, lo faccio volentieri. La gente è così maleducata, al giorno d’oggi”.
Scratchy non poteva credere alle sue orecchie, nascoste dalle spaventose ciocche rosse.
Si girò di scatto e si ritrovò a pochi passi da un anziano con la barba lunga, fasciato da abiti dimessi.
“Finalmente una brava persona”, pensò sollevato.
Non appena vide il cane da guida al suo guinzaglio, un dolce labrador spelacchiato, comprese però subito con una punta di rammarico il perché di quegli occhiali scuri e la ragione della sua gentilezza.
“Ehm … grazie, non so se può darmi una mano. Dovrei fare il mio numero, ma non trovo più il mio palloncino. Lavoro a Memory Park. Lei sa come potrei arrivarci? Devo parlare con Derek, il padrone del circo”, fece tutto d’un fiato.
“Buono Scott, buono. Perché ringhi così? Il signore sta solo chiedendo un’indicazione”, disse il vecchio carezzando amorevolmente il cane sulla testa.
“Memory Park”, rispose dopo qualche secondo di riflessione. “Oh, conosco quel posto, ci andavo da bambino. È sicuro che il nome sia quello? Quello che dico io è stato chiuso più di cinquant’anni fa”.
“Impossibile”, ribatté Scratchy. “Memory Park esiste ancora. Io lavoro al circo con gli animali e gli acrobati, ma il parco di divertimenti è enorme: ci sono le montagne russe, il museo delle cere, il lanciatore di coltelli, le giostre per i bambini, il tiro al bersaglio e tante altre attrazioni”.

Attrazioni. Fu quella parola a risvegliare nella memoria del vecchio cieco il tepore di sensazioni ormai sopite, dal gusto di caramelle al miele misto all’unto dell’olio riciclato in cui affogavano le patatine delle bancarelle.
Memory Park, signore e signori. Entrate a visitare il più grande parco di divertimenti di New York. Bastano pochi dollari per accedere a tutte le straordinarie attrazioni”, si sgolava allora all’ingresso un omino dall’alto di un paio di trampoli, che ai suoi occhi di bimbo avanzavano lentamente come minacciosi tronchi d’albero pronti a calpestarlo.
E “attrazione” non poteva che essere il termine migliore per descrivere ciò che da bambino provava nei confronti di quel non-luogo magico, suggestivo e fuori dal tempo, in cui ogni sogno sembrava poter prendere forma e spiccare il volo. Sempre più su, oltre l’uomo alto tre metri, oltre le carrozze dell’ottovolante e la bandiera che sventolava maestosa sul pennone.
Lassù, dove forse era finito anche il palloncino che quel curioso signore sembrava voler ritrovare con tanta foga.

Svuotata degli ultimi pendolari, sgattaiolati via dalla stazione, North Railroad Avenue aveva assunto nel giro di pochi minuti connotati spettrali.
L’ultima ad abbandonare la strada fu un’anziana donna asiatica, che si dileguò dopo aver appurato l’impossibilità di restituire vita al cartonato abbattuto dall’auto.
Riavutosi non senza difficoltà dall’attacco di flashback della propria infanzia, il vecchio si ostinò a instillare il seme del dubbio in quella testona rossa che non poteva osservare con i propri occhi.
“Mi scusi se insisto, ma è proprio sicuro del nome? Ci sono tanti altri parchi qui nelle vicinanze, è facile confondersi”.
“Insomma, conoscerò il nome del mio posto di lavoro, no?”, replicò Scratchy contenendo a stento la scocciatura.
“Lei ha detto di esserci stato. Non potrebbe indicarmi come raggiungerlo?”, proseguì.
Il volto dell’uomo, fiero di potersi rendere utile, si illuminò in un sorriso mentre Scott si dimenava scodinzolando, colto da ingiustificata agitazione.
“Posso anche accompagnarla, se vuole. È una piccola deviazione sulla via verso casa. Dobbiamo andare dalle parti di Green Kill Park, mi segua”, si offrì il vecchio, avviandosi di buon passo senza neppure attendere risposta.
“Oh, grazie. Davvero gentile da parte sua”.

L’uomo si muoveva con straordinaria rapidità, costeggiando sicuro il marciapiede con l’unico ausilio dei suoi quattro sensi e affidandosi al sesto per i tratti di strada meno riconoscibili.
Il cane e il clown lo seguivano a ruota, dando a prima vista l’impressione di proteggerlo ma in realtà lasciandosi guidare dal suo istinto.
Giunti dopo un quarto d’ora di camminata dinanzi alle rovine di quello che un tempo la gente del luogo chiamava Memory Park, il vecchio si fermò con un sussulto.
“Da quel che mi ricordo, dovrebbe essere qui”, ipotizzò. “Qui all’incrocio sento ancora lo stesso vento che da bambino quasi mi spazzava via. Allora, che c’è adesso?”.

ImmagineUn’espressione di sgomento e delusione rigò il sorriso artefatto del clown, immobile di fronte al tetro spettacolo delle macerie.
“Non è possibile”, esplose alla fine, correndo goffamente oltre lo scheletro arrugginito del cancello.
“È Memory Park, lo riconosco. Ed è ancora tutto dov’era un tempo, ma è come … se fosse passato un secolo”, balbettò.
“Cinquantadue anni, prego”, puntualizzò l’anziano. “Lo so perché quando dichiararono bancarotta e decisero di chiuderlo, rimasi in lutto per un mese. Avevo già sedici anni e non ci andavo più da un pezzo, ma quel posto mi era rimasto nel cuore. Mi ricordava … Sì, ecco, mi ricordava l’ultimo periodo felice della mia vita”, concluse abbassando il tono della voce.

ottovolante2Scratchy si lasciò cadere a terra, inginocchiandosi scoraggiato dinanzi a quel panorama desolante, evidente frutto di decenni di abbandono.
I binari arrugginiti dell’ottovolante volteggiavano a decine di metri d’altezza, risaltando cupi contro il cielo scuro e plumbeo a disegnare gli ultimi spasmi di un serpente orgoglioso ma ferito a morte, mentre ancora più in alto le carrozze fatiscenti dell’antica ruota panoramica si stagliavano lugubri, come una flotta di navicelle spaziali abbattute e rimaste impigliate tra i rami di un albero secolare prima di schiantarsi al suolo.

Tutt’intorno, una vegetazione spontanea e inesorabile aveva occupato ogni metro quadro di asfalto disponibile, insinuandosi persino sulla pista degli autoscontri, dove alcuni tra i cadaveri delle vetture giacevano su un fianco, ribaltate da qualche buontempone in vena di imprese notturne.
ImmagineIl clown si rialzò a fatica, si avvicinò sconsolato all’enorme distesa di sterpaglie e rifiuti che dominava l’area un tempo occupata dal tendone del circo e inorridì alla vista di un oggetto a lui ben familiare : la scultura con le sue fattezze, posta originariamente all’ingresso del circo per attirare i più piccoli, era stata brutalmente spezzata all’altezza della vita e la parte dalla cintola in su gettata a terra, mentre non era rimasta traccia della metà inferiore.
La beffarda maschera del pagliaccio di metallo occhieggiava macabra dall’asfalto, come in uno di quei film in cui il cattivo di turno sembra sconfitto, ma nell’ultima scena emette un ghigno, a ricordarci che il Male (quello sì) non muore mai.
Il vecchio gli si avvicinò nel timido tentativo di consolarlo.
“Sono rimaste solo erbacce e rovine, vero? Avevo ragione. Scusi, ma lei è ancora davvero convinto di lavorare qui? Non è che ieri sera ne ha bevuto qualcuno di troppo?”, insinuò per sdrammatizzare.

Immagine“Io … ehm … sì, insomma, so il mio nome e so che qui facevo il mio numero con il palloncino.
In tutta sincerità, non ho altri ricordi, vicini o lontani, ora che ci penso”, farfugliò il clown.
“I ricordi”, lo interruppe l’uomo, mentre il labrador si era avventato con i denti sul lurido punching ball ai piedi di una bancarella, scambiandolo per un pallone.
“I ricordi sono tutto ciò che ci resta, amico mio. Ci sono giorni come oggi in cui penso che quel maledetto incidente che mi ha fatto perdere la vista quando non avevo neppure undici anni sia stato una benedizione, in fondo. Preferisco non vedere nulla di questo mondo, per ciò che è diventato. E soprattutto non vorrei mai vedere come si è ridotto questo parco. Giuro: se potessi tornare indietro, mi piacerebbe mostrarglielo con gli occhi dei miei ricordi di allora”.

Accadde in un lampo. Un sole prima pallido, poi via via più accecante, si affacciò dall’orizzonte per catapultarsi poi insolente fino al centro della volta celeste, dove si fermò a illuminare la scena come in un mezzogiorno di piena estate.
La prima a riprendere vita fu proprio la ruota panoramica, che con un sofferto cigolio si rimise stancamente in moto, mentre invisibili mani la dipingevano della tonalità originale di fulgente rosso fuoco, strappandole di dosso anni di ruggine.
Le erbacce furono spazzate via come dall’opera di uno sterminato esercito di giardinieri supersonici, mentre lo sciamare indistinto di una folla oceanica sopraggiunta da chissà dove si sparpagliava ordinatamente tutt’intorno, accalcandosi tra le bancarelle.
Un uomo con il megafono invitava i presenti ad acquistare i biglietti per il circo.
Il parco era tornato a vivere, proprio come allora. E il vecchio poteva vederlo con i propri occhi, gli stessi che incrociarono lo sguardo sconcertato di Scratchy confermandogli – come un pizzicotto immaginario – che non si trattasse di un sogno o di un’allucinazione.

Eppure. Eppure c’era qualcosa che non si incasellava alla perfezione nel suo album dei ricordi. Qualcosa di diverso, come in un puzzle ricomposto a fatica con tessere di un altro mosaico che solo da lontano sembrano combaciare alla perfezione, prima di rivelare colori e forme lievemente dissonanti.
Il vecchio colse tra la folla spicchi di un passato successivo a quei momenti, come tranci di esperienze accumulate in decenni che ora si affastellavano disordinate in quel surreale carrozzone dei divertimenti, sbeffeggiando ogni logica spazio-temporale.
Un’intera vita di gioie, pianti, tormenti, passioni, devastazioni si era radunata all’ingresso per poi disperdersi tra il tendone del circo e le altre attrazioni, in una frenetica danza dell’anima.
Memory Park”, pensò il vecchio. “Non può che essere il parco dei miei ricordi”.

follaIneffabili statue di “c’era” testimoniavano un passato sepolto, ma ancora presente e ingombrante, mentre un truce lanciatore di coltellate alle spalle gli ricordava la meschinità del genere umano. Un mellifluo acrobata lo trascinò in cima alla scala più alta, inducendolo con cautela a camminare su quel sottile e precario filo che il destino aveva scelto per lui.
Precipitato su una rete viscosa di falsi amici, fu subito prelevato e portato in salvo da una folla festante, che lo accompagnò sulla pista degli auto-scontri, dove rievocò fino alla nausea i conflitti con se stesso vissuti in tutti quegli anni per il suo perenne senso di inadeguatezza.
Il tunnel degli errori lo accompagnò in una rassegna impietosa di ogni suo sbaglio, lasciandolo con la sensazione agro-dolce di chi sa di avere terminato il viaggio incolume, ma teme di restare impigliato sulla carrozza ed essere costretto a ripetere la stessa corsa all’infinito.
Qua e là, tra un’esperienza e l’altra, l’adrenalina di un viaggio sull’ottovolante gli ricordava le tragiche montagne russe dei suoi sentimenti, mentre giri di giostra troppo corti non facevano che confermargli la brevità dei rari attimi di gioia.

“Non ci capisco più nulla. Che succede? Che ci faccio, qui? Questa sembra la sua vita”, sbottò il clown richiamando bruscamente l’attenzione del vecchio appena ricomparso al suo fianco.
“Si sbaglia, sa? Potrebbe anche essere la sua. Se non ricorda chi è e da dove viene, forse con un piccolo sforzo potrebbe far apparire anche le persone che fanno parte della sua storia. C’è un legame tra le persone che sopravvive al tempo, allo spazio, alle dimensioni, alla materia o a come diavolo vuole chiamare tutto questo. E quel legame non è altro che il percorso dei ricordi. Deve averne anche lei, non pensa?”, domandò il vecchio sorridendo.

Non appena chiuse gli occhi per concentrarsi, Scratchy si voltò subito verso il tendone, incuriosito dagli strilli di gioia di un bimbo che sembrava correre a perdifiato proprio verso di lui.
“Papà, papà, ho visto i leoni, ma non ho avuto paura”, urlò il piccolo, avventandosi sul clown e aggrappandosi ai suoi larghi e buffi pantaloni gialli.
“Eccolo, il mio ometto”, rispose Scratchy d’istinto, travolto e annichilito da un ammasso di ricordi che come il bimbo lo assalirono all’istante, restandogli appiccicati addosso.
Rivide Hillary, la moglie portata via da quel male schifoso appena tre anni dopo il parto; si trovò a rivivere i primi mesi del suo nuovo impiego ottenuto grazie al padrone del circo, l’unico tra i datori di lavoro ad avere accettato la presenza fissa del bambino accanto a lui; fu catapultato sul luogo dell’incidente, davanti a quel camion guidato da un autista ubriaco che aveva travolto suo figlio, portandogli via la vista e solo per miracolo non la vita.
“Papà, mi fai male, non tenermi così forte. Mi fai vedere come fai il cane con il palloncino?”.
Scratchy aprì gli occhi e abbandonò la presa, consapevole di avere istintivamente stretto a sé il piccolo con tutte le sue forze lungo il tragitto della sua memoria.
“Certo, Sam, adesso andiamo”, gli rispose afferrandogli la mano destra e soffermando lo sguardo sulla piccola voglia a forma di fragola che campeggiava sul dorso tra pollice e indice.
Dove l’aveva già vista? Una scarica elettrica gli percorse la schiena.

Il vecchio era ancora immobile accanto a lui. La mano raggrinzita, che tratteneva a stento il guinzaglio di Scott, rivelava inequivocabilmente sotto uno strato di profonde rughe una voglia identica nella stessa posizione.
Scratchy fissò a lungo il viso ruvido dell’uomo, solcandolo minuziosamente in cerca di quei tratti a lui così cari.
“Ti avevo riconosciuto quasi subito”, disse Sam. “Anche se non potevo vederti, avrei saputo riconoscere ovunque l’odore di plastica e cerone del tuo travestimento”.
“Per esserne certo, però, dovevo andare fino in fondo”, continuò.
“I vecchi ricordi sono clown inquietanti che appaiono all’angolo della tua memoria e ti spaventano a morte, se non li riconosci e li rifuggi. È solo fermandoti con loro e scrostando quel pesante strato di trucco che li spogli e ne riscopri i lineamenti originari.
E anche se si tratta di ricordi tristi, proprio come il sorriso di un pagliaccio, puoi ritrovarli e riscoprirne l’essenza più dolciastra, dal sapore tenue di zucchero filato”.

ottovolanteScratchy spalancò le braccia invitandolo a sé.
“Bentornato, papà”, disse il vecchio.
Furono le sue ultime due parole prima di abbandonarsi all’abbraccio finale.
Il cancello di Memory Park si chiuse per sempre alle sue spalle.

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