IL MIO COINQUILINO

Cos’è il senso di colpa?

Il senso di colpa è un punteruolo acuminato che ti corrode, ti consuma, ti si conficca come un chiodo fisso al centro del cranio.
Prende possesso del tuo cervello e lo occupa, sfrattando a calci ogni altro inquilino.
È un compagno di stanza invadente che ti mette la scrivania a soqquadro riempiendola delle sue cianfrusaglie, tiene la musica a palla quando stai cercando di studiare e russa come una segheria di notte appena prendi sonno.

Puoi provare finché vuoi a ignorarlo, ma ogni dettaglio – persino il più insignificante – non farà che convogliare su di lui ogni tuo pensiero.
Tanto che riusciresti addirittura a dargli un nome, come se fosse davvero il coinquilino cafone e assillante che un contratto d’affitto imposto ti costringe a tollerare.

Io, poi, ho il senso di colpa peggiore: quello che è talmente grave da non poter essere condiviso con anima viva.
Quello che, oltre a insinuarsi nella testa come un tarlo, non contento, chiude la porta della stanza a doppia mandata e getta la chiave.

Tu hai bisogno d’aria e vorresti sfogarti con l’amico del cuore, la tua ragazza o i tuoi genitori. Gettargli fango addosso per spaventarlo e raccontare a tutti quanto sia insopportabile, solo per farti rassicurare e sentirli dire: “Sì, hai sbagliato, ma sei meglio di così. Ora è finita. Lo hai mandato via per sempre”.

Invece ti ritrovi chiuso in una stanza più blindata del caveau di una banca, mentre quello fischietta sprezzante perforandoti i timpani. E non hai via di scampo. Tu e lui, in un duello rusticano del quale è già scritto il vincitore. Perché il senso di colpa non ha nulla da perdere, ma tu sì.

Se soltanto provassi a forzare la serratura, o peggio ancora a sfondare la porta per allontanarti da lui, il fragile castello di carte della tua vita poggiato per terra appena fuori andrebbe in pezzi e si sparpaglierebbe in un’esplosione di carte e occasioni giocate male di cui non riusciresti mai più a ritrovare la matassa.

Una volta che perdi la faccia davanti a chi ti ama, resti sfigurato a vita.
E anche ammesso che tu sia disposto a correre il rischio di sbriciolarti la vita, perché il fardello è diventato insostenibile, potresti ritrovarti a competere con il più subdolo, forte e sfuggente senso di colpa concepibile: quello che per tutti gli altri non è reale.
Non esiste. Come se quel fottutissimo nemico del cuore di cui abbiamo stilato l’identikit non fosse altro che un fantasma, totalmente invisibile ad anima viva.

È ciò che accadde quando riuscii miracolosamente a eludere la sorveglianza del mio aguzzino, rubargli la chiave nel sonno e catapultarmi fuori dalla stanza delle torture dei rimorsi per confessare.
Tutte le carte del mio personale castello erano là fuori ad attendermi: famiglia, amici, perfino i semplici conoscenti che occupavano gli estremi del mazzo.
Li presi tutti per mano, a formare una gigantesca catena umana e li portai in camera, gridando: “Io non posso più convivere con questo. Adesso mi capite?”.

Risultato? Occhi sgranati puntati su di me. Il folle.
“Di chi stai parlando? Qui non c’è nessuno”.
“Come nessuno?! Vorreste davvero farmi credere che mi sono immaginato tutto?”.
Li vidi sciamare scocciati verso l’uscita, uno dopo l’altro. Perfino il mio migliore amico, l’unico che da giovane aveva saggiato di persona il mio lato oscuro toccandolo con mano, lasciò la stanza scrollando la testa e mormorando: “Non può essere vero. Tu non hai fatto nulla di male, quindi il senso di colpa non può esistere. Non pensarci più”.

E invece sì, cazzo. Io ho ucciso un uomo. Ho trucidato senza pietà uno sconosciuto.
Non che non se lo meritasse, eh, ma che c’entra. Dovessimo ammazzare tutti gli stronzi che costellano le nostre giornate con la certezza di restare impuniti, risolveremmo in poche mosse il problema del sovraffollamento planetario.

Lo sentivo parlare ogni sera, al mio ristorante.
Io, seduto da solo nel tavolo in fondo a destra, quello vicino ai bagni.
Lui e il socio in affari sistematicamente posizionati due tavoli davanti al mio.
Mangiare da soli è cibo per la mente. Ti costringe a isolarti coi pensieri, soprattutto se lasci intenzionalmente a casa il cellulare e ti imponi di osservare ciò che accade intorno a te per captare qualsiasi sfumatura, fino a imparare a memoria ogni sapore, ogni odore, ogni frase.

Cenavo accanto a loro da anni e non mi rivolgevano mai la parola. Ma non era per spocchia.
Io ho il vantaggio di essere anonimo. Non mi si nota, non mi si riconosce.
Il silenzio del mio tavolo mi faceva assistere ogni sera a un rituale inconsapevole, di cui ero l’unico, involontario, invisibile cerimoniere.

“Buonasera, vi porto il solito prosecco?”
“Sì, è un po’ di pane”.
Segue rumore cadenzato dei tacchi del cameriere in allontanamento.
“Oh, anni che veniamo qui e questo non ha ancora capito che deve portare il pane”.

Un salmo responsoriale cantato nella tua testa, che davanti ai tuoi occhi di sacerdote della routine assumeva immancabilmente i contorni della Messa nera non appena i due iniziavano a parlottare.
Il tono non era alto, ma di certo non così basso da precludere l’ascolto della conversazione ai vicini. E i due, d’altra parte, non sembravano preoccuparsi di occultare le proprie nefandezze.
Erano entrambi ricconi, o meglio arricchiti grazie a privilegi di nascita o semplici colpi di fortuna preclusi ai più.

Disquisivano con disinvoltura di ruberie, truffe, riciclaggi, con un malcelato disprezzo per gli sprovveduti così poco furbi da fidarsi di loro; esaurito l’argomento, si scambiavano idee e consigli su come maltrattare la servitù e i dipendenti in genere, per concludere invariabilmente la cena degli orrori davanti al caffè sul tema “Picchia sempre tua moglie: tu non sai perché, lei sì”.

Era inevitabile che due bastardi di quella risma finissero col pestarsi i piedi, prima o poi. Seduto in silenzio, vicino ai cessi, attendevo ogni sera con pazienza certosina.
Quando quella sera litigarono ad alta voce per questioni, ça va sans dire, di denaro, il farabutto n.2 (bellamente truffato da colui che doveva essere il suo compare) minacciò chiaramente il farabutto n.1 davanti a tutti, urlandogli “Questa te la faccio pagare”, prima di filarsela indignato.

Certe occasioni non capitano più. E quella era troppo ghiotta per non essere colta al volo. Citando “Amici Miei”: “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. Mi bastò  far scivolare con un tovagliolo il coltello del minacciante (pieno zeppo delle sue impronte) nella manica della giacca e seguire il minacciato fino a un vicolo buio, per usarlo contro di lui.

Il resto è cronaca. Fuori uno, in galera l’altro, incastrato dagli avventori che ricordavano distintamente i suoi improperi.
Il ristorante è stato finalmente ripulito dalla feccia. Le mie cene in solitaria, ora, si consumano tra racconti di amori persi, pettegolezzi sui colleghi stronzi e genitori che invitano i bimbi a non fare rumore, facendone loro molto di più.

Questi i fatti, nudi e crudi. Il racconto del cosiddetto delitto perfetto.
Talmente perfetto da resistere anche al mio disperato tentativo di costituirmi, per pulire la coscienza e liberarmi del maledettissimo coinquilino indesiderato.

“Non dica fesserie”, fu l’incipit del commissario. “Lei non ha movente, non conosceva neppure la vittima. Per quanto ci riguarda, abbiamo una discussione accesa, minacce confermate da testimoni oculari e le impronte dell’amico sull’arma del delitto. Cosa dovremmo volere di più? Di cosa stiamo parlando? Il caso è chiuso”.

“Ma le ho spiegato com’è andata. Ammetterà che sta in piedi, no?”

“Certo, abbiamo qui il vendicatore privato, quello che si fa giustizia da solo come Charlie Bronson o come diavolo si chiama. A noi, piuttosto, risulta che lei sia in cura da anni da una psichiatra. Non è che vuol fare il mitomane con manie di protagonismo? Mi dia retta, vada a casa e si faccia una bella dormita”.

Il senso di colpa peggiore è quello di cui non riesci a liberarti, neppure con una confessione in commissariato.
E figuriamoci se provi a vuotare il sacco con chi ti vuole bene, così accecato dai propri incrollabili pregiudizi positivi da non poter neppure accarezzare l’idea che tu sia un mostro.

E allora hai vinto tu, Jack. Ti chiamerò così, visto che dobbiamo provare a convivere.
Fa un po’ noir americano. Mi sembra un nome adeguato.
Hai vinto a mani basse, anche quando ho provato a metterle in alto io per arrendermi e scrostarmi di dosso la tua appiccicosa presenza.

Attanagliami, assediami, circondami, circuiscimi. Disponi pure di me.
Sarai l’unico riferimento nell’oceano delle mie paure. Mi attirerai a te, facendo da boa.
Boa constrictor, che mi soffocherà in un velenoso abbraccio mortale.

Forse hanno ragione tutti. Io sono buono, sono una persona rispettabile, lo specchio lindo e immacolato di una società che potrebbe andare in frantumi da un momento all’altro.
Io sono innocente e tu, Jack, sei il mio nemico immaginario.

Ora, però, se non l’hai notato io sono al computer e sto provando a scrivere un pezzo su di te.
Non ti chiedo più di darmi le chiavi e lasciarmi andare, ma almeno abbassa quella merda di musica.

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