IL PADRONE DEL TEMPO

One, two, three, four. E ancora one, two, three, four, ingannandolo all’infinito.
Un batterista sa come battere il tempo.
Una mia tiritera che mi torna spesso in mente, quando mi accomodo sul seggiolino.
Anche se preferisco l’inglese “throne”, perché in quel momento mi sembra davvero un trono.
Poi, però, ci rifletto. Batto il tempo, ma non posso ammazzarlo. Si rialza sempre, lo stronzo, come un pupazzo gonfiabile con il sorriso da scemo che preso a pugni torna in piedi.

Puoi anche prenderne, di tempo. Ordinare il bis di dolci, il caffè, l’ammazzacaffè e l’ammazzatempo. Puoi nasconderti in bagno, sfuggendo al ristoratore come quando in treno sei senza biglietto. Ma il biglietto è capriccioso: fosse femmina, sarebbe biglietta.
E rotolerebbe fino a te, ricordandoti che devi farci i conti.
Insomma, che sia biglietto o conto non conta: è salato e si paga.
Perché il tempo è denaro. E a tempo debito ti chiede il saldo.

Ti tormenta, ti perseguita. Ti carica delle borse del passato, mentre ti inerpichi sul sentiero scosceso del futuro. E intanto galleggia leggiadro sopra di te, incitandoti a fare in fretta. Il tempo vola, tu no.
Ti stuzzica come una fastidiosa brezza tagliente. E non puoi schiacciare Re-Wind per cambiare il vento.

Avevo sempre pensato fosse una partita persa in partenza.
Fino a oggi, quando sono rimasto con le bacchette a mezz’aria.
Non ci volevo credere. Il tempo si era fermato. E con lui, le persone e gli oggetti attorno a me. Mi trovavo in un museo delle cere, cristallizzato e immobile come una distesa d’erba agostana senza un refolo d’aria.

Ho provato a colpire un piatto. Crash. Come d’incanto, la pellicola è avanzata di un fotogramma, per poi fermarsi di nuovo. Il tempo spostato di un quarto. Un uomo, che fino a qualche secondo prima stava alzando una mano, ora la teneva ferma tra i capelli.
Avevo bisogno di una riprova. Mi sono catapultato su rullante e cassa, tuffandomi poi selvaggiamente su ogni Tom Tom in cerca di una direzione.
Una gragnuola di colpi belluini a 240 battiti al minuto, con l’effetto di un ridicolo “avanti veloce” sul panorama circostante. Oggi le comiche. L’uomo con la mano tra i capelli era corso via e svanito in pochi istanti, come in una finale di centometristi dopati.

Potevo anche decidere di tornare indietro. Bastava invertire mentalmente il senso di marcia e vedevo ricomparire chi mi aveva appena abbandonato pochi secondi prima.
Ironico, no? Una vita intera sognando di saper suonare “indietro”, come si dice tra musicisti. Quel ritardo millesimale intenzionale sul due e sul quattro, che definisce il groove.
Un nanosecondo prima e sei troppo dritto, uno dopo e sei fuori tempo: un confine sottilissimo.

Bene, di colpo potevo suonare avanti, indietro, sotto, sopra, a sinistra, destra e per traverso.
Merda, ero io il padrone assoluto del tempo. E non ne avevo molto da perdere: dovevo agire.

Come prima cosa, sono tornato a tutti i ricordi più dolci e li ho rivissuti a metà velocità, dilatandoli oltre ogni limite fino a immaginarli al rallentatore.
Stessa cosa per i giorni da dimenticare, triturati e velocizzati in un frullatore di dolori fino a confondersi in un pastone indistinto.

Non tutti i momenti pessimi, però: mi sono concesso il lusso di rivivere certi istanti drammatici alla velocità originale, per provare a non commettere più gli stessi errori.
Ad alcune orride esperienze mi sono limitato a cambiare l’introduzione, lasciando al rintocco delle lancette l’onore di modellare una storia alternativa che rendesse giustizia al brano.
In altri casi sono intervenuto chirurgicamente, tagliando o allungando il tempo del finale.
Capita spesso, quando a darti il tempo è stata una donna. Armonia, melodia: fila tutto che è un piacere, ma uno schifo di epilogo rovina tutto il pezzo.
Ho tolto ottavi conclusivi a storie discutibili, lasciando impresso nella memoria un 7/8 perfetto nella sua imperfezione; ne ho aggiunti altri a storie lasciate in sospeso, regalando loro un 9/8 ridondante ma chiarificatore.

Mi sono rialzato e ho provato a rianimare i tempi morti.
Dovendo scegliere un poliziotto, ho fatto il buono e il cattivo tempo.
Ho dato tempo al tempo. E lui, che già ne aveva troppo, lo ha buttato e mi è scappato via. Dovevo immaginarlo, coi tempi che corrono.
Ho cercato il tempo dell’ironia, inseguendo come il Santo Graal la “battuta perfetta”.
Ho preso la migliore e l’ho stiracchiata, compressa, rimaneggiata e poi infarcita.
Non contento, sono tornato al punto di partenza, rimpiangendo la spontaneità accattivante del ritornello originale. E maledicendomi per le mie pessime qualità di Lord Of The Time, che alla fine di tutto lascia il tempo che trova.

I poteri si sono già esauriti, ma devo ammettere: è stato divertente, finché è durato.
Ebbrezza terminata, desiderio esaudito, ordine ristabilito.
Come nelle sit-com americane, il fattore destabilizzante si esaurisce prima della fine dell’episodio, per introdurre l’ultima scena sul divano di casa.
Tutto rientra serenamente nella norma. Che è poi in fondo ciò che vogliamo.
Sono tornato un semplice musicante. Ed è ogni nota a ricordarmi sprezzante i miei limiti.
Il mio equilibrio è un metronomo difettoso: riferimento affidabile e quasi impeccabile se scandisce le pulsazioni alle vite altrui, zoppicante e incerto sul mio ritmo interiore.

Normale, d’altra parte. Cosa fa da fondamenta alle fondamenta? Chi fa da psichiatra allo psichiatra? E chi dà il tempo a chi dà il tempo? Staccare “one, two, three, four” è un incantesimo da lanciare con due bacchette magiche. Roba da vecchi stregoni, abituati alla solitudine.

Io, però, non desisto. E continuo a cercare quel ritmo.
Vedendo il nugolo di occasioni perse alle mie spalle, qualcuno potrebbe dire che uno così ha ormai fatto il suo tempo. Magari fosse vero. Non l’ho ancora fatto, ma ci riuscirò.
Farò il MIO tempo. Mio e di nessun altro.
Quel giorno non cercatemi: saremo finalmente soli, io e il tempo.
E suoneremo tutta la notte.

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