VITA DI HU

Crescere in un monastero tibetano ha i suoi vantaggi.
Ti mancano i termini di paragone con quella che il resto del mondo, lontano dai tetti piatti di Shigatse, chiama “vita normale”.
E respiri un’aria diversa, non solo perché rarefatta.
Fin da bambino, Hu sgattaiolava agile tra le distese aride dell’altopiano senza un filo di fiatone, tra gli sguardi protettivi dei monaci che lo avevano trovato abbandonato in una culla diciassette anni prima.
La meditazione serale nel perfetto isolamento della sua stanza non era mai stata motivo d’inquietudine. A metterlo casomai a disagio era proprio l’obbligo del contatto umano, quando giungeva il suo turno di raccolta delle offerte di cibo per il monastero tra i laici del villaggio: riso, patate, tsampa di farina d’orzo e le poche verdure concesse da un clima inospitale.
Il suo vero incubo erano gli sguardi della gente.
Occhiate di scherno, misto a diffidenza e compatimento, non facevano che confermargli il sospetto di una “diversità” tanto evidente agli altri quanto per lui impossibile da comprendere. Come se tra quei mezzi sorrisi fosse intagliata una verità di pietra: “Tu non sei come noi”.

Quante volte si era chiesto cosa avesse di strano. E quante volte si sarebbe guardato allo specchio, se soltanto ne avesse mai visto uno nella sua esistenza.
Peccato che in monastero gli specchi fossero banditi, come qualsiasi oggetto che potesse distogliere l’attenzione dalla spiritualità a vantaggio dell’apparenza. O come le spezie, che i monaci temevano potessero eccitare i sensi ostacolando il controllo dei propri istinti.

Hu esibiva con inconsapevole orgoglio lentiggini e occhi verde smeraldo.
I suoi “padri”, nel trasmettergli ogni insegnamento, lo avevano deliberatamente cullato nell’illusione di portare impressi sul volto quei loro stessi lineamenti duri, antichi e acuminati che li rendevano così simili alle montagne circostanti.
Razza caucasica, genitori quasi certamente europei dalle probabili origini irlandesi. Turisti, forse. Nessuno sapeva chi fosse, tanto che perfino il suo nome cinese era stato scelto dall’unico monaco che si intratteneva con i turisti per impratichirsi con la lingua: Hu, per assonanza con l’inglese “Who”. Un altro lieve dettaglio a lui ignoto.

Si svegliò che era ancora buio per il canto del sutra, quella mattina di febbraio.
Era il suo turno di raccolta delle offerte, giù al villaggio. Uno sferzante vento gelido lo aggredì senza convenevoli all’uscita, serrandogli i giganteschi occhi verdi che Hu immaginava a mandorla, modellati sui tratti somatici della “famiglia” d’adozione.
Passò distrattamente davanti al solito bazar, che esponeva accatastati direttamente sulla strada gioielli, cinture, monili, caldissime giacche chuba in pelle di pecora e imponenti maschere da cerimonia delle sacre danze Cham.
Hu notò uno strano riflesso di luce filtrare dal portoncino di legno senza vetrina aperto per metà e si ritrovò a curiosare all’interno della bottega, dove nell’unico punto invisibile dal bancone, sopra la spartana esposizione di cappelli dorati jin hua mao, faceva mostra di sé uno specchietto impolverato. Non era nient’altro che un modesto atelier improvvisato, per donne dalla scorza dura desiderose di un istante d’autostima, ma Hu non poteva saperlo.
Quando gli fu di fronte, restò pietrificato.

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Chi era quella creatura così strana, dall’espressione terrorizzata quanto la sua?
Com’era possibile fosse così impaurita? Era una sensazione che conosceva bene.
Per la prima volta, gli sembrò di scorgere nelle pupille di un altro essere vivente quella fioca scintilla di diffidenza selvatica che sentiva accendersi dentro di sé a ogni incrocio di sguardi.
Quel giorno tornò a casa di fretta, senza fare una sola parola dell’accaduto al monastero.
Ben presto, però, i monaci notarono una curiosa mutazione: da sempre timido e silenzioso, Hu affrontava ora con un sorriso stampato in viso il rito della pulizia mattutina degli spazi comuni, intonando preghiere e inventandosi pretesti per scendere al villaggio.

Si avvicinava al bazar e si catapultava con fare cospiratorio in fondo al negozio, dove sfidava il suo nuovo amico a colpi di smorfie. Occhiolini, denti digrignati, linguacce: un caleidoscopio trasognante e trasudante di vita, che prendeva forma facendosi largo sul vetro lercio e avvolgendolo in un tepore colorato a lui sconosciuto.
Gli incontri tra Hu e la sua immagine riflessa assunsero col tempo connotati rituali.
Al termine delle sue evoluzioni, il ragazzo era arrivato a congedarsi da sé stesso con il cerimonioso saluto tipico locale: “Tashi Delek”. Pace e bene. Adorava scandire le parole a voce alta togliendosi il copricapo, selezionato con cura dagli scaffali per essere indossato poco prima.

Hu aveva già capito dal primo incantesimo di essere finito in uno di quegli spettacoli di magia itineranti che ogni tanto facevano capolino al paese.
Il trucco c’è, ma non si vede. Intuiva la sua anima riflessa in mezzo a berretti di lana, ma preferiva credere alla favoletta di un appuntamento fortuito con un folletto delle montagne, protagonista di tanti racconti ascoltati da piccolo al tempio sotto una coperta di luna.
Si sentiva un bambino che rifiuta di indossare la verità che conosce, perché non gli dona quanto un inganno cucito su misura. Come se finalmente, davanti a quello specchio, si fosse liberato della rassicurante zavorra che rappresentava allo stesso tempo il suo unico appiglio con il mondo esterno: il parere altrui.

Un’opinione che troppo spesso ci manipola, ci influenza, ci dirige subdola su una presunta retta via che per noi è un tortuoso sentiero scomodo.
E spaccia pensieri palesemente troppo stretti o larghi per vestiti di alta sartoria, mentendo: “Ti dona, sai?”. Tu non lo sai, ma non è vero: non ti dona. Nessuno ti regala niente, tantomeno un parere disinteressato. Ed è solo quando ti ritrovi davanti a uno specchio con un pensiero della tua taglia che puoi guardare te stesso da fuori, fregandotene di chi è con te nella stessa stanza. Con la stessa espressione stranita di chi ascolta la propria voce registrata e non la riconosce, perché per la prima volta non la “parla ad altri”, ma la “ascolta a sé”.

Hu iniziò a mostrarsi irrequieto e a porsi domande più grandi di lui.
Era giusto che i monaci, teoricamente vegetariani, potessero accettare offerte di carne?
Sì, recitava la versione ufficiale tramandatagli fin da piccolo, a condizione che l’animale non fosse ucciso per quello scopo e che non fossero loro a farne espressa richiesta.
I tranci di carne che finivano nel suo sacco dell’elemosina erano un po’ come la sua conoscenza della vita: una verità forzata, addomesticata, che ti è offerta in regalo e non puoi rifiutare. Te la ritrovi tra le mani ed è tutto ciò che ti serve, dicono.
Filtrato dai suoi nuovi occhi verdi, tutto era di colpo divenuto assurdo.

Quando lo specchio del negozio andò inavvertitamente in frantumi mesi dopo, Hu aveva già deciso: abbracciò uno a uno tutti gli abitanti del monastero e si mise in cammino, alla ricerca di quella creatura perduta delle montagne che non avrebbe altrimenti mai più incontrato.
Gli sembrava di scorgerla ovunque, ma non ebbe mai la certezza di averla ritrovata.

Di una cosa, però, era certo: non si sarebbe mai più fatto raccontare il suo volto da occhi altrui. E non avrebbe più chiesto consiglio sui pensieri da indossare.
Si sarebbe scelto da solo i vestiti della sua misura, cercandoli tutta la vita se necessario.

Doveva semplicemente invertire la prospettiva: in fondo è il monaco che fa l’abito.

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