E IL CERCO SI CHIUDE

Era ancora lì.

Si era appena tastato meccanicamente lo sterno, con un tic involontario che ripeteva sempre nei momenti di nervosismo per accertarsi che il ciondolo fosse sempre al suo posto.

Era un penny inglese degli anni ’30 e apparteneva alla collezione numismatica del nonno.
Chissà dov’erano finite le altre monete, pensò.
Probabilmente in eredità a un vecchio zio, che le aveva accettate a malincuore come parte del pacchetto puntando a qualcosa di più sostanzioso.
Pazienza. A lui era rimasto l’unico pezzo del quale il proprietario fosse davvero orgoglioso.

Non un penny qualsiasi: era il primo che aveva guadagnato da rappresentante di scarpe italiane a Londra. Un equivalente ante litteram della “numero uno” di Zio Paperone.
Ricordava a malapena il momento esatto in cui lo aveva ottenuto in custodia.

È curioso, rifletté per distrarsi e allentare la tensione, come di un nonno al nipote rimangano scolpiti nella memoria episodi futili, flash di pochi mega di RAM senza capo né coda.

Cose come l’odore della farina, quando a sei anni gli insegnava a spianare la pasta dei ravioli con il mattarello la domenica mattina.
Oppure i muri del corridoio sporcati dalle pallonate e il suo sguardo sfinito, ma ancora sorridente nonostante le regolari sconfitte.
E infine il cono alla nocciola, comprato arrendendosi dopo qualche insistenza.
Capita a ogni Non-No, concluse compiacendosi dello stupido gioco di parole, che due timide negazioni si trasformino regolarmente in un sì.

Cose così, insomma.
E dire che la sua influenza su di lui era stata ben più profonda.
Non pensò in quel momento alla squadra del cuore (la passione per il calcio si era poi sopita negli anni), quanto all’amore per certa musica ricercata o per le lingue straniere.
Quella sua stessa predisposizione al suono delle parole che lo faceva passare per inglese in Inghilterra o tedesco in Germania, nonostante i suoi goffi tentativi di sminuirsi.

In termini pratici, però, ecco che la sua eredità reale si riduceva ora a qualche istantanea di memoria ingiallita e una moneta. Già, la moneta. Da piccolo, le chiamava tutte indistintamente “nonnéte”, perché erano del nonno ma soprattutto perché a 4 anni non ti poni troppi problemi di pronuncia.

Ora gliene restava una. “La” Nonneta, la numero uno, che teneva appesa al collo da quando lo aveva lasciato. Aveva appena otto anni.

Un oggetto che un tempo aveva un valore, ora non più.
Proprio come quei “valori” materiali che ci accompagnano nel mezzo del cammin di nostra vita, dall’adolescenza alla maturità, fino a spegnersi sui titoli di coda della terza età.
L’età dei fuori corso, di chi abbandona il flusso frenetico della corrente per sdraiarsi a giocare sull’erba e contare le nuvole.

Percorse con lo sguardo la circonferenza della moneta che teneva in pugno e si ritrovò a pensare alla circolarità della vita.

Attenzione: nessun sentimentalismo disneyano alla Circle Of Life del Re Leone o complicate dissertazioni tipiche di certi film cinesi, in cui la fine coincide regolarmente con l’inizio.
La sua era una banale riflessione sullo stupore ingenuo e la necessità di essere accuditi che rendono così simili bambini e anziani, in prossimità di quel sottile punto di congiunzione che chiude appunto il cerchio.

“A penny for your thoughts, my dear”, recitava un brano dei Marillion sepolto da qualche parte nella sua testa.
Un penny per i tuoi pensieri. Se glielo avessero chiesto, non avrebbe saputo rispondere.

“È un bel maschietto”, fu la frase che lo riportò sulla terra, tranciando le nervose elucubrazioni che lo avevano impegnato in sala d’attesa.

Quando si ritrovò quel curioso fagotto per la prima volta tra le braccia, lo vide abbarbicarsi istintivamente al ciondolo, quasi a rivendicarne da subito la legittima proprietà.
Chiamala coincidenza, o segno del destino.

“Come si chiama?” domandò innocente l’ostetrica.
“Forse Marco, proprio come il nonno. Sterlina sarebbe più adatto, ma suona male. E Lira è fuori corso e fuori luogo. Non so. Un nome di valore, comunque!”, gracchiò eccitato lasciandola attonita.

Che avete tutti da fissare così? Non c’è nulla da vedere. La chiamano felicità.
Dura qualche istante, poi si spegne. E così via, all’infinito, in un eterno girotondo.

Circolare, gente, circolare.

penny

2 thoughts on “E IL CERCO SI CHIUDE

  1. E’ così, in un moto perpetuo. Il vecchio passa il testimone al nuovo. Ma non c’è moneta al mondo che abbia più valore della nascita di un figlio. Hai descritto un momento così intimo e speciale con ricordi delicati e giochi di parole dolcemente ironici.

  2. Grazie davvero, troppo gentile😉 C’è soltanto qualche vago ricordo autobiografico di mio nonno: il resto è pura fiction, figlio compreso. A proposito, grazie per aver scritto “Moto Perpetuo”, che è il nome della band con cui suono da una vita. Non ci avevo pensato, ma il cerchio si chiude🙂

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