IL COLLOQUIO

colloquioCi siamo quasi. Sarà qui a momenti.
Non devo essere nervoso.
Non posso sbagliare.
In genere, ai colloqui c’è sempre un secondo giro. Puoi permetterti di lasciare qualche perplessità al primo incontro e recuperare con un colpo di coda ruffiano all’ultimo round.
Oggi no. Oggi ci si gioca tutto.

Mi siederò impacciato di fronte al mio esaminatore, in attesa del fatidico “Mi parli di lei”.
È così imbarazzante sentirsi chiedere i propri punti di forza e di debolezza.
Quando racconti un tuo successo, devi camminare con l’abilità di un acrobata sul filo sottile che congiunge legittimo orgoglio e presunzione.
Se ti sottostimi e fai il modesto, ti giudicano un perdente; se ti mostri troppo sicuro di te, sei un bulletto vanaglorioso.
Quanto alle mie mancanze, una cosa è certa: sarà impossibile barare.
Non solo avrà il mio curriculum davanti, ma lo saprà decriptare già alla prima lettura superficiale, individuando le piccole bugie che ho disseminato tra le righe come mine dormienti.
Tutte quelle voci addomesticate dalla nostra auto-indulgenza che rischiano di emergere se illuminate dai riflettori della prova dei fatti.
Abilità appena sufficienti spacciate per discrete, conoscenze dignitose contrabbandate per eccellenti.
Non voglio che veda anche me come uno dei tanti convinti fuffologi e tuttologi che simulano tronfi sacche di onniscienza specialistica: non me lo posso permettere.

Sono una corda di violino. Calma. Fermiamoci e ragioniamo.
Devo intuire come si svolgerà la conversazione, per anticiparlo e agire di conseguenza.
OK. Di certo, non dovrei sorbirmi il classico: “Come mai qui?”.
Sono stati loro a chiamarmi, allettandomi con le sirene suadenti di una carriera migliore.
È vero, sono cintura nera di lamento quotidiano, come tutti, ma non avevo mai pensato di lasciarmi davvero tutto alle spalle. Sono uno di quelli che minaccia “da domani cambio vita” pontificando alla macchina del caffè, senza correre il rischio di farsi prendere sul serio.

La madre di tutte le domande stupide, la più temuta e pressoché impossibile da evitare, è la terrificante: “Dove si vede tra qualche anno?”.
“Eh, cosa vuoi che ti risponda. Non lo so, sarai tu a stabilirlo. Vorrei saperlo io da te.
L’importante, in fondo, è stare da qualche parte e starci bene. Ecco dove mi vedo”.
Zitto. Devo tenere a bada quel dannato grillo parlante interiore.
Naturalmente, tirerò un lungo sospiro e ribatterò con voce ferma: “In una posizione di responsabilità, dove sia possibile mettere a frutto le esperienze e gli errori precedenti per impostare un percorso di crescita personale”. O una cazzata simile.

Un’altra trappola da non sottovalutare è quella tesa al momento del congedo, con un abile ribaltamento di frittata: “Ha lei delle domande, delle curiosità su di noi?”.
Certo che ne avrei. Non ha nemmeno idea di quante. C’è gente che si prepara una vita intera, per un’occasione simile.
Confessare che non sapevi neppure della loro esistenza non depone mai a tuo favore.
Grazie al cielo, l’azienda è talmente famosa da non avere bisogno di presentazioni.
E negli ultimi tempi mi sono documentato a sufficienza per non essere colto impreparato.
Se pensa che chiederò “quanto si guadagna?”, si sbaglia di grosso.
Parlare di soldi a un colloquio è il tipico errore madornale.
Per fortuna, me ne fotto del denaro: non l’ho mai concepito come una discriminante.
Sono altre le cose che contano.

Anzi, spero tanto mi faccia parlare delle mie passioni.
È una sezione del curriculum troppo spesso ignorata, ma che dice da sola quasi tutto di una persona. Ciò che hai fatto è lì, sotto gli occhi di tutti. Ciò che sei davvero si rivela da cosa ti emoziona. Ed è giusto che chi decide del tuo futuro ne tenga conto, prima di gettarti nella fossa dei leoni che avranno a che fare con te dal tuo primo giorno.

Ah, stavo dimenticando postura e atteggiamento. Ho tempo per un ultimo ripasso.
Sorridere, sorridere sempre. Di un sorriso naturale, non forzato da ebete.
Guardarlo dritto negli occhi, senza farlo sembrare uno sguardo di sfida.
Diretto, sincero. Non ho la coscienza sporca, non ho nulla da nascondere.
Spalle dritte: gli ingobbiti trasmettono insicurezza.
Seduto composto, mi raccomando. Comodo, non sbracato.
Mai mangiarsi le unghie. E non gesticolare, tradirebbe ansia cronica.

Ecco, l’unico vantaggio rispetto ai colloqui tradizionali è l’abbigliamento.
Oggi non me ne devo preoccupare: sono nudo.
O meglio, a essere nuda è la mia anima. Il mio involucro fisico è deceduto ieri.
La premessa di un’Assunzione, sì, ma in cielo. O dovunque io mi trovi ora.

Esatto: sono morto stecchito. E tra pochi minuti ho il colloquio con il capo.
L’Esaminatore, quello con la E maiuscola. Non ho ancora capito come funzionino le cose, qui.
Sono appena arrivato e mi hanno già detto che è Lui in persona a decidere il tuo prossimo incarico. Rigorosamente a tempo determinato.
Qualcuno la chiama reincarnazione, io la vedo come un’altra esperienza.
Di questi tempi, tutto fa curriculum.

Pare che il capo sia l’unico a sopravvivere a tutte le rotazioni di personale, nei secoli dei secoli. La cosa non mi stupisce.
Per i dipendenti, al massimo, c’è un contratto a progetto di vita.
E puoi sentirti fortunato ad averne uno: c’è chi arriva al trattamento di fine rapporto senza avere ancora capito il “chi fa cosa” nell’organigramma.

Bene, è il mio turno. Sono così teso che “contratto”, oggi, mi ci sento io.
Auguratemi in bocca al lupo. O all’Agnello, direi, usando un termine che dovrebbe creare immediata connection empatica col boss.
Non sarò schizzinoso, prometto: accetto tutto.
Anche un posto senza interessanti prospettive per il futuro.
Anche un “Le faremo sapere”.  Non ho fretta.

ImmagineL’idea di ripartire dal primo vagito non mi entusiasma.
Entri in scena piangendo, esci facendo piangere gli altri.
Appena timbri il cartellino, ti recidono il cordone ombelicale.
Sei già vittima dei primi tagli, imbrattato di sangue e lacrime.

E capisci che la vita sarà un lavoro sporco.

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