MEMORY PARK

Era lì, in piedi, all’intersezione tra North Railroad Avenue e Garretson Avenue.
A un primo sguardo, i passanti di quella zona di Staten Island lo avrebbero forse scambiato per uno di quegli sgargianti uomini-sandwich che nelle ore diurne invitano i passanti ad approfittare delle straordinarie offerte su giornali e sigarette del chiosco Quick Stop all’angolo.

ImmagineL’uomo indossava un rigoglioso costume giallo da clown, completo di naso, scarpe e bottoni rossi e un’appariscente gorgiera bianca. Il viso totalmente dipinto di bianco e la testa calva, ad eccezione di qualche sparuto ciuffo rosso che faceva timidamente capolino dalle tempie, avrebbero ricordato a chiunque IT
(o meglio Pennywise), il raccapricciante clown assassino protagonista del celebre libro di Stephen King.
Gironzolava nervosamente in tondo, circumnavigando all’infinito il cartonato con la copertina di un giornale di gossip mentre farfugliava tra sé e sé frasi sconnesse in preda a una grottesca agitazione.

Matthew uscì con la testa bassa dal sottopasso della stazione ferroviaria di Dongan Hills, accelerando il passo per ripararsi dalle fastidiose sferzate di pioggerellina pungente che lo investirono mentre era diretto verso l’automobile parcheggiata in Cromwell Avenue.
Da impeccabile broker finanziario della Grande Mela, si accingeva a rincasare alle ventidue e dieci dal suo lussuoso ufficio a Lower Manhattan, che spesso non abbandonava neppure per le ore notturne, accasciandosi sul divanetto per risparmiare tempo prezioso l’indomani.

ImmagineAttraversò la strada in corrispondenza di un minuscolo negozio di tatuaggi accanto a un fetido fast food, proseguendo il cammino lungo il marciapiede tra le cartacce che infestavano il marciapiede sospinte dal vento.
Giunto all’altezza del chiosco, alzò la testa in corrispondenza dell’incrocio e si trovò di fronte l’imponente sagoma del pagliaccio a meno di un metro.
“Sa dov’è il mio palloncino?”, chiese quest’ultimo con voce stridula.
Matthew cacciò un urlo selvaggio, arretrando di qualche passo.
“Merda, mi hai fatto morire di paura. Chi cazzo sei?”, ringhiò impaurito.
“Io sono Scratchy, ma ho perso il mio palloncino. E non trovo la strada per Memory Park.
Lei sa dov’è?”, implorò speranzoso il clown mostrando i denti con un sorriso inquietante, mentre cercava di trattenere il passante per un braccio.
“Cristo, lasciami stare, che problemi hai?”, si divincolò Matthew dalla stretta. L’uomo fuggì via terrorizzato senza voltarsi e svanì dietro l’angolo della Garretson, lasciando il pagliaccio nel suo cupo e solitario sconforto.

Janet comparve da Hancock Street, trascinando due pesanti borse. Terminato il turno di lavoro alla cassa da ShopRite, il supermarket del vicino Hylan Boulevard aperto 24 ore su 24, la donna aveva appena riempito alla rinfusa due sacchetti di generi alimentari per una frettolosa spesa prima di fare ritorno al suo appartamento sulla Cromwell.
Appena vide il clown salutarla da lontano e correrle incontro minaccioso sbracciandosi dall’altro lato del marciapiede, la donna si sentì raggelare il sangue e fece crollare sull’asfalto le due borse con un pesante tonfo.
Non sentì neppure Scratchy invocare dalla strada “Signora, sa dov’è il mio palloncino? Mi serve per il mio numero”.
Janet raccolse istintivamente da terra una borsa ancora grondante di succo d’arancia appena rovesciatosi e la lanciò all’indirizzo del clown con tutta la sua forza.
Scratchy si scostò appena in tempo per evitarla e vederla sfracellarsi alle sue spalle, costringendo a una brusca frenata un’automobile appena spuntata dalla Garretson.
Il conducente, un uomo di colore sui trent’anni, trovandosi di fronte la sinistra figura del clown illuminata a giorno al centro della strada, tornò sui propri passi paralizzato dal panico e portò a termine una sconsiderata manovra per invertire il senso di marcia, dandosi alla fuga con un fischio di gomme dopo aver abbattuto il cartonato di fronte al chiosco.
Janet assistette alla scena impietrita, incapace di muovere un solo muscolo.
Scongiurato il pericolo, il clown le rivolse uno sguardo lamentoso da qualche metro.
“Perché deve essere così cattiva, signora? Non deve aver paura, volevo solo un’informazione”.
Non ottenne risposta. La donna gli voltò le spalle e corse via lungo la Hancock, lasciando nuovamente il figurante da solo in scena.

Immagine“Di che informazione aveva bisogno? Se posso aiutare, lo faccio volentieri. La gente è così maleducata, al giorno d’oggi”.
Scratchy non poteva credere alle sue orecchie, nascoste dalle spaventose ciocche rosse.
Si girò di scatto e si ritrovò a pochi passi da un anziano con la barba lunga, fasciato da abiti dimessi.
“Finalmente una brava persona”, pensò sollevato.
Non appena vide il cane da guida al suo guinzaglio, un dolce labrador spelacchiato, comprese però subito con una punta di rammarico il perché di quegli occhiali scuri e la ragione della sua gentilezza.
“Ehm … grazie, non so se può darmi una mano. Dovrei fare il mio numero, ma non trovo più il mio palloncino. Lavoro a Memory Park. Lei sa come potrei arrivarci? Devo parlare con Derek, il padrone del circo”, fece tutto d’un fiato.
“Buono Scott, buono. Perché ringhi così? Il signore sta solo chiedendo un’indicazione”, disse il vecchio carezzando amorevolmente il cane sulla testa.
“Memory Park”, rispose dopo qualche secondo di riflessione. “Oh, conosco quel posto, ci andavo da bambino. È sicuro che il nome sia quello? Quello che dico io è stato chiuso più di cinquant’anni fa”.
“Impossibile”, ribatté Scratchy. “Memory Park esiste ancora. Io lavoro al circo con gli animali e gli acrobati, ma il parco di divertimenti è enorme: ci sono le montagne russe, il museo delle cere, il lanciatore di coltelli, le giostre per i bambini, il tiro al bersaglio e tante altre attrazioni”.

Attrazioni. Fu quella parola a risvegliare nella memoria del vecchio cieco il tepore di sensazioni ormai sopite, dal gusto di caramelle al miele misto all’unto dell’olio riciclato in cui affogavano le patatine delle bancarelle.
Memory Park, signore e signori. Entrate a visitare il più grande parco di divertimenti di New York. Bastano pochi dollari per accedere a tutte le straordinarie attrazioni”, si sgolava allora all’ingresso un omino dall’alto di un paio di trampoli, che ai suoi occhi di bimbo avanzavano lentamente come minacciosi tronchi d’albero pronti a calpestarlo.
E “attrazione” non poteva che essere il termine migliore per descrivere ciò che da bambino provava nei confronti di quel non-luogo magico, suggestivo e fuori dal tempo, in cui ogni sogno sembrava poter prendere forma e spiccare il volo. Sempre più su, oltre l’uomo alto tre metri, oltre le carrozze dell’ottovolante e la bandiera che sventolava maestosa sul pennone.
Lassù, dove forse era finito anche il palloncino che quel curioso signore sembrava voler ritrovare con tanta foga.

Svuotata degli ultimi pendolari, sgattaiolati via dalla stazione, North Railroad Avenue aveva assunto nel giro di pochi minuti connotati spettrali.
L’ultima ad abbandonare la strada fu un’anziana donna asiatica, che si dileguò dopo aver appurato l’impossibilità di restituire vita al cartonato abbattuto dall’auto.
Riavutosi non senza difficoltà dall’attacco di flashback della propria infanzia, il vecchio si ostinò a instillare il seme del dubbio in quella testona rossa che non poteva osservare con i propri occhi.
“Mi scusi se insisto, ma è proprio sicuro del nome? Ci sono tanti altri parchi qui nelle vicinanze, è facile confondersi”.
“Insomma, conoscerò il nome del mio posto di lavoro, no?”, replicò Scratchy contenendo a stento la scocciatura.
“Lei ha detto di esserci stato. Non potrebbe indicarmi come raggiungerlo?”, proseguì.
Il volto dell’uomo, fiero di potersi rendere utile, si illuminò in un sorriso mentre Scott si dimenava scodinzolando, colto da ingiustificata agitazione.
“Posso anche accompagnarla, se vuole. È una piccola deviazione sulla via verso casa. Dobbiamo andare dalle parti di Green Kill Park, mi segua”, si offrì il vecchio, avviandosi di buon passo senza neppure attendere risposta.
“Oh, grazie. Davvero gentile da parte sua”.

L’uomo si muoveva con straordinaria rapidità, costeggiando sicuro il marciapiede con l’unico ausilio dei suoi quattro sensi e affidandosi al sesto per i tratti di strada meno riconoscibili.
Il cane e il clown lo seguivano a ruota, dando a prima vista l’impressione di proteggerlo ma in realtà lasciandosi guidare dal suo istinto.
Giunti dopo un quarto d’ora di camminata dinanzi alle rovine di quello che un tempo la gente del luogo chiamava Memory Park, il vecchio si fermò con un sussulto.
“Da quel che mi ricordo, dovrebbe essere qui”, ipotizzò. “Qui all’incrocio sento ancora lo stesso vento che da bambino quasi mi spazzava via. Allora, che c’è adesso?”.

ImmagineUn’espressione di sgomento e delusione rigò il sorriso artefatto del clown, immobile di fronte al tetro spettacolo delle macerie.
“Non è possibile”, esplose alla fine, correndo goffamente oltre lo scheletro arrugginito del cancello.
“È Memory Park, lo riconosco. Ed è ancora tutto dov’era un tempo, ma è come … se fosse passato un secolo”, balbettò.
“Cinquantadue anni, prego”, puntualizzò l’anziano. “Lo so perché quando dichiararono bancarotta e decisero di chiuderlo, rimasi in lutto per un mese. Avevo già sedici anni e non ci andavo più da un pezzo, ma quel posto mi era rimasto nel cuore. Mi ricordava … Sì, ecco, mi ricordava l’ultimo periodo felice della mia vita”, concluse abbassando il tono della voce.

ottovolante2Scratchy si lasciò cadere a terra, inginocchiandosi scoraggiato dinanzi a quel panorama desolante, evidente frutto di decenni di abbandono.
I binari arrugginiti dell’ottovolante volteggiavano a decine di metri d’altezza, risaltando cupi contro il cielo scuro e plumbeo a disegnare gli ultimi spasmi di un serpente orgoglioso ma ferito a morte, mentre ancora più in alto le carrozze fatiscenti dell’antica ruota panoramica si stagliavano lugubri, come una flotta di navicelle spaziali abbattute e rimaste impigliate tra i rami di un albero secolare prima di schiantarsi al suolo.

Tutt’intorno, una vegetazione spontanea e inesorabile aveva occupato ogni metro quadro di asfalto disponibile, insinuandosi persino sulla pista degli autoscontri, dove alcuni tra i cadaveri delle vetture giacevano su un fianco, ribaltate da qualche buontempone in vena di imprese notturne.
ImmagineIl clown si rialzò a fatica, si avvicinò sconsolato all’enorme distesa di sterpaglie e rifiuti che dominava l’area un tempo occupata dal tendone del circo e inorridì alla vista di un oggetto a lui ben familiare : la scultura con le sue fattezze, posta originariamente all’ingresso del circo per attirare i più piccoli, era stata brutalmente spezzata all’altezza della vita e la parte dalla cintola in su gettata a terra, mentre non era rimasta traccia della metà inferiore.
La beffarda maschera del pagliaccio di metallo occhieggiava macabra dall’asfalto, come in uno di quei film in cui il cattivo di turno sembra sconfitto, ma nell’ultima scena emette un ghigno, a ricordarci che il Male (quello sì) non muore mai.
Il vecchio gli si avvicinò nel timido tentativo di consolarlo.
“Sono rimaste solo erbacce e rovine, vero? Avevo ragione. Scusi, ma lei è ancora davvero convinto di lavorare qui? Non è che ieri sera ne ha bevuto qualcuno di troppo?”, insinuò per sdrammatizzare.

Immagine“Io … ehm … sì, insomma, so il mio nome e so che qui facevo il mio numero con il palloncino.
In tutta sincerità, non ho altri ricordi, vicini o lontani, ora che ci penso”, farfugliò il clown.
“I ricordi”, lo interruppe l’uomo, mentre il labrador si era avventato con i denti sul lurido punching ball ai piedi di una bancarella, scambiandolo per un pallone.
“I ricordi sono tutto ciò che ci resta, amico mio. Ci sono giorni come oggi in cui penso che quel maledetto incidente che mi ha fatto perdere la vista quando non avevo neppure undici anni sia stato una benedizione, in fondo. Preferisco non vedere nulla di questo mondo, per ciò che è diventato. E soprattutto non vorrei mai vedere come si è ridotto questo parco. Giuro: se potessi tornare indietro, mi piacerebbe mostrarglielo con gli occhi dei miei ricordi di allora”.

Accadde in un lampo. Un sole prima pallido, poi via via più accecante, si affacciò dall’orizzonte per catapultarsi poi insolente fino al centro della volta celeste, dove si fermò a illuminare la scena come in un mezzogiorno di piena estate.
La prima a riprendere vita fu proprio la ruota panoramica, che con un sofferto cigolio si rimise stancamente in moto, mentre invisibili mani la dipingevano della tonalità originale di fulgente rosso fuoco, strappandole di dosso anni di ruggine.
Le erbacce furono spazzate via come dall’opera di uno sterminato esercito di giardinieri supersonici, mentre lo sciamare indistinto di una folla oceanica sopraggiunta da chissà dove si sparpagliava ordinatamente tutt’intorno, accalcandosi tra le bancarelle.
Un uomo con il megafono invitava i presenti ad acquistare i biglietti per il circo.
Il parco era tornato a vivere, proprio come allora. E il vecchio poteva vederlo con i propri occhi, gli stessi che incrociarono lo sguardo sconcertato di Scratchy confermandogli – come un pizzicotto immaginario – che non si trattasse di un sogno o di un’allucinazione.

Eppure. Eppure c’era qualcosa che non si incasellava alla perfezione nel suo album dei ricordi. Qualcosa di diverso, come in un puzzle ricomposto a fatica con tessere di un altro mosaico che solo da lontano sembrano combaciare alla perfezione, prima di rivelare colori e forme lievemente dissonanti.
Il vecchio colse tra la folla spicchi di un passato successivo a quei momenti, come tranci di esperienze accumulate in decenni che ora si affastellavano disordinate in quel surreale carrozzone dei divertimenti, sbeffeggiando ogni logica spazio-temporale.
Un’intera vita di gioie, pianti, tormenti, passioni, devastazioni si era radunata all’ingresso per poi disperdersi tra il tendone del circo e le altre attrazioni, in una frenetica danza dell’anima.
Memory Park”, pensò il vecchio. “Non può che essere il parco dei miei ricordi”.

follaIneffabili statue di “c’era” testimoniavano un passato sepolto, ma ancora presente e ingombrante, mentre un truce lanciatore di coltellate alle spalle gli ricordava la meschinità del genere umano. Un mellifluo acrobata lo trascinò in cima alla scala più alta, inducendolo con cautela a camminare su quel sottile e precario filo che il destino aveva scelto per lui.
Precipitato su una rete viscosa di falsi amici, fu subito prelevato e portato in salvo da una folla festante, che lo accompagnò sulla pista degli auto-scontri, dove rievocò fino alla nausea i conflitti con se stesso vissuti in tutti quegli anni per il suo perenne senso di inadeguatezza.
Il tunnel degli errori lo accompagnò in una rassegna impietosa di ogni suo sbaglio, lasciandolo con la sensazione agro-dolce di chi sa di avere terminato il viaggio incolume, ma teme di restare impigliato sulla carrozza ed essere costretto a ripetere la stessa corsa all’infinito.
Qua e là, tra un’esperienza e l’altra, l’adrenalina di un viaggio sull’ottovolante gli ricordava le tragiche montagne russe dei suoi sentimenti, mentre giri di giostra troppo corti non facevano che confermargli la brevità dei rari attimi di gioia.

“Non ci capisco più nulla. Che succede? Che ci faccio, qui? Questa sembra la sua vita”, sbottò il clown richiamando bruscamente l’attenzione del vecchio appena ricomparso al suo fianco.
“Si sbaglia, sa? Potrebbe anche essere la sua. Se non ricorda chi è e da dove viene, forse con un piccolo sforzo potrebbe far apparire anche le persone che fanno parte della sua storia. C’è un legame tra le persone che sopravvive al tempo, allo spazio, alle dimensioni, alla materia o a come diavolo vuole chiamare tutto questo. E quel legame non è altro che il percorso dei ricordi. Deve averne anche lei, non pensa?”, domandò il vecchio sorridendo.

Non appena chiuse gli occhi per concentrarsi, Scratchy si voltò subito verso il tendone, incuriosito dagli strilli di gioia di un bimbo che sembrava correre a perdifiato proprio verso di lui.
“Papà, papà, ho visto i leoni, ma non ho avuto paura”, urlò il piccolo, avventandosi sul clown e aggrappandosi ai suoi larghi e buffi pantaloni gialli.
“Eccolo, il mio ometto”, rispose Scratchy d’istinto, travolto e annichilito da un ammasso di ricordi che come il bimbo lo assalirono all’istante, restandogli appiccicati addosso.
Rivide Hillary, la moglie portata via da quel male schifoso appena tre anni dopo il parto; si trovò a rivivere i primi mesi del suo nuovo impiego ottenuto grazie al padrone del circo, l’unico tra i datori di lavoro ad avere accettato la presenza fissa del bambino accanto a lui; fu catapultato sul luogo dell’incidente, davanti a quel camion guidato da un autista ubriaco che aveva travolto suo figlio, portandogli via la vista e solo per miracolo non la vita.
“Papà, mi fai male, non tenermi così forte. Mi fai vedere come fai il cane con il palloncino?”.
Scratchy aprì gli occhi e abbandonò la presa, consapevole di avere istintivamente stretto a sé il piccolo con tutte le sue forze lungo il tragitto della sua memoria.
“Certo, Sam, adesso andiamo”, gli rispose afferrandogli la mano destra e soffermando lo sguardo sulla piccola voglia a forma di fragola che campeggiava sul dorso tra pollice e indice.
Dove l’aveva già vista? Una scarica elettrica gli percorse la schiena.

Il vecchio era ancora immobile accanto a lui. La mano raggrinzita, che tratteneva a stento il guinzaglio di Scott, rivelava inequivocabilmente sotto uno strato di profonde rughe una voglia identica nella stessa posizione.
Scratchy fissò a lungo il viso ruvido dell’uomo, solcandolo minuziosamente in cerca di quei tratti a lui così cari.
“Ti avevo riconosciuto quasi subito”, disse Sam. “Anche se non potevo vederti, avrei saputo riconoscere ovunque l’odore di plastica e cerone del tuo travestimento”.
“Per esserne certo, però, dovevo andare fino in fondo”, continuò.
“I vecchi ricordi sono clown inquietanti che appaiono all’angolo della tua memoria e ti spaventano a morte, se non li riconosci e li rifuggi. È solo fermandoti con loro e scrostando quel pesante strato di trucco che li spogli e ne riscopri i lineamenti originari.
E anche se si tratta di ricordi tristi, proprio come il sorriso di un pagliaccio, puoi ritrovarli e riscoprirne l’essenza più dolciastra, dal sapore tenue di zucchero filato”.

ottovolanteScratchy spalancò le braccia invitandolo a sé.
“Bentornato, papà”, disse il vecchio.
Furono le sue ultime due parole prima di abbandonarsi all’abbraccio finale.
Il cancello di Memory Park si chiuse per sempre alle sue spalle.

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CASO DOLCE CASO

“Taxi! Taxi!”. Ilaria attraversò la strada con passo sicuro, brandendo lo smartphone che la isolava dal resto del mondo.
Il braccio destro arpionava un’elegante borsa Louis Vuitton di pelle marrone, lasciando sospesa a mezz’aria un’altezzosa mano esile che le conferiva l’aspetto di una nobildonna capitata per caso tra i comuni mortali.
“Sì, gioia, arrivo. Prendo un taxi adesso, tra venti minuti sono lì”, tagliò corto ansimante.
Terminati gli appuntamenti della giornata con tre clienti della sua web agency, Ilaria poteva finalmente dedicarsi al tanto atteso aperitivo con Andrea.
“Non più di un’ora, però”, pensò con la testa già proiettata al termine della serata.
“Devo ancora sistemare le slide per la riunione di domani mattina prima di andare a letto”.

Immagine“Muoviti, imbecille!”. Anna riversò tutta la sua rabbia sul clacson, protendendo il dito medio all’indirizzo dell’esitante vecchietto imbacuccato che aveva appena superato sulla destra imboccando dal controviale la corsia riservata ai taxi.
Nonostante l’inquietante soprannome di battaglia “Annàtevene”, affibbiatole dai colleghi tassisti in realtà invidiosi di una donna così agguerrita al volante, Anna rivelava lontano dal caos della strada un’insospettabile vena romantica, capace di farle consumare ettolitri di lacrime sul divano davanti a una commedia di Julia Roberts e a una confezione famiglia di Plasmon affogati nella Nutella.
Ancora due ore sulla superstrada che portava all’aeroporto e sarebbe stata libera di tornare fra le mura domestiche, dove la attendevano nell’ordine Moustache, il suo ineffabile gatto d’Angora con vibrisse da Guinness, una puntata di Grey’s Anatomy e uno status criptico su Facebook dedicato alla pochezza e falsità del genere maschile.
“Ah, via Puccini: qui abitava quel bastardo che mi ha illusa per tre mesi. Perché sono passata proprio di qui?”, rifletté Anna trattenendo nonostante tutto con difficoltà una lacrima di nostalgia per quella prima, effimera cotta di gioventù.
“Chiedo solo un cliente silenzioso e una tratta lunga, poi per oggi ho finito”, mormorò fra sé e sé. Alla vista di un’esagitata al cellulare munita di borsa Luis Vuitton, che si sbracciava richiamando rumorosamente la sua attenzione, capì che non sarebbe stata accontentata.

Valentino uscì trafelato dalla porta a vetri del palazzo alzando il bavero dell’impermeabile per ripararsi dalle raffiche di vento, con un gesto sprezzante che avrebbe fatto sembrare Sherlock Holmes un pulcino spaurito.
Si era fatto convincere da un amico ad affrontare per la prima volta una serata di speed dating, una di quelle imbarazzanti esperienze dove due sconosciuti si ritrovano a un tavolo e hanno dieci minuti di tempo per esplorare la propria reciproca compatibilità.
Al contrario di quanto il nome di battesimo lasciasse intendere, Valentino era ben lontano dal cliché del seduttore maledetto e si era anzi rinchiuso in una fiera asocialità, da quando un anno prima aveva ricevuto il benservito dalla compagna a un passo dall’altare.
“OK, dovrò pur voltare pagina: mal che vada, conoscerò una demente che mi parlerà del Grande Fratello e avrò qualche buon aneddoto da raccontare”, si fece forza.

Immagine“Ma che ca…”, urlò incredulo avvicinandosi alla sua auto e notando un profondo squarcio tra cerchione e battistrada della gomma anteriore sinistra.
Ipotizzò subito fosse opera di qualche teppista ubriaco, che aveva sfogato i propri istinti bestiali con un coltello sulla prima vettura parcheggiata all’uscita del bar sotto casa.
Impossibile montare in tempo la ruota di scorta. Imprecò in composto silenzio e si guardò attorno, incrociando con lo sguardo un taxi che aveva appena imboccato la sua via.
Alzò il braccio destro con movimento quasi meccanico.

La scena durò non più di qualche secondo. Un uomo alto, rasato e distinto nel suo impeccabile completo nero, sgusciò dalla porta girevole dello Sheraton con la sua ventiquattrore e fece irruzione sul marciapiede, frapponendosi con tempismo inopportuno tra Ilaria e il suo desiderio di precipitarsi a bordo del taxi fermo a pochi metri di distanza.
Nel riporre il cellulare all’interno della borsa, la donna distolse lo sguardo dalla strada e si ritrovò a sbattere letteralmente la testa contro la schiena del gigantesco intruso, rischiando di perdere l’equilibrio e finire sull’asfalto.
“Mi perdoni, signora, non l’avevo vista”, si scusò l’uomo con un sorriso mentre Ilaria si divincolava nel tentativo di liberarsi dal blocco.
“Niente, non fa niente, non si preoccupi”, concluse frettolosamente Ilaria. “Se non le spiace, però, dovrei passare: ho il taxi lì all’angolo”.
“Ma certo, mi scusi ancora”, biascicò l’uomo imbarazzato facendosi da parte.
Appesantita e rallentata dalla borsa, Ilaria si precipitò verso la vettura, individuando con la coda dell’occhio un curioso dandy che sembrava puntare il suo stesso obiettivo.
Immagine“No, eh? Quel taxi è mio”, pensò furibonda partendo alla carica.
Troppo tardi. L’imprevisto aveva consegnato all’ometto in impermeabile avvolto in un’elegante sciarpa annodata al collo un vantaggio troppo grande da colmare.
Valentino si infilò rapido nell’abitacolo e richiuse la portiera alle sue spalle, lasciando Ilaria a inveirgli contro da qualche metro senza che lui potesse rendersi conto di essere il bersaglio dei suoi insulti.
“Cazzo”, sibilò Ilaria. “Adesso dove ne trovo un altro?”.
Richiamò dalla cronologia il numero di Andrea.
“Scusa, è successo un casino, uno mi ha fregato il taxi sotto il naso. Adesso dovrò aspettarne un altro, ma non so quanto ci vorrà. Ti chiedo un favore: possiamo cambiare locale? Non volevo fare tardi. Possiamo evitare il Batucada e trovarci allo Zenith, che è più vicino a casa mia?”, domandò speranzosa, già immaginandosi al computer fino a notte fonda.
“Dai, hanno anche la pizza. Vedrai, ti piacerà. OK, grazie tesoro. Ci vediamo lì”, rispose soddisfatta prima di riagganciare.

“Dove andiamo?”, chiese distrattamente Anna all’ultimo cliente della giornata.
“Ehm, non so l’indirizzo preciso, non pensavo di prendere un taxi. Un attimo, lo cerco online: il locale si chiama New Life, se non erro. Mi perdoni, ma sono nervoso: mi hanno appena forato una gomma della macchina”, si lamentò Valentino ancora scosso.
“Bastardi! Lo hanno fatto anche a me, due volte. La seconda li ho beccati: erano dei ragazzini idioti che bucavano le gomme in estate per noia. Gliene ho urlate dietro talmente tante che non hanno più osato avvicinarsi, da quel giorno”, concluse con l’orgoglio di chi ha assaporato a posteriori il meritato gusto della vendetta..
“Ah, se sapessi chi è stato farebbe una brutta fine. Peccato che io sia un vero signore”, esclamò compiaciuto della propria superiorità morale.
Fu quell’ultima frase a scatenare in Anna una sensazione familiare di déjà écouté, così intensa da farle correre un brivido gelido lungo la schiena e imperlarle all’istante la fronte di sudore.
La donna sbandò fino quasi a perdere il controllo e accostò accendendo il lampeggio d’emergenza con un ultimo sprazzo di lucida auto-conservazione.
“Vale! Ma sei tu?”, lo incalzò senza voltarsi con il cuore definitivamente spappolato, riconoscendo il passeggero nello specchietto retrovisore.
“Sì, perché? Ci conosciamo?”, fece lui sulla difensiva rivolgendosi dal sedile posteriore a quell’ammasso di capelli biondi e ricci che le impediva di distinguere con chiarezza i lineamenti della donna. Alzò a sua volta gli occhi sullo specchietto e trasalì.
“Anna!”, gridò Valentino aggrappandosi al sedile del conducente e sporgendosi verso di lei dal centro del sedile. “Non ci credo! Da quando fai la tassista? Non sapevo”.
“Da una vita, direi. Ma è una vita fa che mi hai mollato, no? I conti tornano. Non ci crederai, ma quando mi sono ritrovata per caso in via Puccini ti ho proprio pensato. Quanti anni sono passati? Dodici? Tredici?”, chiese lei ricacciando nelle segrete l’emozione palpabile che quell’incontro così assurdo le aveva risvegliato in un battito di ciglia.
“Dunque, no … di più, direi almeno quindici, a occhio. Era il mio ultimo e il tuo penultimo anno di liceo, o mi sbaglio?”, azzardò lui riponendo il cellulare accanto a sé sul sedile e abbandonando definitivamente la ricerca dell’indirizzo di destinazione.
“Sì, era il tuo ultimo anno di liceo. E hai passato l’esame a pieni voti. Peccato fosse quello di immaturità. Eri imbattibile. Hai ancora l’età mentale di un bimbo di dieci anni o è accaduto il miracolo?”, lo punzecchiò lei maligna con una punta di ripicca gratuita di cui si pentì subito.
Touché. Ti concedo volentieri la stilettata, anche perché me la merito. Adesso però, dopo la frecciata, metti la freccia e ripartiamo, altrimenti blocchiamo il traffico. Ti sei fermata quasi a un incrocio, sai?”, ribatté lui con un mezzo ghigno ironico affettuoso.
“E poi sappi che sono un uomo nuovo, per giunta appena mollato dalla propria compagna dopo nove anni a un passo dall’altare. Goditi il tuo assolo di contrappasso, cara: la vita si è abbondantemente vendicata”.
“Oh, mi spiace. O meglio, mi fa piacere. Cioè, mi fa piacere incontrarti, in realtà. Oddio, non so che dire, scusa”, balbettò lei imbarazzata immettendosi nel traffico dell’ora di punta.
“Come hai detto che si chiama quel locale dove devi andare? New Life? Non lo conosco”, aggiunse Anna ricomponendosi con tono professionale.
“Oh, il locale, certo. No, non era nulla di importante, in fondo. Anzi, a che ora finisci il turno? Potremmo andare ora da qualche parte a raccontarci gli ultimi quindici anni, se ti va”.
“Beh, io avrei ancora un po’ da fare”, mentì lei spudoratamente.
“Oh, capisco. Mi spiace”.
“Ma mi potrò concedere ogni tanto una pausa, che dici?”, sbottò Anna cambiando idea.
“Però sia chiaro: io spengo il tassametro, tu mi offri da bere”, aggiunse cercando nuovamente i suoi occhi nello specchietto.
“Mi sembra il minimo. È fatta. Proceda pure, Ambrogio: mi porti a destinazione”.

ImmagineIl cameriere dello Zenith, aitante e indifferente come un Dio greco o un commesso di Abercrombie, appoggiò distrattamente i due Gin Tonic sul tavolo di Ilaria e Andrea, bloccandosi in attesa del conto come in posa per uno scatto fotografico.
“Faccio io”, si premurò lui, allungando venti euro al modello temporaneamente prestato al mondo della ristorazione.
Il suono lancinante della sirena di tre ambulanze che sfrecciavano a sirene spiegate poco distante fece girare contemporaneamente tutti i presenti.
“Che succede?”, esclamò Ilaria infastidita dal rumore.
“Boh, con tre ambulanze deve essere un incidente grave”, ipotizzò Andrea sedutosi sulla punta del pouf in pelle con un occhio al cameriere che gli avrebbe riportato il resto.
Esauritosi il frastuono, la donna recuperò dalla Louis Vuitton il fidato iPhone, aprendo annoiata l’applicazione di Facebook per un’occhiata agli ultimi aggiornamenti.
Un’espressione di terrore si dipinse subito sul suo volto.
“Che hai?”, si preoccupò lui. “Sei pallida come un cencio. Hai letto una cattiva notizia?”.
Ilaria si limitò a consegnargli il cellulare, pietrificata dallo spavento.
L’uomo lesse meccanicamente il dispaccio giornalistico dalla schermata:
Ultim’ora. Esplosione in centro città: brucia il noto bar Batucada. Sospetta fuga di gas all’origine dell’incendio. Almeno dieci le vittime accertate tra gli avventori”.
Andrea deglutì attonito. Ilaria si abbandonò sul divano, facendosi aria con un fazzoletto.
“Il Batucada”, fece lui dopo un minuto abbondante. “È terribile. Se tu avessi preso quel taxi … “, aggiunse senza il coraggio di terminare la frase.
“Sì”, lo interruppe lei. “Se avessi preso quel taxi, saremmo entrati lì. E ora forse …”.
Si gettarono disperati l’uno tra le braccia dell’altra, quasi stritolandosi a esorcizzare la paura.
“Ti amo”, azzardò Andrea pronunciando per la prima volta da quando si frequentavano quelle due paroline, trascinato al largo dall’onda emotiva del momento.
“Ti amo anch’io”, rispose Ilaria scoppiando in un pianto liberatorio.

Il gigante calvo si specchiò nella vetrina della panetteria aggiustandosi la cravatta, senza perdere di vista con la coda dell’occhio la disperata fuga di Ilaria verso quel taxi che non sarebbe per sua fortuna mai riuscita a prendere.
Raccolse da terra la valigetta caduta nell’impatto e la aprì con un colpo secco per accertarsi che il contenuto fosse al sicuro.
“Perfetto”, pensò. Il coltello a serramanico, utilizzato poco prima, si trovava ancora al suo posto nell’alloggiamento dedicato in velluto rosso.
Si voltò di scatto, osservando stupito un anziano omino con la tuta da idraulico entrare nella tabaccheria accanto.
“Di già? Non può essere!”, esclamò a voce alta suscitando le occhiatacce di disapprovazione del garzone della panetteria, appena uscito per una sigaretta.
Si precipitò a sua volta all’interno della ricevitoria, inseguendo disperatamente l’omino che nel frattempo aveva appena approcciato la signora alla cassa:
Immagine“Mi dà per favore un biglietto della Lotteria e un pacchetto di Marlb…”.
“Un biglietto della Lotteria e un gratta e vinci, grazie”, si intromise senza preamboli il gigante, inserendosi con tutta la prepotenza che il suo fisico gli consentiva.
“Ehi, ma che modi …”, farfugliò l’anziano, abbozzando una timida reazione repressa nel soppesare la stazza dell’intruso.
“Scusi, ho la macchina qui fuori in seconda fila”, si giustificò l’omone con un sorriso.
“Sì, ma magari quello era proprio il biglietto vincente e lei me lo ha fregato”, commentò il vecchietto ironico.
“O magari il biglietto vincente è il prossimo e lei un giorno mi ringrazierà, chissà. Arrivederci”, rispose lui ruffiano prima di lasciare qualche monetina sul tavolo e guadagnare rapido l’uscita.

Ce l’aveva fatta. Si lasciò sprofondare sulla sedia di un tavolo all’esterno di un locale che si illudeva di ricordare un bistrot parigino.
Portato a termine il compito nonostante qualche intoppo, già pregustava la brezza sbarazzina delle prime serate primaverili e una meritata cena a base di pesce.
Il proprietario del locale si avvicinò a una famiglia con tre figli seduta al tavolino accanto al suo e li convinse a spostarsi all’interno, dove sarebbero stati più comodi.
“Meglio”, pensò. “Un po’ di silenzio mi ci voleva”.
La sua condizione di solitudine durò non più di due minuti. Una dolcissima ragazza mora dalla carnagione pallida, con indosso un delizioso tubino nero e occhiali dello stesso colore, sbucò dal nulla e si accomodò al tavolo appena liberato, rivolgendo lo sguardo come lui all’indirizzo dei passanti sul modello degli autentici café francesi.

L’accendino le cadde a terra, finendo esattamente tra i piedi del gigante. “Scusi, non volevo”.
“Prego”, replicò lui. Nel restituirlo alla donna, si soffermò come ipnotizzato sulla garbata tonalità porpora del suo rossetto, impegnato in un sorriso di circostanza.
“Continuo a perdere accendini ovunque. Forse è un segno del destino, che vorrebbe farmi smettere di fumare”, disse la donna con un tono che gli parve irresistibile.
“Il destino, già”, pensò lui ad alta voce. Ne sapeva qualcosa. Avrebbe tanto voluto vuotare il sacco e raccontare di sé a quella sublime creatura, ma si limitò ad aggiungere: “Difficile immaginare cosa ci accadrà”.
“In alcuni casi, è facilissimo, sa? Pensi che …”. Un’ombra di pentimento velò il viso della donna.
“Che cosa?”, fece lui assalito dalla curiosità.
“Nulla, nulla, mi scusi. Mi era venuto spontaneo parlarle di una cosa, ma non posso”.
Il gigante aggrottò le sopracciglia. “Buffo. Anch’io ero lì lì per confessarle un segreto, ma mi sono fermato all’ultimo”.
I due rimasero in silenzio a lungo, finché lei prese coraggio e riattaccò:
“A questo punto, però, sono curiosa: cosa riguardava quel segreto?”.
“Oh, beh, si tratta del mio lavoro”, bisbigliò lui.
“Ah, anch’io stavo per svelarle una cosa sul mio lavoro”, ridacchiò lei.
“Il problema è che non potrei neppure rivolgerle la parola, per contratto. Il mio incarico non consente interazioni prolungate con altri esseri umani”, continuò il gigante con un filo di voce guardandosi attorno con fare cospiratorio.
Lei ricambiò con convinzione uno sguardo d’intesa mista a stupore.
“Adesso mi spaventa. Anch’io non dovrei parlarle: rischio il licenziamento in tronco.
Beh, al diavolo le regole, lei che lavoro fa? Cos’è, una specie di spia?”, si lasciò andare dopo qualche istante di esitazione mordicchiandosi le labbra.

ImmagineIl bestione roteò le pupille in ogni direzione per accertarsi dell’assenza di occhi indiscreti, poi esordì titubante: “È stata la parola destino a farmi sobbalzare, quando ha parlato dell’accendino. Insomma, il mio è un mestiere particolare”, annunciò estraendo dal portafoglio con gesto teatrale un tesserino di riconoscimento con tanto di fotografia e corpo di appartenenza.
La donna incassò il colpo, ma si riprese immediatamente.
“GdF?”, chiese incuriosita. “Non è la Guardia di Finanza, vero? Quella non è una divisa”.
“No, non sono della Finanza. GdF sta per … Guardiano del Fato”, sussurrò circospetto.
“Guardiano del Fato? E che roba è?”, domandò la donna accavallando le gambe.
“È difficile da spiegare. In sintesi, io assisto le persone che mi sono state assegnate nel loro percorso di vita. Diciamo che do una piccola spintarella al loro destino, aiutandolo a compiersi. Soltanto oggi, ad esempio, ho rimesso in piedi una vecchia storia, salvato due innamorati da un incendio e consegnato al giusto destinatario un biglietto vincente della lotteria. Non male, no?”, si vantò lui con aria di sfida.
“Wow, sono impressionata. Un supereroe, insomma”, esclamò lei ironica senza scomporsi.
“Non è stupita?”, fece lui deluso. “Chissà perché, mi sono immaginato milioni di volte questo momento e pensavo che nessuno mi avrebbe creduto”.
“Perché dovrei essere sorpresa? È un lavoro come un altro. Lo conosco bene. È anche il mio”, ribatté lei sorniona sfilandosi gli spessi occhiali scuri ed estraendo dalla borsetta un tesserino identico. “L’ho capito quasi subito, ma ho retto il gioco”.
“Co…cosa? Anche tu … ?”, biascicò lui sgranando gli occhi.
“Certo”, ammise. “Guardiana Del Fato. Morgana, piacere. Lo so, sembra il nome di una strega.
Pensa che un tempo giravo anche con un cappello nero, immersa nel personaggio, ma come è noto nel nostro lavoro la discrezione viene prima di tutto”, sorrise lei.
“Io sono Rik, ma i colleghi mi chiamano Shrek per la mia mole. Un orco e una strega. Buffo, eh? Non avevo mai conosciuto una Guardiana. Pensa che coincid … “.
L’illuminazione li colpì in contemporanea, ancor prima che lui terminasse la frase.
“Che coincidenza, sì”, riprese infine lei. “Eppure noi dovremmo saperlo: le coincidenze non esistono. Il Caso è una sceneggiatura originale che i Guardiani portano in scena per dare agli umani l’illusione che nulla sia stato scritto e tutto possa cambiare con un soffio di vento”.
“Vero. Forse era destino che ci incontrassimo oggi. Ma allora deve esserci qualcuno che opera a un livello superiore, una sorta di Guardiano dei Guardiani con il compito di farli incontrare tra loro!”, esclamò lui.
“Giusto”, si illuminò Morgana. “Qualcuno che regali una vita normale a chi come noi non può intrattenere rapporti con altri umani, se non per quei miseri secondi sufficienti a svolgere la nostra funzione”.
“Ha senso, a pensarci”, mugugnò lui. “Ma è possibile?”.

ImmagineL’affascinante quarantenne baffuto che sembrava essere il proprietario del locale, sganciatosi dalla famigliola, uscì a passo rapido dal bistrot. Imboccato il marciapiede, si fermò di colpo e si girò su se stesso, rivolgendo con la mano un radioso cenno di saluto ai due.
“Buonasera, colleghi. Godetevi la cena. Mi hanno comunicato che starete insieme tutta la vita, pare. Rassegnatevi: è un dato di fato”, disse saltando al volo sul primo autobus in partenza.

 

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STATUE VIVENTI

“Oggi è Cupido. Gli si vedono i muscoli. È ancora più bello del solito”, pensò Monica.
Un bimbo esagitato spuntò dal portone di un palazzo, urlando: “Mamma, mamma, guarda che bello!”.
“L’ho pensato prima io, carino”, partorì la testa di Monica senza poter dare voce alle sue parole.

cupid3Il piccolo si avvicinò alla statua vivente al centro della piazza con un misto di deferenza e curiosità. Il mimo lo vide irrompere come un caterpillar nel suo campo visivo e abbozzò un lieve mezzo sorriso, nella speranza che quel poco di affabilità consentita dal ruolo fosse sufficiente per tenere il potenziale teppistello a distanza amichevole.
“Chi è, mamma?”, squillò il bimbo a mezzo metro dalle sue orecchie traforandogli i timpani, protetti a stento da una parrucca bionda di riccioli arruffati.
“Stai fermo, non disturbare il signore! Ė Cupido, il Dio dell’amore. Vedi la freccia? Con quella colpisce il cuore delle persone e le fa innamorare!”, tagliò corto la giovane madre regalando un’occhiata distratta e interessata ai pettorali scolpiti del mimo rivestiti di spessa vernice dorata.
Il dettaglio non sfuggì all’attenzione clinica di Monica, congelata come Mimmo a pochi metri di distanza nel suo rigoglioso costume da odalisca.

Era in momenti come quelli che poteva immaginare un rossore di gelosia incontrollabile solcare le sue rigide guance diafane. L’istinto animalesco le avrebbe suggerito di abbandonare la postazione e avventarsi contro la maliziosa mammina al grido di “Non ci provare, stronza: è mio”; il raziocinio la costringeva al contrario immobile in quella posizione, condannata come Mimmo a recitare con rigorosa professionalità la sua parte per il divertimento di grandi e piccini.
Monica lo ammirava impersonare ogni giorno un ruolo differente, in un tourbillon irresistibile di colori e trucchi variopinti che la faceva puntualmente vergognare dei suoi saltuari e per nulla mirabolanti cambi di costume.
Che si calasse nei panni di Charlie Chaplin, di un centurione romano o del Sommo Poeta Dante, Mimmo sapeva sempre conservare un aplomb invidiabile e catturare l’anima del suo personaggio, pur mantenendo quella venatura malinconica nello sguardo e quella fisicità debordante da ginnasta professionista che Monica aveva imparato ad amare già dopo qualche settimana di osservazione forzata e condivisa.

Ore. Ore. Altre ore. Giornate intere che si stratificavano in una poltiglia oleosa di abitudini da calendario, accumulandosi in settimane e mesi fotocopiati in un pratico formato A3.
O forse sarebbe stato meglio definirlo “a tre”: lei, lui e il desiderio morboso di Monica di raggiungerlo, vincendo le leggi di natura e mandando al macero le convenzioni.
L’abbraccio improbabile di Cupido e della sua principessa da fiaba, in un trionfo appiccicaticcio di seta, lustrini e make-up, avrebbe finalmente suggellato l’incontro delle loro anime e regalato un significato all’attesa. Abituata a resistere stoica a più di un appostamento, non faceva che sognare un appuntamento. Uno vero, però.

ImmagineE invece Monica era lì, invischiata nella sua impossibile e impassibile venerazione muta senza poter muovere un muscolo sul suo piedistallo, dal quale dominava sprezzante il pubblico guardando tutti – Mimmo compreso – dall’alto in basso.

La sera dopo in piazza si era appena spenta l’eco dei festeggiamenti di un atipico sabato grasso, piombato inopportunamente tra capo e collo in un momento nel quale erano davvero in pochissimi a manifestare volontà di baldoria.
Il Carnevale incarnava in sé il potere perverso di confondere gli sfarzosi travestimenti di Mimmo in un tumultuoso oceano traboccante di costumi di Arlecchini, Zorri, Iron Man e altri supereroi di varie fogge, spesso acquistati al discount il giorno prima da frettolosi genitori all’uscita degli uffici.
Gli stessi colori glitterati che in una normale giornata lavorativa erano in grado di far risaltare la sua mise nel torpore della folla distratta non facevano altro che mescolarsi, in quell’occasione, tra gli ingredienti di un pastone indistinto, rigirato da presuntuosi cuochi in maschera che contrabbandavano le tinte a buon mercato del loro minestrone per una ricetta alternativa da stella Michelin.
Era la fiera della trasgressione a buon mercato, buona per chi gli altri 364 giorni dell’anno prova un insano godimento nel nascondersi come un camaleonte sdraiato sulla corteccia cerebrale grigia dei passanti.

Immagine“Io so come ci si sente ad avere addosso i vostri occhi. So cosa significhi essere additato o il più delle volte deriso senza motivo. So che vuol dire riuscire a leggere il labiale confuso di una ragazzina che lascia intuire un <<Guarda quel cretino>> sibilato all’amica del cuore”, pensò Mimmo paralizzato per l’occasione in un mefistofelico costume rosso fuoco da perfetto Diavolo.
“Per chi vive agghindato a festa celebrando ogni giorno il proprio Carnevale, il sabato grasso è il tanto atteso giorno dell’anonimato”, concluse orgoglioso della riflessione il mimo fra sé e sé.

Monica lo notò con la coda dell’occhio assistere immobile allo spopolamento della piazza, mentre le tonalità arcobaleno delle manciate di coriandoli sparsi un po’ ovunque si incupivano al calar del sole lasciando gradualmente il testimone a un avviluppante nero notte.
Quando anche l’ultimo mini-Batman scomparve dietro l’angolo, i due rimasero finalmente soli, senza più anima viva nei paraggi a disturbare il loro idillio incompiuto.
Il vocio di una compagnia di adolescenti in vena di scherzi reciproci si spense in lontananza.
Mimmo prese il coraggio a due mani e dichiarò ufficialmente chiusa la sua giornata di lavoro, saltando a terra e chinandosi a raccogliere i vestiti di ricambio dal borsone nascosto sotto il piedistallo.

“Ciao, tesoro”, lo salutò un’incantevole Pocahontas dalla pelle olivastra spuntata dal marciapiede di fronte.
Monica accusò con evidente fastidio l’arrivo della terza incomoda, imponendosi di mantenere un forzato autocontrollo.
“Ciao, amore”, si illuminò il diavolo ormai fuori servizio.
“Non ero mai passata a prenderti al lavoro, ma a Carnevale faccio un’eccezione. Sei figo, sai, vestito così. Devo venire a trovarti più spesso, anche perché con i muscoli così in vista chissà quante oche si fermano a starnazzare, vero?”, insinuò la donna carezzandogli il torace.
“Ma quando mai?! Sono più le risate e gli insulti, fidati”, la rassicurò Mimmo.
“Certo, certo. Prendi questa affascinante odalisca, per esempio. Fa il tuo stesso mestiere, no? Lo vedo come ti guarda. Devo essere gelosa?”, bisbigliò a bassa voce la ragazza per non farsi sentire, mentre Monica imperturbabile malediceva dentro di sé l’assoluta perfezione del suo udito.
“Direi che puoi essere tranquilla, non pensi?”, sorrise Mimmo lusingato.
“E poi non mi piacciono le magre, lo sai. Io preferisco le donne vere, quelle con la carne attaccata alle ossa”, esplose lui cingendola ai fianchi e sollevandola a mezz’aria, prima di eclissarsi definitivamente con la sua principessa indiana senza aver degnato Monica di uno sguardo.

Immagine“Perché aveva detto quelle cose orribili?”, si domandò lei, ora sola.
Settimane di intesa, di complicità, di attese, di aspettative, distrutte in un lampo da quella vomitevole frase gratuita? No, non poteva essere vero.

Monica si sentì così svuotata e affranta da non accorgersi dell’arrivo dei due uomini vestiti in nero alle sue spalle. Il più anziano dei due, un ometto tarchiato sui cinquanta con capelli unti, l’alzò brutalmente di peso caricandosela sulle spalle, mentre il secondo, un trentenne stempiato e allampanato, allungava le sue mani ovunque quasi strappandole di dosso il completo da odalisca.
“La festa è finita, cara: non è più Carnevale”, borbottò lascivo il primo nella piazza deserta, provocando la risata sguaiata del compare.
“Sì, adesso questo bel costumino non ti serve più. E tu ora vieni a divertirti con noi, bella”, rintuzzò il giovane.
Monica era stordita, inerte, incapace di reagire e totalmente in balia dei suoi aggressori.
Perse conoscenza quasi subito.

Si risvegliò al buio, sdraiata sul pavimento di quello che sembrava essere un enorme deposito polveroso. Adagiato accanto a lei nella stessa posizione, una figura maschile si stagliava nella penombra della stanza, lasciando intravedere degli addominali scolpiti che le ricordarono curiosamente l’invidiabile e familiare silhouette di Mimmo.

“Ciao, io sono Eros”, esordì lui imbarazzato.
“Ciao, mi chiamo Monica”, rispose lei ancora lievemente scossa. “Eros come Cupido? Uno che conosco si veste come lui. Ci vuole il fisico. Lui ce l’ha, ma anche tu non scherzi”, aggiunse sorniona con una punta di esitazione.
“Quei due schifosi hanno preso anche te?”, chiese lui.
“Sì, sempre loro. Sai dove siamo?”.
“Siamo al solito posto”, rispose lui amaramente. “Dove finiamo quando non serviamo più”.
“Ma quando capiranno che anche noi siamo provvisti di testa e un cuore? Quando si renderanno conto che abbiamo un’anima come tutti?”, biascicò Eros piagnucolando senza eccessiva convinzione.
“Non contarci. È il destino di ogni manichino come noi: essere sostituito e riposto in un magazzino. Perennemente in attesa del prossimo Carnevale, vivendo nella speranza di ottenere un’altra chance e una nuova maschera da impersonare”, sospirò lei.
“Beh, a pensarci bene non è quello che succede anche ai cosiddetti uomini?”, ribatté lui.
“Hai ragione, non ci avevo mai pensato. Eppure questa volta mi ero illusa fosse diverso.
Quel tipo di cui ti dicevo, ecco… lui si chiamava Mimmo ed era un mimo, io Monica e faccio la mannequin. Io mi sentivo una vera modella, lui il modello dell’amore ideale.
Lo vedevo come un segno. Non poteva essere l’ennesima illusione. Quanto sono stupida”, singhiozzò.
“Non sei stupida. Sei più intelligente e più attraente di tutti quei pezzi di plastica asettici con cui ho condiviso le vetrine del centro commerciale. A volte ho perfino sperato che quei due inservienti idioti me li levassero tutti di torno. Se solo ci fossi stata tu al posto loro…”.
“Se ci fossi stata io in quella vetrina, forse avrei notato un altro Eros, sai?”, sorrise lei.

ImmagineSdraiati nell’oscurità, Eros e Monica si strinsero la mano prima di sciogliersi in un lungo, disperato abbraccio.
O almeno questo è ciò che immaginarono.

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NON FARLO

“A che piano va?”, le chiese distaccato senza distogliere lo sguardo dal cellulare.
“All’ultimo, grazie”, rispose la ragazza bionda frugando nella borsetta in cerca dell’accendino.
“Anch’io”, mormorò lui con un sorriso accennato schiacciando il pulsante numero 9.
L’ascensore si avviò pigramente, preceduto da un cigolio sinistro che ne rivelava inequivocabilmente l’età avanzata.

ImmaginePrese coscienza dell’accecante avvenenza della donna non prima del terzo piano, rassegnandosi già in cuor suo a vederla sgattaiolare via alla riapertura delle porte.
La sua compagna di viaggio si era appena voltata per rimirarsi allo specchio, controllandosi il mascara in un impeto di malcelata fretta.
Carlo si soffermò sugli eleganti stivali di pelle nera e lo sfarzoso top rosso porpora, ma era tutta la figura a trasmettere un che di maestoso, intimamente perfetto.
“Forse l’ho già vista in televisione”, pensò. “Sembra un’attrice”.
Un boato inquietante, simile al raglio demoniaco di un asino posseduto, spezzò le sue fantasticherie, squarciando d’improvviso l’abitacolo per spegnersi subito dopo.
Si ritrovarono per terra avvinghiati l’uno all’altra, urlando all’unisono finché il silenzio tombale e l’immobilità della cabina permisero loro di riprendere fiato.
Si alzarono ancora in preda all’adrenalina dello shock, nel vano tentativo di darsi un contegno.
Dopo un’inevitabile coda di imprecazioni trattenute per dare sfogo alla tensione, fu il ragazzo a ricomporsi per primo.

“Cazzo, siamo rimasti bloccati. Ma che rumore ha fatto? Merda, sembrava un film dell’orrore”.
La ragazza annuì timidamente, ancora paralizzata dallo spavento.
“OK, suoniamo il campanello. Speriamo vengano in fretta”.
“Dubito”, bisbigliò lei tremando. “È venerdì e sono quasi le otto. Qui sono tutti uffici. Saranno già andati tutti a casa. Rischiamo di passare qui il weekend. Ti prego, dimmi di no”, si lamentò lei con tono supplichevole.
“No, dai, stiamo calmi”, la rassicurò lui. “Qualcuno verrà a tirarci fuori, vedrai”.
Il rimbombo dell’allarme echeggiò per la tromba delle scale, risuonando con l’inutilità un po’ naïf di un messaggio nella bottiglia.
“Mi chiamo Carlo, comunque”, borbottò impacciato per rompere il ghiaccio come al primo appuntamento. “E mi spiace per le circostanze”, aggiunse sorridendo.
La ragazza scoppiò in una sincera risata isterica, amplificata dalla quiete irreale intorno a loro.
“Io Marta, piacere”. “Mi sa che dovremo ingannare l’attesa, che ci piaccia o no”, sussurrò con un tono che Carlo, in un altro contesto, avrebbe senza esitazione bollato come malizioso.

“Parlami di te”, lo invitò lei. “Che ci facevi qui?”.
Un’ombra di disagio e angoscia velò il viso dell’uomo.
“Io? Niente di che. Ero venuto a … a consegnare dei documenti all’assicurazione”, disse fissando imbarazzato la targhetta con l’indicazione del numero di persone e del peso massimo consentito a bordo.
“Ah, allora ti aspettava qualcuno su? Ci avrà sentito! Non puoi telefonargli?”, si illuminò lei speranzosa.
“No”, spense lui ogni entusiasmo. “Non ho il numero privato dell’assicuratore. In ufficio ci sarà già la segreteria. E poi non so neanche se … ecco, non so se c’è ancora qualcuno. Io volevo solo provare a passare”, aggiunse quasi a convincersi delle sue stesse parole.
“Mmm, ok”, assentì lei dubbiosa.
“E tu? Cosa facevi qui? C’è un’agenzia di modelle nel palazzo e non mi dicono nulla?”, rilanciò Carlo sornione per alleggerire l’atmosfera.
“No, io … io ero venuta per un’altra cosa”, confessò lei abbassando la voce.
“Perché lo dici così? Mica sarai venuta qui per ammazzare qualcuno, no?”, ridacchiò lui.
“No. Ero venuta per ammazzare me stessa”.

ImmagineCarlo si ritrasse istintivamente, rimanendo seduto a occhi sgranati con la schiena contro la parete appena sotto la pulsantiera.
“Ah. Cioè … mi stai dicendo che volevi buttarti davvero di sotto dall’ultimo piano? Non ci credo”.
“E invece è proprio così. Avevo deciso di farla finita. Hai presente quei giorni in cui hai presente, ma non ti sembra di avere un futuro? Quelle mattine in cui il tuo unico sogno è non avere più incubi? Oggi stavo salendo con l’idea di fare il grande passo. L’ultimo passo. Nel vuoto”, aggiunse lei con una serenità incolore che fece rabbrividire il ragazzo.
“Scusa, non immaginavo. Tutto questo è  assurdo, credimi. È fottutamente inconcepibile”, balbettò lui annegando con lo sguardo vitreo tra i folti capelli biondi di Marta.
“Perché assurdo? Vuoi già tirar fuori le solite balle? Dirmi che la vita è bella, che una come me non dovrebbe neanche pensare certe cose, che tutto si sistemerà, eccetera?”, lo aggredì lei.
“No”, fece lui asettico. “Assurdo perché prima non avevo il coraggio di dirti la verità. Ero venuto anch’io qui per suicidarmi”.

I due si ritrovarono a fissare muti i fiochi riflessi tratteggiati sulle pareti dalla luce al neon sopra le loro teste.
“Forse è un segno, non credi?”, sbottò lei alla fine. “Voglio dire, non mi interessa la tua storia o sapere perché sei arrivato fino a questo punto, ma forse ripeto: non è un caso se ci siamo incrociati”.
“Perché no? È possibile”, ammise lui. “Le ragioni, hai ragione, non contano. O almeno, non contano più, quando ci si ritrova lassù. E poi lo ammetto: quando ti ho vista entrare, ho sperato fosse stato il destino a impacchettarti e spedirti al mio indirizzo. Forse mi aggrappavo inconsciamente all’idea di trovare un motivo per non farlo. Qualcosa o qualcuno che mi trattenesse qui “.
Marta trattenne a stento un mezzo sorriso compiaciuto, arrossendo visibilmente.
“Grazie. Non riesco ancora a credere che sia accad … “.
Non fece in tempo a terminare la frase. Uno scricchiolio stridulo precedette un violento sobbalzo della cabina, facendoli sussultare. L’ascensore si era misteriosamente rimesso in movimento e aveva ripreso la sua corsa verso l’ultimo piano, come se quegli interminabili attimi di paure sospese nel vuoto fossero stati un semplice intervallo provvidenziale tra primo e secondo tempo. Tra il prima e il dopo del loro incontro, che aveva ribaltato ogni prospettiva.
“Ci stiamo muovendo!”, fece lui con un’impercettibile punta di delusione.

Quando le porte si spalancarono con un clangore strafottente al capolinea del breve viaggio, Marta e Carlo si guardarono attorno diffidenti, come ridestati dall’assordante suoneria di una sveglia nel mezzo del loro più bel sogno.
“Siamo arrivati”, si fece coraggio lei. “Dobbiamo uscire, prima che questo stronzo ci ripensi e faccia altri scherzi”.
“Sì, dobbiamo andare”, concordò lui.
“Che ne dici se facciamo lo stesso un giretto lassù? Ho bisogno di aria fresca”, propose lei.
“Certo”, rispose Carlo, celando con dignità l’emozione ingenua di chi in realtà non attendeva altro.

ImmagineMossero i primi passi all’esterno con la circospezione di un astronauta timido su un cratere lunare, prima di imboccare l’ultima scalinata a destra ed emergere sull’ampia terrazza del grattacielo, dove trovarono ad attenderli un pallido sole estivo e un vento fuori stagione dalla lama affilata.
Giunti al limitare della balaustra, guardarono istintivamente verso il basso, soppesando in una frazione di secondo l’altezza dalla quale entrambi avevano pensato di gettarsi e l’ipotetica durata del volo prima dell’impatto.
“Bel salto, eh?”, esordì lui con lo stesso tono di chi normalmente avrebbe attaccato bottone parlando del tempo. Schiavi dei luoghi comuni in un luogo comune del palazzo, si ritrovavano prigionieri del loro imbarazzo anche all’aria aperta.
“Già”, convenne Marta. “Non lo vuoi fare più, vero?”.
“No. Non credo. Non ora”, farfugliò Carlo. “E tu?”.
“Io? Non penso, no. Ma non fare troppo caso a me. Non ti piacerebbe sapere davvero chi sono. Magari ti piaccio anche. Credimi, non saresti dello stesso parere se mi conoscessi a fondo.
Tu, però, sei diverso. Sei meglio di tutto ciò che ti circonda”.
“Io?”, fece lui incredulo. “Mi hai conosciuto pochi minuti fa, come puoi esserne così certa?
Non sai chi sono davvero, potrei anche essere un serial killer. E di certo non merito di stare al mondo più di te”.
“Fidati. Tu non sai nulla. Non puoi sapere. Sei un agnellino innocente tra lupi che indossano la pelliccia di tua madre per accoglierti in grembo con l’inganno. Per questo devi resistere”.
Marta si avvicinò a lui, disegnando la traiettoria delicata di una carezza a fior di pelle sulla guancia del suo stupore.
“Promettimi una cosa”, aggiunse con tono quasi materno. “Dimmi che non ti butterai di sotto, né oggi né mai. Non farlo, per favore”.

Carlo indugiò con lo sguardo sulla chioma della donna, maltrattata dalle raffiche di vento pungente, ammirando i suoi capelli come fossero disperatamente aggrappati all’ultimo bulbo di vita e non volessero precipitare da quell’inospitale terrazza nel cuore del nulla.
“Promesso”, annuì alla fine. “Non mi ammazzo, mi hai convinto. E forse ci eri già riuscita entrando in quell’ascensore, ora che ci penso”, ammise con un ghigno.
“Però devi promettermi anche tu che non avrai strane idee. Siamo in due in questa cosa, no?”, chiese speranzoso.
“Io? Io non posso prometterti nulla. Ed è meglio così, davvero. Eppure ti dico una cosa: anche se dovessi mai buttarmi, dicono che la vita è fatta a scale, no? Chissà, magari ci ritroveremo lì”.

Marta si girò di scatto, evitando il supplizio dell’espressione di delusione che stava inevitabilmente prendendo forma sul viso del ragazzo.
Doveva agire d’istinto. Non le era concesso il lusso del ripensamento. Le sarebbe bastato incrociare gli occhi dell’altro per lasciarsi investire da un’ondata letale di compassione e sensi di colpa.
Dandogli le spalle, si precipitò a velocità folle verso il lato opposto dell’edificio, scavalcando con passo agile gli ostacoli che le ostruivano il percorso come in una folle corsa contro il tempo. Carlo, interdetto e frastornato, impiegò qualche secondo prima di rendersi conto delle sue intenzioni.
“Oh, cazzo. Cosa fai? No!”, fu il suo urlo lacerante strappato a forza dalle corde vocali nell’impossibile tentativo di raggiungerla rincorrendola.
Giunta alla balaustra opposta, Marta si tuffò senza esitazioni, con la stessa sicurezza con cui uno dei gabbiani che assistevano svogliati allo spettacolo dal palazzo antistante si sarebbe di lì a poco librato in volo.
“Noooo”, si disperò lui, inciampando in un cavo elettrico scoperto prima di crollare a terra rovinosamente a pochi metri dal punto del salto.
Si rialzò devastato, trascinandosi con il ginocchio ancora sanguinante verso la balaustra per guardare in faccia la tragedia, mentre raccattava da qualche parte nella sua testa brandelli di speranza confidando in un inatteso miracolo.
Strizzò gli occhi in una smorfia di disgusto e terrore, dischiudendoli in due sottili fessure per trovare gradualmente il coraggio di guardare giù.

ImmagineBlu. Blu. Vedeva solo un oceano di blu intenso, privo di sfumature. Un blu riposante ma vivace, che mal si combinava con le tonalità urbane di grigio e nero che le sue pupille avevano messo in conto di dover affrontare prima di intravedere il corpo a terra.
E poi giallo. Dei lampi di giallo canarino, che solcavano la distesa bluastra come raggi di sole adagiati su un mare caricaturato.
“Che c’entra il blu”, pensò, prima di mettere finalmente a fuoco la scena.
Era un immenso telone blu. Simile a quello dei pompieri, ma molto più grande.
Sorretto da almeno trenta persone, recava al centro un’enorme scritta gialla:
“CARLO, NON FARLO”.
Poco lontano, appena messa in salvo e impeccabile nella sua capigliatura bionda da starlette del cinema, Marta sorrideva per la stampa, mostrando le dita a V in segno di vittoria.
Telecamere. Operatori ovunque. E una folla in delirio, pronta ad acclamarla tra scroscianti applausi.
Wooooof. Un cannone abilmente mimetizzato su un balcone del palazzo adiacente sparò in aria una miriade di coriandoli di carta rossi, blu e verdi, piovendo sul pubblico sottostante in un carnevalesco tripudio di colori.
Grandissima Marta! Ci sei riuscita! Carlo non lo ha fatto”, gracchiò in strada una voce confusa amplificata da un megafono.
Che stava succedendo? Era uno scherzo? Intontito e confuso, Carlo si sentì mancare il fiato, finendo sull’asfalto privo di sensi.

“Brava. Questa è veramente brava. Mi sa che vince lei a mani basse, ‘sto giro”, esordì il direttore di produzione e ideatore del programma dalla cabina di regia nascosta nel furgone, rivolgendosi all’assistente.
“Non ha dovuto nemmeno farci sesso per convincerlo. Non l’ha neanche baciato, ti rendi conto? Nessuna penalità. Ha mantenuto il punteggio con cui è partita. OK, dieci punti in meno per quella carezza così melodrammatica, ma non è nulla al confronto di ieri. Quella era sul punto di spolparlo, vero? Eh eh”, rise sguaiato con una laida punta di compiacimento.
“Bravissima”, continuò. “Anche il monologo, che classe. Com’era, com’era? Lui che è un agnello innocente in mezzo ai lupi, lui che è meglio di tutto quello che gli sta intorno. Giù il cappello.
Il pubblico ama queste stronzate. Scommetto che il picco di audience è stato lì. Vedrai, domani”, sottolineò soddisfatto.
“Sicuro”, gli fece eco l’assistente. “Che faccio, vado a recuperare Carlo, dottor Mora?”.
“Sì, per favore”, replicò il direttore. “E mi raccomando con le iniezioni: adesso quella per farlo riprendere, stasera dopo cena quella per resettargli la memoria e reimpiantargli ricordi e volontà suicida. Dio mio, non lo invidio, sai? È vero che fare da cavia volontaria ti regala soldi e fama, ma a furia di bombardargli i neuroni non so cosa gli resterà del cervello a fine stagione. Mancano ancora sette puntate”.
“Tante, eh?”, convenne l’assistente. “E domani si cambia anche location”.
“Sì, andiamo sul difficile. Banchina della metropolitana. E una misteriosa rossa con pelliccia bianca che dovrà convincerlo a non buttarsi. Sono curioso, mi hanno detto che anche questa è brava: viene dal teatro. Roba tosta”.

Immagine“Ah, una cosa, scusa”, proseguì. “Aumentate la dose della prima puntura, quella per risvegliarlo. Sono già due puntate che non riusciamo neanche a intervistarlo, perché sviene prima, ma gli spettatori restano fino in fondo solo se lo vedono cosciente per almeno due minuti dopo la scoperta del trucco. Chi lo dice poi allo sponsor, se il blocco di pubblicità prima dei titoli di coda ha il pubblico dimezzato? A quegli squali non interessa che “Carlo, non farlo” sia il programma di punta della rete”, concluse preoccupato.
“Sì, ha ragione, dottor Mora. Non possiamo permetterci di perdere neanche mezzo punto di share: sarebbe un suicidio”, convenne l’altro.

Il telefono della regia li interruppe. L’assistente rispose al primo squillo . “Sì, dimmi”.
Una maschera di terrore si dipinse sul suo volto, facendolo immediatamente riagganciare.
“Capo, abbiamo un problema. Marta e Carlo non si trovano. Dicono di aver visto lui da una telecamera di sorveglianza mentre correva giù dalla scala sul retro”.
Il direttore di produzione impallidì. “La vita è fatta a scale”, borbottò ricordando le parole di Marta.
“Merda. Era un invito. Lei gli ha dato appuntamento in fondo alle scale. E lui ha capito”.
“Come facciamo adesso?”, frignò l’assistente.
“Ripesca il candidato di riserva. Chiamalo subito, dobbiamo fargli l’iniezione entro due ore.
Digli che domani va in onda lui”.
“Sì, ma non si chiama Carlo”, protestò l’altro timidamente.
“Il titolo del programma è quello. Si chiamerà Carlo anche lui, credimi”.
“E quei due?”.
“Lasciamoli in pace fino a domani, poi inizia a cercarli. Potrebbe perfino farci comodo. Pensaci: la fuga d’amore, la passione che vince sulla morte. Quando li trovi, fa’ in modo di avere l’esclusiva dell’intervista, così li mettiamo nel contenitore per famiglie della domenica pomeriggio. Sarà perfetto”, concluse con un brivido di eccitazione.

Il proprietario di Fear TV trovò il pacchetto sulla sua scrivania tre giorni dopo.
Era stato spedito alla sua attenzione, senza indicazione del mittente.
All’interno, un DVD rivelava un filmato amatoriale agghiacciante: l’esecuzione con un colpo alla tempia dell’ideatore del programma – il dottor Mora – per mano di Carlo e Marta, preceduta da un’appassionata rivendicazione dei due a volto scoperto.
Il comunicato conteneva tutti gli ingredienti del caso: la deriva voyeuristica della televisione moderna, la spettacolarizzazione del dolore in nome dell’audience, la redenzione finale di Marta, la fuga con il ragazzo per sottrarlo a quell’orrore e la necessità di un loro plateale atto di vendetta per smuovere la coscienza collettiva.

ImmagineMarta e Carlo non furono mai ritrovati.
Il contenuto del DVD fu mandato in onda in prime time dall’emittente la sera stessa.
“Il programma di maggior successo della nostra storia”, gongolò estasiato il proprietario della rete visionando i dati d’ascolto.

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ROSSO GELIDO

“Chi sei?”, gridò terrorizzato svegliandosi di soprassalto.
“Dimmi tu chi sono”, replicò serafico quello che sembrava essere un detective, aggiustandosi l’impermeabile color sabbia e il cappello abbinato con la tipica gestualità spaccona di un film noir.
L’ospite indesiderato lo osservava dai piedi del letto, puntandogli contro una P-38 originale che avrebbe fatto la gioia di qualsiasi collezionista.

“Come hai fatto a entrare? Tieni giù la pistola, per l’amor di Dio. Ti do tutti i contanti, puoi anche prenderti gli orologi in cassaforte, ma stai calmo. Chi sei?”, balbettò l’uomo esitante.
“Ancora con questa domanda pretestuosa”, protestò l’altro con aria annoiata prima di riprendere.
“Sono mesi che ti cerco. E dopo tutto questo tempo, secondo te, dovrei accontentarmi di quattro soldi e un orologio? Io sono venuto qui per te”, concluse gettando il mozzicone di sigaretta spento sul parquet.
“E cosa vuoi da me? Io sono uno come tanti, non ho mai fatto del male a nessuno. Ti prego, ti supplico”, piagnucolò l’uomo sul letto.

ImmagineL’investigatore si sistemò nuovamente il bavero, avvicinandosi alla poltrona occupata da un paio di jeans stropicciati. Li infilzò con la canna della pistola, fino a sollevarli a mezz’aria, poi li scaraventò senza riguardo a terra e prese possesso della seduta, accomodandosi a gambe accavallate.
“Dici di non avere mai fatto del male. Piccolo verme presuntuoso. Ti credi un Dio, vero?”, chiese con tono sprezzante.
“Un Dio? No, certo che no”, biascicò l’uomo terrorizzato.
“Non ho nemici, non ho mai rubato, non ho ammazzato nessuno. Vivo da solo, sono un semplice scrittore”, proseguì nella sua improvvisata arringa difensiva.
“Un semplice scrittore, dici. Poverino. E questo sarebbe sufficiente a discolparti?”, lo incalzò l’intruso con tono inquisitorio, accendendosi un’altra sigaretta.
“Beh, ecco, sì. Non ho mai scritto per diffamare qualcuno. I miei sono banali racconti di fantasia. Invento personaggi. Perché dovrei sentirmi in colpa?”, domandò l’uomo.
“Certo, inventi personaggi. Bella forza. Dovrei essere impressionato? Farti un applauso?”, provocò il novello Humphrey Bogart dalla mascella volitiva.
“Per quale motivo crei dei personaggi? Perché avverti questa dirompente necessità di raccontare delle storie? E soprattutto: che effetto pensi abbiano sugli altri le tue parole, una volta messe per iscritto?”, lo aggredì puntandogli la P-38 a mezzo metro di distanza, in corrispondenza esatta della fronte.
“Io… io… non so cosa dire. Credo di avere già queste storie in testa, o forse è meglio dire nello stomaco. È come essere incinto di un’idea, di un’ossessione che senti crescere e mutare dentro di te, finché sei costretto fisiologicamente a tirarla fuori. Insomma, per me è così. Non è un processo creativo: è più un’urgenza, un evento quasi “naturale”.
Ma non capisco: tu chi sei? Che ci fai di notte in casa mia con una pistola?”, concluse l’uomo con un inatteso rigurgito d’amor proprio.

“Resta concentrato sulle domande, per favore. Hai la tendenza a divagare. Come quando ti imponi di finire un capitolo prima di pranzo e ti ritrovi a navigare sui forum delle serie televisive in cerca di sceneggiature da scopiazzare, fino a leggere tonnellate di recensioni inutili e non ricordarti più a quale punto fossi arrivato prima di interromperti”, lo ammonì con fare paternalista.
“Ma come fai … tu come fai a saperlo?”, farfugliò sconsolato.
“Io so tutto, non preoccuparti”, tagliò corto l’uomo con la pistola.
“Ora riformulo la domanda, tu ci pensi su e mi dai la risposta vera, OK? E cerca di essere convincente, o potrebbero balenarmi in testa strane idee. Fai ordine tra i tuoi pensieri.
Sei uno scrittore, no? Sei bravo con l’indice. Io non troppo: rischierei di premerlo contro il grilletto. Dicevamo: perché crei dei personaggi?”.

ImmagineSeduto a gambe incrociate, sotto lo sguardo vigile di uno sconosciuto che minacciava di abbrustolirgli la materia cerebrale, l’uomo chiuse gli occhi e fece un lungo respiro.
“Le condizioni perfette per ragionare con lucidità”, pensò.
“Non so che dire. Per conoscere meglio me stesso?”, sbottò quasi d’istinto.
Il detective si alzò con flemma misurata dirigendosi verso il vassoio accanto al televisore della camera, sul quale faceva bella mostra di sé una bottiglia mezza vuota di Jack Daniel’s.

L’uomo lo seguì con lo sguardo, in attesa di una reazione che tardava ad arrivare, incrementando esponenzialmente la sua sensazione di disagio.
“Ti spiace se mi verso un goccetto, nel frattempo?”, disse girandosi di spalle.
“Bravo”, continuò senza attendere un cenno d’assenso. “Sono d’accordo con te”.

“Sai perché ci piacciono le storie? Sai perché, quando leggiamo, ci immedesimiamo nei protagonisti, calandoci tra le pagine come guerrieri in trincea?
Semplice: perché combattiamo la battaglia al loro fianco. Ci specchiamo nei loro pregi e difetti e ci illudiamo di migliorare noi stessi, inscenandoli. I più fortunati come te, poi, sanno scrivere la propria storia. Se ci pensi bene, tutti scrivono qualcosa ogni santo giorno. Pochissimi, però, hanno il privilegio di farsi chiamare scrittori. E bada bene, devono essere gli altri a definirti in quel modo: l’auto-investitura è inopportuna”.
“Quelli come te si inventano un personaggio per avventurarsi nei meandri della propria coscienza. Non possono intrufolarsi personalmente nello scantinato dei loro appartamenti, ma hanno fantasia a sufficienza per delegare il lavoro sporco a un piccolo scagnozzo fidato, che possa adempiere il compito al meglio”.
“Attenzione, la casistica dei protagonisti è varia: ti può capitare di tutto”, proseguì l’ospite accasciandosi nuovamente sulla poltrona, con il bicchiere in una mano e la pistola sempre puntata nell’altra.
“Puoi creare una replica a tua immagine e somiglianza, un malefico mini-me che conosce la strada per la porta della tua anima e riesce a passare per il buco della serratura; puoi costruire il modello di uomo virtuale che insegui e mai potrai essere, un avatar wanna-be con meno kg addosso e più neuroni; oppure puoi metterti in casa il nemico perfetto, l’antagonista definitivo, il Salieri che con le sue antitesi smaschera tutte le palle di Mozart”.
“E come tu li hai creati, indifferente deus ex machina che macina trame, puoi anche disporre di loro e disfartene, se pensi possa essere funzionale alla tua narrazione. Lo fai senza pensarci, con un colpo di spugna difettata che non assorbe neppure un goccio dei tuoi sensi di colpa”, sentenziò l’intruso lapidario.

Incapace di articolare una sillaba, l’uomo non osò controbattere al flusso torrenziale di quei ragionamenti.
“Già. E qui torniamo all’altra domanda. Assodato che crei storie per conoscere meglio te stesso, ti sei mai domandato l’effetto che hanno le tue parole?’”, chiese con tono pacato.
L’uomo deglutì fissando una stampa sulla parete della camera. Ritraeva la vetrina di un vecchio negozio di generi alimentari nella New York degli anni ’50, con la scritta “Sale” in bell’evidenza. Non sapeva perché, ma si trovò a pensare al doppio senso della parola in italiano e inglese, che in quel curioso caso specifico finiva per confluire in un unico significato, trattandosi di una “vendita” dove il sale era tra i prodotti della bottega.

Immagine“Beh, anche le stesse parole possono avere significati molto diversi, no?”, improvvisò per guadagnare biecamente qualche secondo.
“L’effetto dipende da chi legge. Da come quelle parole sono interpretate”, concluse con un filo di voce.
“Sono impressionato, sai? Bravo. Ti avevo sottovalutato”, fu il responso accolto con sollievo.
“Giusto. Le parole, una volta scritte, si ribellano. Escono sbattendo la porta, assumono una vita propria. Dal preciso istante in cui le vedi prendere forma, non ti appartengono più.
Sono delle ragazzine tiranniche, delle adolescenti – meglio, Adolfescenti – nazi che ti sfuggono, convinte della propria superiorità razziale.
E superiori agli uomini, se ci pensi, lo sono sul serio: come un liquido camaleontico, le parole assumono a loro piacimento la forma di chi le contiene. Eppure non scorrono come acquetta fresca: mantengono una consistenza solida, granitica, che una volta scritte le consegna a una lapide di marmo.
Le parole contano. Sì, contano morti e feriti. Seducono, ammaliano, turlupinano. Le parole sono intortanti. Insomma, non voglio annoiarti: hai pur sempre una pistola puntata in fronte. Le parole prendono vita. Giusto?”.
“Giusto”, ripeté l’uomo quasi meccanicamente in risposta al sermone.
“Prendono vita”, ricominciò il detective. “E come si diceva prima, prendono anche morte, se riesci a riacciuffarle e riappropriartene. Non trovi, però, sia un colossale atto di presunzione spezzare la vita di creature che saprebbero ormai cavarsela da sole? Non pensi sarebbe meglio concedere il libero arbitrio e lasciar loro decidere che fare della propria esistenza?”, sputò fuori tutto d’un fiato.
Un brivido di terrore gli drizzò la schiena.
“Ti prego, non voglio farti innervosire, ma non ho ancora capito nulla. Cosa vuoi?”, supplicò.
“Cosa voglio?”, urlò sporgendosi verso di lui. “Voglio lei. Lei è quella che dà un senso a tutto questo, quella che mi fa risvegliare sereno la mattina e addormentare sereno ogni notte.
Lei è la mia alba e la mia ninna nanna”, rispose trattenendo un groppone in gola, mentre si aggiustava il cappello con la canna della P-38.

L’uomo raggelò.  << Lei è la mia alba e la mia ninna nanna>>.
Quell’ultima frase e quel gesto gli erano decisamente familiari.
Appartenevano di diritto all’ispettore Russell, l’eroe dell’omonima saga di sette libri cui doveva il suo successo editoriale.
“Tu sei … Tu non puoi essere lui, vero? Tu sei un fan dei miei libri. Ti vesti come Russell e parli come lui, giusto?”, incespicò titubante.
“Non sono un tuo fan, credimi. Lo ero un tempo, forse: il primo libro non era male, sebbene la descrizione del mio personaggio fosse ancora troppo ingenua. D’altra parte, è quello che ti ha regalato la fama. E non mi sognerei mai di contestare il tuo pubblico.
I migliori sono il secondo e il terzo, sai? Lì mi hai dato spessore, rotondità, profondità.
È in quel periodo che mi hai ufficialmente dato vita. Pessimo il quarto, invece: si capiva che l’hai scritto controvoglia, solo per rispettare le scadenze della casa editrice. Mi hai fatto sembrare stereotipato, vanesio, concentrato sulle mie inutili conquiste da una notte e non sulla risoluzione del caso.
Io non sono così. Ti ho odiato, sai, fino al quinto libro, quando hai avuto la brillante idea di farmi conoscere Catherine. Ed è lì che è cambiato tutto”, disse alzandosi di scatto per versarsi un secondo bicchiere.

ImmagineOsservando quello sconosciuto muoversi con naturalezza nella sua camera da letto, frugando senza convenevoli tra le bottiglie e i segreti meglio riposti dei suoi cassetti, l’uomo impallidì attonito.
“Ti senti violato, vero? Essere messi a nudo da un personaggio che tu stesso hai inventato non capita tutti i giorni, lo ammetto. Tu però mi hai creato per questo, inconsciamente. Non sapendo fare autocritica, hai dovuto partorire un personaggio in grado di ribellarsi al suo autore. E ti è andata bene fino a oggi. Queste pagliacciate non sono nella mia indole. Ti ho lasciato in pace per sette libri e speravo di non dovermi mai abbassare a tanto.
Ma non potevo. Tu l’hai uccisa. Hai ucciso Catherine. Tu mi hai regalato l’unico barlume di luce della mia vita per lo spazio di due libri, poi me l’hai strappata via, ricacciandomi in una stanza buia ad affogare la disperazione nel bourbon. Capisci?”, sbraitò Russell infuriato.
“Ma io … dovevo. Non volevo farti soffrire”, provò a giustificarsi lo scrittore, arrendendosi definitivamente all’idea di sostenere quella conversazione.
“Avevo bisogno di un colpo di scena per il finale. E Russell è sempre stato un cane sciolto, lo sai. Non si era mai innamorato prima. Pensavo sarebbe stato più coerente per il suo personaggio tornare da solo, dopo quella parentesi”.

“Parentesi”, inveì Russell. “Parentesi, la chiami. Dissemini dolore e morte così, con la stessa serenità con cui metti un punto e virgola. Catherine era un punto, hai capito? Un punto fermo. La mia possibilità di ripartire. Ma tu non volevi darmi una chance: non avresti tollerato la mia felicità. La tua Nicole ti ha lasciato, ricordi? Ti ha accusato di essere cambiato da quando hai avuto successo. E aveva ragione. Ma non hai fatto nulla per trattenerla. Era tua e l’hai lasciata andare. Non potevi permettere che il mio amore ti ricordasse ogni mattina il tuo fallimento. Meglio far partecipare Catherine a una sparatoria ed eliminarla, con relativo buco della sceneggiatura di cui non ti sei neppure accorto. Lei detestava le armi, ricordi?
A pagina 31 del quinto libro mi aveva detto:
<<Non potrei mai toccare una di quelle. Sono fredde, gelide. Mi ricordano la gente>>.
O me lo sto sognando?”.

Immagine“Ehi, vacci piano, quella non è un’incoerenza: fa parte dell’evoluzione del personaggio. Catherine, rimanendoti accanto, era diventata più coraggiosa e cinica. Aveva imparato a considerare il rischio come parte della sua vita. E aveva accettato l’idea di sparare per sopravvivere”, si difese l’uomo.
“Una ballerina classica che si trasforma in Nikita, certo. Credibile, non c’è che dire. Complimenti. Adesso che sono tornato l’archetipo dell’investigatore tenebroso e infelice, peggio di Dylan Dog sotto psicofarmaci, sarai soddisfatto.
Senti, abbiamo davvero parlato troppo. Io sono venuto qui per farti scrivere, non blaterare”.

“Scrivere? E cosa dovrei scrivere?”, domandò conoscendo già la risposta.
“Scrivere qualcosa che la faccia tornare. Mi hai lasciato accanto a lei in una pozza di sangue, al termine di una di quelle scene-madri dal finale aperto che tanto piacciono ai tuoi lettori.
Devi trovare un modo per tenerla in vita. Una corsa all’ospedale, l’estrazione della pallottola fatta con le mie mani, un fulmine miracoloso dal cielo: vedi tu. Non mi interessa cosa ti inventerai, tanto i tuoi lettori riescono a perdonarti qualsiasi stronzata”, insinuò velenoso.
“Grazie della stima”, vomitò con quel poco di orgoglio rimasto prima di azzittirsi.
“D’accordo, scriverò: stai calmo”, disse afferrando e accendendo il portatile sul comodino.
“Forza, comincia”, intimò Russell.
“Capitolo uno”, accennò lo scrittore prendendo tempo.
“Come posso farmi venire in mente un incipit qui su due piedi, con una pistola puntata contro?”, strillò.
“Qualcosa verrà”, lo rassicurò Russell.

Il ticchettio della tastiera sopraggiunse dopo un minuto abbondante a spezzare l’imbarazzo tra i due.

<<Rosso gelido. La macchia attorno al foro del proiettile sullo stomaco di Catherine incarnava il paradosso di un colore vivido e insieme raggelante. A Russell non restava che agire in fretta. Doveva mantenere il sangue freddo>>.

sangue2“Eh, che dici? Può andare?”, domandò speranzoso come uno scolaretto alla consegna del tema di italiano.
“Puoi fare di meglio, ma non ci metto becco. È il tuo inizio. Tutti i libri partono dalle prime lettere. È meglio non sprecare subito quelle d’amore”, fu la replica.
“Non hai paura che io possa uccidere anche te?”, rilanciò spavaldo, approfittando dell’insperato calo di tensione.
“Non ti conviene”, ribatté Russell riprendendo il pieno controllo della pistola.
“Sono la ragione del tuo successo. Sono tutto quello che hai. Non penso tu sia pronto a far fuori te stesso. Non ancora, perlomeno”, affermò solenne.

“Ora fai quello che ti ho chiesto. Attieniti al protocollo. Devi solo far tornare Catherine.
Il resto delle parole arriverà da sé, comprese quelle per riprenderti Nicole. Prenderanno vita e ti daranno qualche dritta sulla tua”, lo spronò.
“Prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta. Considerami la tua ostetrica con la P-38, che ti accompagnerà nel travaglio e nella gestazione di un viaggio mentale. Che il tuo parto abbia inizio”, disse appoggiando delicatamente la canna della pistola contro la sua tempia.

“E adesso scrivi”.

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CAPO DANNO

“Allora, pronti per il conto alla rovescia?”.
Il suo amico Edo non poteva che confermarsi il gran cerimoniere di ogni Capodanno degno di tale nome.

Angelo corse obbediente in cucina a munirsi di cavatappi, rischiando di inciampare nella navicella spaziale di Jacopo, figlio di Edo, totalmente concentrato nella sua meritoria opera di salvataggio dei terrestri da un’orda spettrale di morti viventi.
“Buffo”, pensò armeggiando tra i pensili. “Il Capodanno è una sorta di apocalisse zombie in miniatura. Ci sono i cadaveri dei ricordi dell’anno che vagano senza meta, cercando di aggredirci e rimanere attaccati a noi. A mezzanotte, il pericolo è scongiurato: stappiamo una bottiglia e li colpiamo in testa per lasciarceli definitivamente alle spalle.
Bum. Un danno al capo ed è Capo-danno. La fine che suggella un altro inizio, dal sapore di Epifania e rinascita. Per questo, in quei secondi che precedono il Big Bang, vogliamo attorno a noi le persone più importanti: è un’attesa che nel suo piccolo sa di fine del mondo”.

Immagine“D’accordo, fine delle farneticazioni”, si autocensurò. “Di là mi aspettano”.

“Dai, tutti col bicchiere”, incitò Ilaria appena lo vide riemergere dal suo straniante soliloquio. “Edo, metti su RaiUno. Togli pure il volume, che tra poco parte il solito trenino cretino con Charlie Brown e I Will Survive, ma almeno ci sincronizziamo”, suggerì perentoria.
Angelo e Ilaria erano ciò che molti, a corto di espressioni sufficientemente originali, amavano definire “la coppia perfetta”: insieme da quasi due anni, si guardavano ancora con gli stessi occhi da pesce lesso di quando si erano conosciuti a una piccantissima cena indiana tra amici.
Dehli Gourmet era l’inqualificabile nome del ristorante e dehliziosa la serata nella quale, disposti dai dadi della sorte provvidenzialmente uno davanti all’altra, si scoprirono quasi inconsapevolmente affini. L’affine di una vita. E l’inizio di un’altra, come logica e inevitabile conseguenza.

Porse delicatamente la prima flûte a lei carezzandola, poi via via a tutti gli altri.
Dieci persone in tutto, dieci calici beneauguranti da alzare al cielo auspicando ogni anno tanta felicità, per poi puntualmente ritrovarsi 365 giorni dopo a dire “Che sia davvero un buon anno: peggiore di questo non potrà essere”, pensò amaramente.
“Fiato alle trombette!”. Il conteggio ebbe inizio in un tripudio di risolini e deprimenti lingue di Menelicche.
Angelo rivolse l’ultimo sguardo frettoloso dell’anno ai commensali, con la bottiglia saldamente fra le mani e la coda dell’occhio sull’insulso programma in TV per la sicurezza di rilasciare il botto spaccando il millisecondo con precisione elvetica.
“Botti, botti: sempre stato contro i petardi e a favore del vino. Meglio le botti di fine anno, non c’è storia”, fu l’ultima profonda riflessione prima del momento clou.

Immagine“Tre, due, uno”. Bum.
Angelo strizzò istintivamente gli occhi per proteggersi dall’esplosione del tappo.
Quando li riaprì, pronto a riscuotere il primo meritato bacio dell’anno, un urlo gli si strozzò in gola.
Lo schermo della TV indicava ancora un minuto alla mezzanotte, mentre Ilaria e gli amici gli intimavano di sbrigarsi con lo champagne.
Non ebbe il tempo di comprendere subito ciò che stava accadendo, ma provò un’immediata sensazione di déjà vu. La casa era la stessa, come gli invitati, ma i bicchieri in tavola erano diventati otto. Mancavano Elisa e Marco.
Anche i vestiti degli amici gli sembravano diversi, ora che iniziava a prestare maggiore attenzione ai dettagli.
Perfino Ilaria non era fasciata nel delizioso tubino nero con cui l’aveva lasciata, ma gli sorrideva da un elegantissimo tailleur rosso identico a quello indossato l’anno prima.
“La festa dell’anno scorso!”, sbottò ad alta voce ancora incredulo.
“L’anno scorso cosa, Angelo?”, chiese Edo. “L’anno scorso sta finendo, cretino. E se non ti sbrighi, non riusciamo neanche a brindare in tempo”.

“Tre. Due. Uno”. Bum. Altro botto, altro giro, altra corsa.
Questa volta fu Valerio, ex compagno di classe, a dargli la scossa al risveglio.
“Dai, coglione, stappa che poi si va in piazza a fare un po’ di casino”.
Quadrava tutto alla perfezione. Il capodanno di due anni prima, un Angelo ben diverso da oggi, appena mollato da Sara, aveva trovato conforto nella compagnia ruvida ma genuina dei suoi vecchi compagni di liceo. Come ogni reduce di una guerra d’amore finita schiantandosi al suolo, si era ritrovato ad acconsentire di malavoglia alla prospettiva di una cena, per il semplice terrore di dover baciare una lattina di birra tra le lacrime chiedendosi con chi si stesse divertendo “lei” a mezzanotte.
Ilaria, destinata a incrociare il suo cammino di lì a poche settimane, faceva ancora parte di un ignoto universo parallelo dove le cose rette e giuste non possono intersecarsi. Ed è molto più saggio prendersi una storta.

Pochi secondi e una nuova fine del mondo si ripresentò puntuale, mettendo lo zampone in quel cumulo di avanzi di cui era fatta all’epoca la tavola piatta delle sue giornate.
“Tre. Due. Uno”. Bum. Tre, quattro, cinque, sei anni prima e così via: la parata dei Capodanni passati gli sfilò davanti a ritroso sessanta secondi alla volta, risvegliando ricordi di festa sepolti nella memoria.

Angelo si trovò a rivivere l’ultimo minuto di tutti i suoi anni: istantanee di gioia riportate alla luce per farsi nuovamente oscurare allo scoccare della mezzanotte seguente, cene di un’esistenza da Cenerentola che per un minuto si sente principessa, frammenti di ricordi effimeri che vengono alla luce prematuri e crescerebbero da brutti sogni, se soltanto fossero rimessi in quella subdola macchina incubatrice che è la vita vera.

ImmagineRivide tutti: Sara, i vecchi amici persi per strada, la notte in ospedale al capezzale della nonna, fino a Giulia, la sua primissima ragazza del liceo, per chiudere in bellezza con i genitori, che lo abbracciavano festanti nell’ultimo San Silvestro trascorso con loro quindici anni prima.
“Tranquilla, mamma, ce la faccio: tu continua a ballare”.

Angelo, stordito e frastornato al quindicesimo brindisi stappato e non consumato, cercò di isolarsi mentalmente, ignorando il frastuono dei tavoli accanto.
La sua trascendente meditazione, inopportuna nel clima casereccio e goliardico della sala, fu interrotta dal ticchettio sulla spalla di un elegante cameriere impomatato.
I guanti bianchi con i quali lo stava tormentando facevano da contrasto innaturale all’ambientazione kitsch e pacchiana di quel ristorante di quart’ordine, condannato a farsi sostituire dieci anni dopo da un’immonda sala slot.

“Può anche invertire, signore. Dipende da lei”, gli sussurrò.
“Invertire cosa?”, domandò Angelo approfittando della temporanea assenza dei genitori, trascinati a forza in un terrificante trenino disco-samba prima dell’ultimo giro d’orologio.
“Invertire l’ordine. Uno. Due. Tre. Come mandare il nastro avanti, no?”, rispose il cameriere strizzando l’occhiolino con un improbabile cenno di intesa.

ImmagineI suoi gli furono addosso. “Sveglia, dai, mancano dieci secondi”.
Si preparò al cin cin immobile, assumendo la posizione di un ninja armato di Prosecco e pronto a saltare avanti e indietro nel tempo a sua totale discrezione.

“Cinque. Quattro”.
“Uno. Due. Tre”, gridò, ritrovando ad accoglierlo le braccia e gli occhi verde smeraldo della futura fidanzatina Giulia. Gli appariva tutto inconcepibile, ma lo stratagemma aveva funzionato: era nuovamente l’anno dopo.

Fu l’inizio di un fulminante susseguirsi di quindici fast forward, un quarto d’ora di celerità che lo riportò sulla stessa giostra invertendo il senso di marcia del carosello.
Come nella scena di un vecchio film, vista due volte per coglierne le sfumature e i dettagli delle inquadrature, Angelo riassaporò il retrogusto di ogni bicchiere di gesti e parole, attribuendo il giusto peso ai compagni di bevute alla luce di ciò che sapeva sarebbe accaduto in seguito.

Di ritorno alla base, nella sala da pranzo di Edo da cui tutto era inspiegabilmente iniziato, Angelo si ritrovò a specchiarsi negli occhi di Ilaria, impegnata in una penosa coreografia di YMCA con la moglie di Edo.
Il sorriso luccicante che accompagnava i precari passi di danza della compagna fu la risposta migliore al suo timido desiderio di dare una sbirciatina al futuro. Perché rischiare di vedere quella scena sgretolarsi, perché rovinare quella fragilità così “stabile” su cui si fondava il suo meritato equilibrio?
Al countdown finale, Angelo optò per la soluzione più vile e al contempo più coraggiosa: il silenzio assoluto.
“Tre. Due. Uno”, scandirono gli amici in coro con voce roboante, mentre Angelo attendeva l’esito della sua scelta con occhi e labbra sigillati in una smorfia grottesca.

“Yeeeeeee”. “Che fai, con quella faccia da cretino? Hai paura dei botti?”, si mise a sfottere Edo.
“Auguri, amore”, disse Ilaria appioppandogli i segni del rossetto sulle labbra.
“Auguri”, fece lui ancora inebetito, in una sorta di preview inconscia della sbornia in cui si sarebbe ora scientificamente rifugiato per celebrare il suo ritorno.

“Jacopo, che fine hanno fatto gli zombie?”, chiese Angelo al piccolo esploratore spaziale.
“Sono tutti morti”, gli rispose il bimbo con il tono distaccato di un killer professionista.
“La nave spaziale ha caricato tutti i viveri e i sopravvissuti e ha sganciato la bomba atomica sulla Terra. Non possono più tornare indietro, perché l’aria ormai è infetta dal virus: adesso devono trovare un nuovo pianeta e fermarsi lì. Ma sono contenti, perché dicono che sarà un pianeta migliore”, concluse con il piglio retorico di chi è condannato a recitare il suo ruolo di eroe intergalattico.
“Sarà un pianeta migliore, sì”, lo rassicurò Angelo.
“Anche il prossimo sarà un anno migliore”, pensò ritornando alle sue sgangherate astrazioni.

Immagine“Il Capodanno è un’apocalisse zombie. E i ricordi di quest’anno sono andati, distrutti dal tappo nucleare. Ora siamo qui, confidando di sbarcare su un anno più pulito, sereno, felice.
Non c’è più nessun posto sicuro, però. E ogni anno ci ritroveremo qui a sbaraccare ed emigrare altrove, festeggiando l’unica cosa per cui ha senso brindare con le persone che vogliamo accanto a noi: avere sconfitto un’altra volta la fine del mondo”.

“Auguri, Angelo”, lo interruppe Edo invitandolo al brindisi.
“Il Capodanno non è una questione di auguri: è la festa della sopravvivenza”, mormorò Angelo tra sé e sé.
Edo rimase impietrito con il bicchiere sospeso in aria, a salutare idealmente l’astronave lassù, ormai fuori dall’atmosfera terrestre.
“Cosa fai lì impalato?”, si riprese Angelo. “Sembri uno zombie”.

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L’EREDITÀ

Scratch. Scratch.
Il fruscio sommesso della lama d’acciaio del tagliacarte echeggiava come un boato nel silenzio immobile dello studio, sovrastando il clic intermittente delle lucine che addobbavano il bianco alberello di Natale dietro l’imponente scrivania.
Il notaio De Santis aveva appena rimosso il sigillo di ceralacca e si accingeva a completare l’operazione che avrebbe rivelato il contenuto della busta.

Immagine“Vedrai che quel bastardo avrà sicuramente trovato un modo per lasciarci il meno possibile”, insinuò con voce melliflua la dottoressa Isabella Risi in Archibugi.
“A me va bene tutto, purché non tiri fuori uno dei suoi giochetti anche da morto”, replicò Leonardo Archibugi, marito attempato ed ex avvocato ormai in disgrazia e in pensione.
“Signori, sono costretto a chiedervi di interrompere le vostre conversazioni. Un attimo di attenzione, per cortesia”, annunciò con compiaciuta teatralità il notaio, assaporando come sempre gli capitava in quei momenti la sensazione di potere tipica dell’officiante di una cerimonia.
“Siamo qui riuniti per rendere note alla famiglia ed esecutive a tutti gli effetti le ultime volontà del defunto conte Ulderico Conti, venuto a mancare all’affetto dei suoi cari solo pochi giorni fa – in data diciannove dicembre – presso la sua residenza estiva.
In qualità di pubblico ufficiale, sono stato incaricato dal conte Conti di svelare agli eredi il contenuto del testamento olografo depositato presso questo studio in ossequio all’art. 602 del Codice Civile una settimana prima della sua scomparsa, quando la malattia che lo stava affliggendo si trovava ormai sfortunatamente in fase di avanzato decorso.
Il conte, come saprete, non si è mai unito in matrimonio, dichiarandosi anzi più volte contrario per principio a tale istituto. In assenza di eredi legittimari quali coniuge o figli, cui sarebbe spettata per legge una quota del patrimonio, farà dunque esclusivamente fede quanto riportato su tale documento”.
“E muoviti, parruccone: lo sappiamo tutti che il vecchiaccio ricco è morto, su. Dai, che è la vigilia di Natale”, bisbigliò velenoso alla madre con un filo di voce Lorenzo Astolfi, lontano cugino del de cuius.

Il notaio De Santis, sopraffatto dalla trance agonistica del momento, non fece caso al brusio in sala e proseguì il rituale senza battere ciglio:
“Presenziano in questa sede gli eredi testamentari espressamente invitati dal conte a partecipare, nelle persone di:
-          Leonardo Archibugi, nipote del defunto, con la moglie Isabella Risi in Archibugi;
-          Alessandro D’Este, cugino;
-          Irma Malatesta, pronipote;
-          Lorenzo Astolfi, cugino del defunto, con la madre Donatella Della Scala;
-          Chiara Segni, vicina di casa, con la figlia Vera.

“Ecco, vorrei capire perché quel pazzo ha fatto venire anche la vicina, per giunta con la bambina, che avrà sì e no nove anni”, sussurrò con la mano davanti alla bocca Irma cercando il consenso di Alessandro, come sempre pronto ad annuire accodandosi all’ultimo parere espresso.

Immagine“Il conte Conti era come sapete un uomo eccentrico, fuori dagli schemi.
Fin troppo facile, quindi, dedurre che anche per rivelare le sue ultime volontà avrebbe scelto metodi, diciamo, non convenzionali”, declamò pomposamente il notaio.
Un flebile borbottio crepitante si alimentò tra il pubblico, sfociando di lì a poco in un vocio sdegnato e indistinto.
“Non vorrà dire …”. “Non ci posso credere!”. “Lo sapevo: uno dei suoi indovinelli. Anche oggi!”.

“Signori, per cortesia. Ancora qualche minuto della vostra attenzione”, implorò il De Santis nell’inedito ruolo di maestrina dalla penna rossa.
Il ruggito delle belve feroci che manifestavano indignazione di fronte alla prospettiva di saltare il pasto tanto atteso si spense di colpo.
Soltanto il lontano rumore di un trapano, proveniente dall’appartamento sottostante, rimbombava impietoso turbando la calma ovattata e carica di aspettative mal riposte.
“Grazie. Certificata l’apertura del sigillo di fronte ai qui presenti testimoni e anticipatevi le intenzioni del conte, da questo momento in poi lascio direttamente la parola alla buonanima e mi accingo a riportare alla lettera il contenuto della busta”, proseguì il notaio con il suo collaudato copione, aggiungendo in coda due subdoli colpetti di tosse pianificati a tavolino per dare maggiore enfasi al proclama e innervosire ulteriormente lo stormo di avvoltoi seduti in semicerchio davanti a lui.

“Io sottoscritto Conte Ulderico Conti, nato a Milano il 6/6/36, in previsione della mia morte e per il tempo in cui avrò cessato di vivere, dispongo che i beni parte del mio patrimonio siano ripartiti in parti uguali tra tutti i presenti che sapranno rispondere correttamente a una domanda”.
Eccitazione, rabbia e curiosità si fusero sui volti stupefatti dei parenti, senza per questo intaccare l’impeccabile eloquio del notaio:
“Conoscete tutti la mia passione per la filosofia e l’enigmistica, uniche stampelle in grado di sorreggermi in questi lunghi anni nella comprensione del mio cammino. Ebbene, non potevo esimermi neppure in questa sede dal mettere alla prova le vostre pigre cellule grigie.
ImmagineLa domanda rivolta a tutti è la seguente: nel successivo capoverso del testamento, darò disposizioni al notaio De Santis affinché provveda a cedere la totalità del mio patrimonio in beneficenza?
Solo chi risponderà correttamente al quesito potrà spartirsi la quota parte dei beni in mio possesso. Chi darà la risposta sbagliata non avrà invece alcun diritto all’eredità.
Prego il notaio di interrompere la lettura e raccogliere le risposte entro cinque minuti”.

De Santis rimase per qualche istante interdetto con il foglio tra le mani, indeciso sul da farsi, poi reclinò istintivamente la testa verso destra, guardando il massiccio orologio da muro regalo di suo nonno fino a recuperare il pieno controllo della situazione.
Un ultimo colpo di tosse giunse a squarciare l’imbarazzo muto degli eredi, immobili in una variegata gamma di ottuse espressioni di stupore: “Sono le 15:32. Come disposto dal conte, vi do cinque minuti di tempo per discuterne tra di voi, dopo di che prenderò nota delle risposte con un giro di tavolo”.

Fu il segnale di via libera a un’indegna gazzarra: pochi secondi ed erano già tutti in piedi, sbraitando teorie e sovrapponendosi indecorosamente senza un filo conduttore.
Il caos fu interrotto da Lorenzo Astolfi, occhialuto ingegnere abituato a mettere ordine, nei discorsi come nella vita
“Zitti tutti!”, ordinò perentorio.
“Ragioniamo. Il vecchio ci vuole sicuramente prendere tutti in giro. Valutiamo tutte le varie opzioni razionalmente. Cominciamo con calma. Dunque, se diciamo che non farà beneficenza e lui non la farà, avremo ragione noi e lui dovrà mantenere la promessa di sganciare”.
“Mmm. Troppo banale, conoscendolo. Non rischierebbe mai di perdere così facilmente”, suggerì l’astuta Irma, abituata grazie al suo posto di assicuratrice a riconoscere i germi della malafede.
“Esatto”, proseguì l’Astolfi. “Sono d’accordo. Continuiamo. Ipotesi due. Se dicessimo che non farà beneficenza e lui invece dovesse farla, avremmo sbagliato. In questo caso, vincerebbe il banco senza difficoltà. Lui cede il malloppo ad altri e non ci lascia nulla, non solo per l’atto di beneficenza in sé, ma anche perché non abbiamo dato la risposta corretta”.
“Sì, ma non ci vedo niente di strano. Il vecchio era appassionato di tranelli e giochetti vari, mentre per ora fila tutto liscio”, ribatté nuovamente Irma.
“Giusto”, intervenne l’avvocato Archibugi, esperto di grane legali e cavilli insolubili.

“Pensiamo agli altri due casi. Cosa succede se invece dichiariamo che farà beneficenza?”
A gelare i sogni di gloria dei parenti fu Alessandro D’Este, studente universitario e giovane rampante della Milano bene che non si era ancora intromesso nel dibattito.
“Un attimo. Se il vecchio dà tutto in beneficenza e noi ora indoviniamo, avremmo diritto tutti all’eredità, ma servirebbe a ben poco: il testamento avrebbe disposto l’esatto contrario. Darebbe tutto a un ente benefico e non potrebbe mantenere la promessa di lasciarci i suoi beni in caso di risposta corretta. È come se l’eredità fosse nostra per diritto, ma ci sparisse sotto il naso, capite?”.
“Schifoso bastardo”, si lasciò sfuggire velenosa la Risi in Archibugi, tradendo tutto il suo disprezzo.
“E non solo”, si accodò l’Astolfi. “Riflettete. Ultima ipotesi. Se rispondessimo che darà tutto in beneficenza e lui invece decidesse di non farlo, renderebbe falsa la nostra risposta. E lui ha detto che lascerà a bocca asciutta chi non indovina. Darci qualcosa vorrebbe dire anche in questo caso infrangere la sua promessa. Qui è come se l’eredità fosse a nostra completa disposizione, ma noi sbagliando la risposta non avessimo alcun diritto a riscuoterla”.

“Casomai, io la vedo al contrario”, proruppe Donatella, madre di Lorenzo.
“Noi diciamo che farà beneficenza e lui lo fa? Beh, se lui ha promesso di lasciare i suoi beni a chi risponderà correttamente all’indovinello, a quel punto sarà costretto per legge a farlo, anche se in realtà ha detto il contrario”.
“Certo, mamma”, fece l’Astolfi, “e chi stabilisce quale dei due punti di vista prevale? La volontà espressa di dare tutto in beneficenza o quella di dare tutto a chi ha indovinato che l’avrebbe fatto?”.
“Oh mio Dio, non ci capisco più nulla”, confessò la Risi in Archibugi, sprofondando sul divanetto dello studio in preda a un finto malore.
Fu l’inizio di una nuova bagarre, persino più incontrollabile della precedente.
Pugni sul tavolo, strepiti, frecce di veleno, scossoni e fazzoletti estratti per fare aria alla moribonda immaginaria si susseguivano senza una logica mentre le pesanti lancette dell’orologio avanzavano inesorabili. Mancavano due minuti alle 15:37.

“Il paradosso del mentitore!”.  Gli sguardi interrogativi dei contendenti si spostarono in un lampo sul candido sorriso di Vera, la bimba figlia della vicina di casa che fino a quel momento si era goduta in silenzio quel triste spettacolo di avidità umana.
“Cosa dici, Vera?”, provò a tamponare la timidissima madre, quasi implorando con lo sguardo l’indulgente perdono degli adulti.
“Sì, cosa vuoi dire, Vera?”, insinuò subdolo Leonardo, nel dubbio che la bambina potesse sapere più di quanto la sua innocenza lasciasse intendere.
“L’indovinello. Il paradosso del mentitore”, ripeté la piccola scandendo le parole con voce adamantina. “Quando lo zio Rico era vivo, io stavo sempre a casa sua mentre la mamma faceva l’infermiera al turno di notte in ospedale. Giocavamo, leggevamo tanti dei suoi libri.
Ogni sera mi faceva un indovinello e stavamo alzati finché non gli davo la risposta giusta. Questo è come il paradosso di Epimenide, quel cretese che diceva: i cretesi sono bugiardi”.

ImmagineLa piccola aveva la piena attenzione di tutto lo studio e seguitò il ragionamento con lo stesso orgoglio con cui avrebbe recitato di lì a poche ore le poesie di Natale a cena dalla nonna.
“Se la frase fosse vera, allora anche Epimenide che è cretese sarebbe un bugiardo e la sua frase non potrebbe essere vera. Se fosse falsa, invece, lui che è cretese sarebbe sincero. Quindi anche la sua frase “i cretesi sono bugiardi” dovrebbe essere vera. Insomma, se diciamo che è vera risulta falsa e viceversa. Lo zio si divertiva un sacco.  Mi aveva anche raccontato un altro indovinello simile, quello del dilemma del coccodrillo. Diceva che era un’altra formulazione del paradosso”.
“Il coccodrillo?”, fecero quasi tutti i parenti in un surreale coretto all’unisono.
“Sì, il coccodrillo che rapisce un bambino e promette di restituirlo alla mamma se lei indovinerà cosa farà. Lei dice “tu lo mangerai” e il coccodrillo non sa che fare.
Se lo mangia, lei avrà ragione e lui dovrebbe mantenere la promessa di restituirglielo, ma non può perché l’ha mangiato.
Se glielo restituisce, renderà falsa l’affermazione della madre. E non potrà mantenere la promessa di divorarlo nel caso lei avesse dato la risposta sbagliata”.
“E qual è la risposta giusta? Come si risolve il paradosso?”, chiese la Risi in Archibugi con aria disgustata.
“Non si può. Il coccodrillo non può mantenere le sue promesse. Non c’è soluzione”, concluse serafica Vera mostrando ben in vista le finestre tra i dentini da latte.

“Signori, scusate l’interruzione, ma sono le 15:37. Sono costretto a chiedere a ognuno di voi la risposta al quesito del conte”.
“Ha davvero senso, tutto questo? Si tratta di una trappola, no? Qualunque sia la risposta, faremo il suo gioco”, esplose livido di rabbia il D’Este.
“Beh, non proprio”, rintuzzò l’Astolfi. “Se diciamo che non farà beneficenza, avremo una risposta secca, no? Lo abbiamo visto prima. Se non la fa, azzecchiamo e prendiamo tutto, altrimenti sbagliamo e non prendiamo niente, ma almeno non ci scartavetriamo il cervello a furia di rompicapi”.
“Troppo furbo”, disse Irma scuotendo la testa. “Ripeto, è troppo furbo. Lui voleva giocare con noi, quindi avrà fatto beneficenza. E basta. Così se noi diciamo che non la farà, avrà vinto e ottenuto il suo scopo, in caso contrario scatterà il meccanismo del paradosso”.
“Giusto”, intervenne Leonardo. “Allora diciamo che la farà. E se poi vorrà incastrarci con la scusa del suo giochino, gli scateneremo contro i migliori avvocati che conosco e vedremo chi l’avrà vinta”.

Unanimi cenni di approvazione precedettero la decisione comune.
Uno dopo l’altro, chiamati a rapporto dal notaio De Santis, i parenti tutti e la giovane infermiera fornirono la stessa risposta: “Sì, darà tutto in beneficenza”.
Dopo qualche istante di impasse, fu nuovamente il notaio a riprendere saldamente in mano le redini della conversazione.
“Signori, a questo punto con il vostro permesso lascio di nuovo la parola al conte”.

“Avete risposto tutti? Bravi, cari. Immagino vi siate consultati, forse anche scannati, prima di arrivare alla conclusione. Quale conclusione? Che darò tutto in beneficenza, ovvio.
Ebbene, avevate ragione. Dispongo di cedere la totalità del mio patrimonio all’Ospedale del Sacro Cuore, presso il quale presta onorato servizio in qualità di infermiera la qui presente Chiara Segni”.
La lettura fu nuovamente interrotta, questa volta da violente imprecazioni stizzite di ogni foggia.
“Signori, vi prego. C’è dell’altro”, continuò il De Santis.
“Immagino però che abbiate già ampiamente discusso delle contraddizioni che tale disposizione porta con sé. E sono certo vi siate già preparati a darmi battaglia in tribunale per rendere nullo il provvedimento, nel caso aveste dato – come ho motivo di ritenere – la risposta corretta.
Mi pregio pertanto di sottoporvi una soluzione alternativa, con l’unico intento di risparmiare a voi e ai vostri legali una guerra estenuante e – consentitemelo – di gran lunga poco edificante, trattandosi pur sempre della morte di un uomo.
Qualora la mia decisione di lasciare tutto in beneficenza fosse oggetto di controversia, mi impegno da subito formalmente a revocarla e a sostituirla con una nuova disposizione: dividerò i beni del mio patrimonio elencati nel prossimo paragrafo in parti uguali tra tutti i presenti che ammetteranno di fronte al notaio di avermi sempre odiato”.
Inferociti bisbigli e commenti spazientiti si adagiarono tra le comode poltrone in pelle nera, impregnando di risentimento l’atmosfera della stanza.

“Siete stupiti?”, esclamò incurante il conte per bocca del notaio.
“Ho vissuto una vita riservata, lontana dagli eccessi e dalle ostentazioni e ho sempre avuto un debole per la schiettezza e la sincerità. Considerate queste nuove volontà come una misura estrema, un’ultima possibilità di redenzione e di ammissione dei vostri reali sentimenti dopo anni di abbracci e sorrisi ipocriti. Manifestazioni di affetto finte come le marche dei vestiti che state indossando, contando i minuti che vi separavano dalla possibilità di potervi permettere gli originali a seguito della mia dipartita”.
Donatella Della Scala si trovò a coprire istintivamente il logo della sua imitazione di borsa Louis Vuitton, mentre la Risi in Archibugi iniziò a farsi platealmente aria con il suo prestigioso ventaglio da mercato rionale, nella vana speranza di far attribuire al riscaldamento troppo elevato la causa del suo improvviso rossore.

Immagine“Avete un minuto per decidere. Se riterrete la mia decisione iniziale contraddittoria, potrete optare per questa seconda soluzione. E sappiate che in questo caso la vostra onestà sarà adeguatamente ricompensata”.
“Tutto qui?”, esordì l’Astolfi. “Beh, chiaramente l’indovinello iniziale non porta a una soluzione, quindi suggerirei di accettare questa nuova clausola. Non ci costa nulla, no?”.
“Giusto”, rintuzzò il D’Este. “Si è divertito un po’, ha fatto il suo bel giochino a effetto, ma ha capito che probabilmente avremmo vinto noi, facendogli causa. E ora ci chiede solo di ammettere il nostro odio. Forse il paradosso del mentitore serviva a questo: a farci dire la verità”.

Furono tutti d’accordo, senza esitazioni. Nessuno perse la ghiotta occasione di riversare il veleno represso accumulatosi in decenni di falsità, assaporando la fine di quella stantia recita natalizia. Era giunto il momento di dire addio agli avanzi e portarsi a casa il piatto forte: quella sera li avrebbe attesi un cenone epico, condito di degni festeggiamenti.
“Tocca a me? Sì, l’ho sempre odiato, era un uomo meschino e ignobile”, vomitò la Risi.
“Era un bastardo. Non ho altro da dire”, fece eco il marito.
“Taccagno, perfido, mai generoso con la sua famiglia. L’ho odiato, certo”, ammise l’Astolfi.
“Pessimo. Uomo pessimo e tirchio. Sempre odiato”, fu il lapidario commento di Donatella.
“Era uno stronzo. E della peggior specie”, si agganciò Alessandro.
“Lo odiavo. E dopo questo scherzo da asilo, lo detesto anche di più”, chiuse degnamente Irma.

La catena dell’odio si interruppe inaspettatamente all’ultimo anello. Fu la piccola Vera a prendere la parola per conto della madre:
“Io non lo dico che odiavo lo zio Rico”, attaccò, orgogliosa di una delle tante rime baciate che il conte le aveva insegnato giocando con le parole e gli indovinelli in quelle lunghe sere trascorse da soli davanti al caminetto.
Ricordava ancora di quando le aveva raccontato di essere un nobile, mentre le preparava il tè con i biscotti. Diceva di avere il “sangue blood”. Ed era convinto che quello stupido bisticcio con le parole tra italiano e inglese potesse definirsi una tautologia, perché aggiungeva una parola ridondante a un’altra con lo stesso significato senza dire nulla di nuovo. Era un folle, forse, ma era così divertente sentirlo parlare, pensò la piccola.
“A me non interessa avere le sue cose. Con me era buono. E io non dico le bugie”, concluse alzando la testa fiera come aveva visto fare a una principessa in un cartone animato la sera prima.
“Signora Segni, ho bisogno della sua risposta”, incalzò il notaio.
“Certo, certo. Io lo conoscevo poco, ma era gentile con mia figlia, come ha detto anche lei.
Ecco, io non so neppure perché sono qui oggi, ma non mi sentirei a posto con me stessa dicendo di odiarlo. Noi due siamo sole, adesso che mio marito se n’è andato. E qualche soldo in più mi farebbe comodo, ma ottenuto così non mi va. No”.
“Ah”. La Dalla Valle non riuscì a trattenere un risolino di scherno misto a puro godimento.
Grazie alla provvidenziale stupidità di quell’infermiera, ci sarebbe stato un erede in meno con cui dividere il malloppo. Che cretina, pensò.

“Signori, se non vi dispiace concludo la lettura del testamento. Immagino vogliate tutti accomiatarvi e trascorrere in famiglia la serata della vigilia del Santo Natale”, declamò il De Santis in versione sacerdotale.
Fu l’ultimo silenzio, così carico di suspense da far sembrare anonimi chiacchiericci tutti quelli che lo avevano preceduto.
Una coccinella approfittò dell’occasione per cogliere con un’elegante sfilata i suoi quindici secondi di celebrità, attraversando rapida il foglio del testamento sulla scrivania sotto gli occhi del notaio.
“Ci siamo”, riprese il conte da dove aveva terminato.
“Sono certo che abbiate tutti accolto con sollievo la mia proposta e vi siate ordinatamente messi in fila per togliervi il peso dallo stomaco, confessando finalmente la vostra acrimonia nei miei confronti. Ora che il notaio De Santis ha raccolto le risposte, posso finalmente svelare il contenuto dell’eredità che sarà ripartita come convenuto in parti uguali tra tutti gli intervenuti che abbiano manifestato odio per la mia persona.
Concedo a loro in eredità quanto segue:

Immagine1)     Tre calorosi grazie ciascuno.
Grazie per non essere mai stati presenti nei momenti di sconforto che, per quanto strano possa sembrare alle vostre orecchie, sono capitati anche a un povero anziano abituato a nuotare nell’oro come Zio Paperone;
Grazie per non aver mai lasciato trasparire un barlume di umanità e sincerità in occasione di quelle rare, sporadiche visite fatte di sorrisi di cartone e parole di circostanza;
Grazie per avermi lasciato solo ogni singola notte di Natale degli ultimi 27 anni.

Immagine2)     Una copia a testa del libro “Vite dei filosofi” di Diogene Laerzio, affinché possiate una buona volta acquisire le basi minime di conoscenza del pensiero filosofico moderno e conoscere meglio colui al quale dobbiamo la formulazione di quel dilemma del coccodrillo fino a oggi a voi ignoto;

3)     Un euro (EURO 1,00) a testa, cosicché lor signori non possano dire di non essere usciti materialmente arricchiti dall’esperienza odierna”.

ImmagineBum. Il tonfo sordo della Risi in Archibugi, crollata sull’elegante pavimento di marmo dello studio – questa volta a seguito di un vero mancamento – passò del tutto inosservato tra le annichilite espressioni ebeti dei parenti.
Il notaio non si scompose e fece calare sulla platea il definitivo colpo di grazia:
“A chi non avesse ammesso di odiarmi in questa sede, spetta invece la totalità del mio patrimonio”.
La giovane Chiara strabuzzò gli occhi incredula, stringendo istintivamente a sé la piccola Vera quasi a proteggerla dagli sguardi di astio e invidia dei grandi sconfitti.

“Mi permetterete, prima di congedarmi definitivamente, di aggiungere un’ultima postilla.
Qualora la qui presente Chiara Segni non avesse confessato il suo odio e avesse pertanto diritto a una parte o alla totalità dell’eredità, dispongo che i tre quarti del mio lascito monetario siano depositati in un conto corrente separato a lei intestato.
Il suddetto conto dovrà rimanere bloccato fino al compimento della maggiore età della figlia Vera, che potrà entrarne in possesso da tale data”.
Lo stesso Lorenzo Astolfi, unico della combriccola ad aver mantenuto una rispettabile maschera di decoro, affondò avvilito nella poltrona imprecando sommessamente e roteando gli occhi al cielo.

“Proprio una bella sorpresa, eh?”, continuò inappuntabile il De Santis servendo al conte il dessert a compimento della sua vendetta.
“Suppongo abbiate tutti detto di odiarmi, vero? Tutti ad eccezione di Chiara e Vera.
Ho indovinato? Credo proprio di sì, a giudicare dalle vostre facce, che in questi ultimi momenti di lucidità posso purtroppo solo immaginare davanti ai miei occhi.
Avete già rianimato Isabella? Scommetto che ha appena inscenato il solito svenimento, melodrammatico e spettacolare almeno quanto il suo finto tailleur Armani. Ma parliamo di voi. Non crediate voialtri di essere migliori di lei.
Siete tutti dei tarocchi, forse perché avreste fatto carte false per avere la mia eredità.
Falsi. Falsi.  Vi ha sconfitto una bimba che si chiama Vera. Per non parlare di sua madre Chiara, priva di lati oscuri. Buffo, eh? La vita sa stupire.
Chiara, parlo a te. Trattamela bene, la mia Vera. Falla studiare. Insegnale il libero arbitrio e l’onestà. Il resto, forse, lo capirà da sé. Mi sembra sulla buona strada”.

Un sorriso a non più di ventisei denti illuminò il visino di Vera, arginando sul nascere una parvenza di lacrima.
“Vi lascio alla vostra sera della vigilia. Suppongo non vi mancheranno gli argomenti di conversazione, quest’anno. Uscite e andate a cena. Io esco di scena.
ImmagineBuon Natale, piccola. Ti ricordi quando ti spiegavo il dilemma sulle mie ginocchia?
Spiega a questi signori qual è il segreto per vivere felici. Fai capire loro che la vita è tutta un paradosso. Rispondimi come facevi sempre. Ma il coccodrillo come fa?”.

“Non c’è nessuno che lo sa”, rispose d’istinto Vera sorridendo con la vocina rotta dal pianto.

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