MUSICA LIQUIDA

No, non è la solita apologia del vinile e dei sapori antichi da Mulino che vorrei (ovvero quello senza Banderas). Il problema qui è più serio. Ascoltiamo musica distratti, come un perenne sottofondo ingurgitato mentre si fa tutt’altro. I CD? Oggetti d’antiquariato, più impolverati dei tomi Treccani che riposano in pace sull’ultimo ripiano della libreria Billy.

Lo dice anche l’alfabeto: l’inizio e la fine della “MusicA” dovrebbero coincidere con l’inizio e la fine della “MagiA”. Beh, di magico è rimasto ben poco, se non le bacchette di qualche batterista del mesozoico che si ostina imperterrito a girare col Nokia 6110 senza nemmeno giocarci a Snake.

Oggi abbiamo Spotify con lo streaming dello scibile umano, Shazam per riconoscere brani della tradizione cantautorale estone fischiettati al bancone, la barra di caricamento di Youtube per saltare i preliminari (esatto, come su Youporn) e interrompere il brano a 0:51, ammaliati dalla scollatura nella preview del video correlato.

Avevano capito tutto i Red Hot, facendo iniziare Aeroplane dal ritornello. Un espediente ai tempi bieco, che oggi profuma d’avanguardia. Il passo successivo sarà fermarsi lì: canzoni/ritornello da 30 secondi e basta, come fossero tweet o spot pubblicitari. Tempi e costi di realizzazione bassi, album con 30 brani da rilasciare uno alla volta su Soundcloud, ma soprattutto lo sdoganamento definitivo dell’incapacità tecnica. “Se i soli non ci sono, è per una precisa scelta artistica minimale”, potrai dire indossando una pelliccia d’ermetismo.

Sì, l’assolo è morto. Ed è asshole chi lo fa. E dire che si tratta di una semplice parentesi quadra di qualche manciata di quarti. È l’atteso momento di gloria dei gregari, mentre il cantante rifiata con un sorso d’acqua e medita il momento giusto per riappropriarsi della scena. Niente. Non funziona, nell’era del flash content. Eccessivo, ridondante, inesorabilmente tagliato su Radio Deejay dalla rassicurante coperta radiofonica di Linus.

A pensarci bene, ruota tutto attorno al concetto di SOLO. Già, la parola d’ordine è “condivisione”. Si condividono auricolari tra adolescenti muniti di cuffie grandi 4 volte il Galaxy per godersi le playlist su iTunz; si condividono in bacheca i nostri gusti musicali per fare proselitismo tra gli amici, o più spesso al contrario per rivendicare con orgoglio un’appartenenza elitaria (“Sì, vivo per il math rock coreano dodecafonico: cacchio vuoi che ti spieghi, tanto non capiresti”).

Ecco, la musica sarà anche bella da condividere, ma a lasciarti le cicatrici sono le incisioni di musica che ti spari da SOLO. Le canzoni che ascolti al buio in cameretta tra i 16 e i 19 anni, piangendo come un idiota abbracciato al cuscino perché lei ti ha lasciato; quelle che senti pulendo i pavimenti, emulando smargiasso Freddie in I Want To Break Free o il balletto di Tom Cruise in Risky Business; o che canti a squarciagola di notte in autostrada senza timore dei vicini, dall’effetto più liberatorio di un pugno a un ausiliario del traffico.

La musica liquida va liquidata. Meglio quella fisica, di spessore. Solida. Con soli-da urlo e vissuta da soli.

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