MEZZO VUOTO, MEZZO PIENO

7:15. Sveglia del cazzo. La vera ricchezza sta nella privazione.
Sì, nel privarsi definitivamente di un oggetto così raccapricciante e farsi catapultare in un reame incantato, in cui i comodini siano abitati esclusivamente da libri e un abat-jour.

Dentifricio finito. Non ho neppure la forza per muovere un dito e dovrei cercare un tubetto nuovo nel sottoscala. Non esiste. Si fotta. Lo spremo immaginando di strangolarlo.
Qualcuno mi dica dove cacchio è finita la maglietta rossa. A monte, troppo tardi.
La vestizione di oggi è randomica. Un po’ come le soddisfazioni: brevi, casuali, senza logica nell’abbinare i colori.

Coda in autostrada, of course. Se continui il tuo show isterico di proiezione abbaglianti sul mio lunotto mentre vado a 140, mi inchiodo sulla prima corsia per il solo gusto di vederti inveire. Dove credi di andare? Tra duecento metri siamo ancora in fila indiana. Corvette rossa, non avrai il mio “scappo”. Idiota.

Meno male che il commercialista non mi ha rinfacciato i dieci minuti di ritardo.
Beh, vorrei ben vedere. Con quello che lo paga l’azienda, potrebbe anche degnarsi di passare lui ogni tanto, senza costringermi a superare in tangenziale berline berlinesi al grido di “Memento Audi semper” nel mezzo dell’ora di punta.
Che sfigato. Crede di essere simpatico, ricordandomi il mio debole per la letteratura giapponese. Ho capito che hai letto Banana Yoshimoto, è la terza volta di fila che mi ammorbi con la stessa citazione. Hai retto ben 70 pagine di libro. Sono impressionato. Sei pronto per Guerra E Pace: basta che in pace lasci me.
Qualcosa di più impegnativo no, eh? Certo, lo distrarrebbe dalla sua sadomasochistica perversione per la partita doppia. Lo vedo pagare il conto al bar, con tanto di occhietto lascivo alla cameriera brufolosa, che per l’occasione sfoggia uno scazzo imperiale e una Big Babol d’ordinanza. E lo immagino impegnato in un sordido gioco erotico a gestire bond e bondage, agghindato da Maestro dei mastrini. Il Dominatore del Dare e dell’Avere.  Un’ondata di raccapriccio spegne l’interruttore. A domani, ragioniere.

Bene. La prozia ha appreso da una puntata di Superquark l’esistenza della tecnologia SMS, inaugurandola con un mirabolante: “Mi accompagni in posta?”.
Il numerino, come dal macellaio. Ma siamo noi la carne da macello. Serviamo il 46. Ho il 78. Dai, solo trentadue davanti a noi. Trentadue come i denti della casalinga disperata accanto a me, che manderò presto in frantumi al prossimo “Luca, vieni qui. Non correre”.
Sui denti degli altri pazienti in sala non mi soffermo. Non amo parlare degli assenti.
Una parata di dentiere sfavillanti mi ricorda che ogni mattina alle cinque uno stuolo di pensionati si alza prima dei leoni e delle gazzelle d’Africa e prende il numerino, esibendo un sorriso più brillante del tuo. Perché hanno tutto il tempo che vogliono, ma non ne hanno più molto davanti a loro. E il bicchiere, sospeso tra la condizione di mezzo pieno e mezzo vuoto, nell’attesa accoglie il Kukident.

Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere. Appunto. Un cielo carico di Anubi scatena imprecazioni rivolte a divinità antiche, rovesciandosi su di me senza la mediazione dell’ombrello rimasto in macchina.

Andiamo a casa, che è meglio. Forse lì sarò al sicuro. No comment.
Il pessimismo è il profumo dell’evita.

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7:15. Sveglia. Otto ore filate di sonno. Ero già sveglio da un pezzo.
Addomesticavo i fili della matassa di buoni propositi ingarbugliati tra le lenzuola.
Il dormiveglia è una tata accondiscendente, che culla le tue idee mormorando:
“Diventerete grandi”. Uno specchio deformante che fa apparire accettabili progetti pessimi e promuove al rango di genialità i pochi spunti degni della sufficienza.
Il dormiveglia è un esercito di spermatozo-idee che prendono forma agli ordini di Morfeo e si preparano alla battaglia di un giorno in cui molte intuizioni partorite saranno dimenticate e abbandonate, altre si vedranno recidere il cordone dalla mannaia di una realtà crudele acconciata da ostetrica.
Pochissimi sogni vedranno sorgere il sole. Ecco, questo è un giorno buono per uno di loro. Mi alzo con l’immotivata certezza che l’alba di oggi non imboccherà il viale del tramonto.

Dentifricio finito. Poco male, dovevo già fare la spesa. Strizzo il tubetto, convinto vi sia intrappolata l’idea migliore della mattinata. Quella che, come il libro più bello, “deve ancora essere scritta”. Non trovo la maglietta rossa. Era destino mi vestissi di nero, per controbilanciare la mia irritante euforia.

Coda in autostrada. Osservo scatolette di automobilisti-aringa solitari, ingabbiati in tristi arringhe offensive. Imputato il traffico, condannati loro: a pagare il pedaggio di un’esistenza priva di autoironia. E di corsie d’emergenza per riemergere.
Decido di urlare per mimetizzarmi nella sterpaglia d’asfalto, ma lo faccio a modo mio. Cantando. Sigillo ermeticamente il finestrino e alzo il volume di Roxanne a stecca, arrampicandomi sul timbro acuminato di Sting fino alla congiunzione tantrica.
Finché la Police non ci separi, arrestandomi per eccesso di felicità.

Arrivo con leggero ritardo all’appuntamento con il commercialista, che mi accoglie senza batter ciglio prima di offrirmi il solito caffè al solito bar. Povero, in fondo fa tenerezza: è così carino da ricordarsi regolarmente i miei libri preferiti. Sorrido e sparo un buongiorno tonante alla cameriera, che stranita dal mio entusiasmo gratuito interrompe la masticazione del chewing-gum e il consueto “ma sti cazzi” dipinto in volto per salutare con voce imbarazzata e inconsapevolmente sexy.
La sua carrozzeria da utilitaria ha l’aspetto di una fuoriserie finché mi allunga lo zucchero, poi la carrozza ritorna zucca. Chissà come ti vedrò domani. La donna è nobile. E allora buongiorno, principessa.  A domani, ragioniere.

SMS della prozia: “Mi accompagni in posta?”. Goffi tentativi di alfabetizzazione tecnologica, che mi strappano una lacrimuccia.
Trentadue persone davanti a noi. Ne approfitto per fare indigestione della varia umanità che popola le sale d’attesa. Una vecchina racconta al dirimpettaio quanto sia difficile stare senza il marito. Ho come l’impressione ci passerebbe la vita, in quell’ufficio postale, in cambio di un soffio di conforto. Un bambino sfugge alla marcatura a uomo della madre: “Luca, lascia stare il signore”. Gli porgo l’iPad e lo placo, corrompendolo con una sfida a Angry Bird.
Ecco altri animaletti inutilmente incazzati: quando la vita ti fa vedere i porci verdi, loro ci si tuffano a pesce, accarezzando l’illusione di sconfiggere con la forza dei maiali di professione. Che puntualmente restano in piedi e ti sbeffeggiano, sghignazzando sui tuoi resti.

Esco e accolgo un acquazzone tropicale con l’approccio di Sigourney Weaver in “Gorilla nella nebbia”: fottendomene. Non ho niente da nascondere, né da temere.
Un’invisibile estasi impermeabile mi tiene all’asciutto, immune dalle meschine miserie umane. Nulla da cui proteggermi, se non l’invidia di chi ritiene la pioggia una scocciatura e non tollera la mia gioia. Gli stessi che tirano dritto di fronte ai venditori improvvisati di sorrisi e ombrelli, in attesa del prossimo arcobaleno. Non vogliono mettersi al riparo, né offrirne ad altri. Per loro è sufficiente che i vicini siano come loro in coda, inferociti e fradici fino al midollo.
La prospettiva incerta di una gioia singola, sacrificata sull’altare di una comoda depressione collettiva. Rialzo il volume dei Police e lancio un timido messaggio nella bottiglia. Problemi vostri. Io canto. I’m Stinging in the rain.
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Mi avevi chiesto di descrivere due mie giornate tipo. L’ho fatto. Quali fossero è irrilevante: sono quasi sempre uguali. Questa, poi, è proprio la stessa: cambia solo la prospettiva. Evidente, eh? A volte, basta un dettaglio in apparenza insignificante per rovesciare la clessidra e vedere le tue scarpe riempirsi o al contrario svuotarsi di quei fastidiosi granelli di sabbia che la sorte ci fa ritrovare lungo il cammino.

Nel mio caso, la differenza tra un bicchiere mezzo pieno e uno mezzo vuoto è il bicchiere stesso. Il calice che alzo al cielo per brindare con te a cena o quello dozzinale da cui bevo quando non ci sei. Ecco, non per investirti di un eccessivo carico di responsabilità, ma è un dato di fatto: se sa di incontrarti, una mattinata grigia esce di casa indossando il più giallo tra gli impermeabili da sera.

Ora sta a te. Io te l’ho detto. Due bicchieri mezzi pieni ne fanno uno colmo fino all’orlo. Secondo me, in due si beve meglio. E si può riempire la bottiglia di acqua piovana, fingendo sia champagne.

Ho sentito i primi tuoni.
Dimmi tu: devo cristare e portar dentro lo stendino o usciamo a piedi nudi senza ombrello?

Immagine

2 thoughts on “MEZZO VUOTO, MEZZO PIENO

  1. Se viaggia sulla tua stessa lunghezza d’onda si toglierà le scarpe prima che tu finisca la domanda. Il finale vale tutto il racconto.

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