L’ATTACCHINO

“Arriva per tutti il momento di osservare la realtà da una panchina. Se ci finisci a ventun anni, però, inizia a preoccuparti”. A questo pensava Iris, placidamente sprofondata di fronte al laghetto delle anatre da ormai un paio d’ore.
Università, esami, spinning, aperitivo in centro, status su Facebook, fai shopping compulsivo, corso di giapponese, volontariato al canile, chat di gruppo su Whatsapp: le sue giornate scorrevano con la soffocante frenesia dell’agenda di un amministratore delegato, risparmiandole la fatica di fermarsi a riflettere.

panchinaLe piaceva indugiare di tanto in tanto in quell’oasi di verde ovattato per riappropriarsi di una dimensione intima, lontana dalle notifiche della vita. E da quelle del cellulare, che la attendeva ansioso a casa. Tanto in quel Triangolo delle Bermuda fra platani e betulle non prende neppure la Wi-Fi, pensava.

Non lo aveva notato, inizialmente. La stava studiando con rispettosa discrezione da qualche minuto, nascosto alla sua vista da un cespuglio. Poteva essere suo nonno, a giudicare dal campionario di rughe che parevano increspargli con garbo ogni lembo di pelle.
Sulla settantina, indossava un completo grigio liso ma ordinato, impreziosito da una bombetta anch’essa grigia d’altri tempi e rovinato da improbabili mocassini marroni consunti.
Occhi grandi, cerulei e acquosi, che illuminavano un mezzo sorriso docile e malinconico.
Le si avvicinò con circospezione mentre la ragazza stava salomonicamente condividendo molliche di pane con merli, piccioni e altri uccellini del parco, facendone volare via qualcuno spaventato dal suo arrivo.

Iris ebbe un istintivo moto di paura, ma lo sguardo del vecchio non lasciava dubbi.
Con quell’espressione, non avrebbe mai potuto farle del male. Reclinò la testa verso sinistra, sorridendole e agitando teatralmente il cappello.
Si avvicinò giusto il tempo di poggiare sulla seduta un foglietto giallo, poi scivolò via imboccando rapido il vialetto alle spalle di Iris, ancora prima che la sua espressione di stupore potesse spegnersi sul volto.
Un banale post-it, di quelli da appendere al frigorifero o in ufficio per ricordarsi di un’incombenza.
Iris lo lesse inavvertitamente ad alta voce:

Pane e panchine
Scaglie di tempo perso
Briciole ai tordi

Un punto interrogativo alto quanto la betulla dietro di lei la avvolse come una pianta rampicante, spegnendosi infine in un’intuizione esclamativa: “Ma che ca… È un haiku!”.
Iris ne aveva sentito parlare qualche giorno prima, al corso di lingue: era un antico componimento poetico della tradizione giapponese. Tre versi, diciassette sillabe in tutto. Cinque più sette più cinque, esattamente come su quel pezzo di carta.

Lo rilesse una decina di volte, senza comprenderne il senso. Perché quelle parole? Le sfuggiva il nesso. Che poi, a rifletterci bene, sembravano parole cucite su misura per la sua condizione.
“Briciole ai tordi”. Vero. Sintetizzava mirabilmente il suo spezzettare il tempo tra eserciti brulicanti di attività vuote e persone spesso stupide, facendole perdere di vista le cose più importanti. Già, lascio le briciole ai cretini e presto mi finirà il pane, si sorprese a concludere.
Wait a second. Era davvero possibile che uno sconosciuto avesse capito tutto?

ImmagineQuando il giorno dopo Iris rivide il vecchio con la bombetta sgusciare come un’ombra verso l’uscita del parco pochi passi davanti a lei, non riuscì a resistere alla curiosità e decise di seguirlo a qualche metro di distanza.
Un uomo così educato e anonimo è destinato a vivere una vita intera passando inosservato.
Incontrandolo per strada, Iris non avrebbe mai fatto caso a quell’andatura felpata ma inesorabile. Un incedere a suo modo marziale, sebbene la parola “guerra” fosse l’unica che non avresti mai neppure pronunciato in sua presenza, tanto avrebbe spezzato l’incantesimo del suo riserbo.

Lo vide confondersi tra la folla della metropolitana e salire su una carrozza centrale.
Iris riuscì a salire al volo mentre le porte si stavano chiudendo, pronte a spegnerle in faccia l’eccitazione del pedinamento in incognito.
Il vecchio iniziò a scrutare uno per uno tutti i distratti passeggeri del vagone con rapidi e calcolati movimenti delle pupille, limitando al massimo gli spostamenti del collo.
Sguardi impercettibili ma così profondi, pensò Iris, che se solo avessero incontrato gli occhi di quegli interlocutori troppo presi da sé stessi avrebbero perforato la loro anima, lasciandone appunto briciole. Ne sapeva qualcosa.
L’attenzione dell’uomo fu definitivamente rapita da un quarantenne elegante, in doppio petto e ventiquattrore, che giochicchiava nervosamente con la fede nuziale, tormentandola con le dita sudaticce. Iris era in posizione perfetta per tenere sotto controllo entrambi.
Alla prima fermata, l’uomo corrucciò la fronte per concentrarsi sui dettagli di un cartellone pubblicitario che prometteva viaggi esotici in mete da sogno a prezzi ridicoli.
Alla seconda, scese di fretta toccandosi il naso mentre sistemava la cravatta.

Dietro di lui, il vecchio. E Iris a ruota. L’uomo si fermò a un caffè, dove ordinò distrattamente un prosecco. Il vecchio, dietro di lui, non lo perdeva di vista un istante.
Iris finse di avvicinarsi all’entrata per leggere il menu e vide l’uomo con il cellulare in mano: stava fissando con espressione persa nel vuoto la foto di una splendida bambina in abito da principessa, con un tulipano tra i capelli biondi.
Voltò la testa e vide il vecchio scarabocchiare a velocità supersonica qualche parola su un post-it giallo, per poi raggiungere l’uomo agitando la bombetta e infine poggiare cerimoniosamente il foglio sul tavolo.

Ecco le prove, finalmente: era un modus operandi.
L’uomo continuò a fissare lo smartphone e leggere un quotidiano, senza battere ciglio.
In quel contesto, aveva evidentemente scambiato il vecchio per uno di quei venditori di accendini e paccottiglie varie che abbandonano la mercanzia sui tavoli di bar e ristoranti per tornare qualche minuto più tardi, confidando in un’offerta.
Appena pagò il conto e lasciò il tavolo, Iris corse trafelata a recuperare il messaggio prima dell’arrivo del cameriere che avrebbe sparecchiato. Il vecchio si era naturalmente già volatilizzato senza lasciare tracce.

Era un post-it sgualcito, identico a quello lasciatole il giorno prima. Recitava:

Sognare prati
Il fiore è tra i capelli
Non cercare più

Iris restò di sasso. Immaginò in una frazione di secondo l’allusione: l’uomo doveva avere un’amante e meditava di fuggire e lasciarsi la famiglia alle spalle. La figlia lo ammoniva con il segno dei pennarelli sul visino, ricordandogli cosa avrebbe perso. Eppure non aveva bisogno di desiderare altri prati fioriti: il tulipano più profumato del suo universo era già lì a portata di mano. La ragazza non poteva avere la certezza che quella stupida illazione corrispondesse al vero, ma una vocina dentro di lei le assicurava fosse proprio così.

A distanza di poche settimane, Iris si era trasformata in un’investigatrice di professione.
Il vecchio appariva all’ingresso del parco ogni giorno attorno alle undici del mattino per dare il via al giro di ricognizione; selezionate le prede una dopo l’altra, ne leggeva l’anima come un libro aperto e regalava loro un oracolo personalizzato. La ragazza lo contemplava da lontano, nella speranza di rubare sul posto le poesie ignorate dal legittimo destinatario.
Si sentiva un avvoltoio della bellezza che plana su quella carogna della vita.
Aveva ormai collezionato una cinquantina di componimenti, raccolti meticolosamente nell’arco di un mese e appesi con cura su una lavagnetta in camera. Aveva riletto quei messaggi milioni di volte prima di addormentarsi, sforzandosi di ricordare ogni dettaglio per associarli con sicurezza matematica a chi li aveva ispirati e scolpire quelle pillole di meraviglia nella sua memoria.

Non conoscendo il suo vero nome, chiamava il vecchio “l’attacchino”, perché rispondeva agli attacchi della vita attaccando poesie. Non era mai riuscita a seguirlo fino a casa: dopo l’ultima consegna, il fattorino di poesie svaniva come teletrasportato nel luogo sovrannaturale da cui proveniva.
Chi ha detto che il diciassette porta sfortuna? Le sue erano diciassette sillabe d’incanto liofilizzato, su un biglietto un po’ adesivo e un po’ no. Stava a te decidere se stampartelo in testa o sul cuore o lasciarlo lì. Un attimo di esitazione e sarebbe stato abbandonato a terra, gettato in un cestino o finito tra le grinfie di un cameriere. Perso per sempre.
Avevi pochi secondi per capire come sconfiggere le tue paure senza fare troppi versi.
Tre versi, per la precisione.
Pochi istanti per leggere la tua vita in un post-it.
O Poet-it, come li chiamava Iris. Frammenti di poesia per fottere la vita. E ricordarci il da farsi.

Capitò di domenica. Lo seguiva a piedi, a una ventina di metri.
Il vecchio girò l’angolo, Iris gli fu dietro dopo qualche secondo. Appena imboccata la strada, la ragazza cacciò un urlo di terrore: l’attacchino si era fermato ad attenderla e lei gli era finita addosso, facendo cadere la borsetta.
Si chinò e fece per ricomporsi, passando mentalmente in rassegna qualsiasi giustificazione valida per estrarla dal cilindro pochi secondi più tardi. Il vecchio la guardò reclinando la testa a sinistra, come al loro primo incontro sulla panchina del parco. Non disse nulla, ma le rivolse il sorriso più dolce che Iris ricordasse, fissandola dritta negli occhi per dieci secondi che a lei parvero giorni.
Un messaggio muto, che come sempre sarebbe toccato a lei decodificare.
Imbarazzatissima, si sorprese ad abbassare gli occhi con la scusa di raccogliere il mascara rimasto a terra. Rialzatasi, si ritrovò sola con la sua tachicardia. L’attacchino era già  scomparso.

Quando Iris si presentò al parco alle undici l’indomani, il vecchio non c’era. E non sarebbe mai più ritornato. In cuor suo, la ragazza lo aveva già capito, da quando lo scontro con quei due occhioni stanchi e delicati le aveva divelto l’anima.

Era un sabato mattina. Iris lasciò la bicicletta in strada ed entrò trafelata nella cartoleria sotto casa: “Una confezione di Poet-it, grazie. Ah no, mi scusi: voi li chiamate Post-it”.

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