JOY ROTATION

“Dottore, siamo pronti. L’intervento inizia fra due minuti” annunciò asettica la giovane alla sua sinistra.
“Si comincia” intimò la giunonica prima infermiera alla sua destra con un tono che non ammetteva repliche.
Il chirurgo si guardò attorno stranito. Osservò il vecchio orologio da parete della sala operatoria e sollevò nervosamente le braccia avvolte dal camice nel maldestro tentativo di tamponare il sudore che gli imperlava la fronte.
“Come pensa di procedere, dottore?” continuò perentoria la donna.
Il medico deglutì visibilmente imbarazzato.
“Io … non so, a dire il vero” confessò dopo qualche secondo.
“Che significa non so, dottore?”.

salaoperatoriaL’uomo respirò profondamente per riprendere il controllo.
“No, volevo dire: ricordatemi la patologia. Cosa abbiamo qui?”.
L’infermiera scosse la testa e parlò senza neppure consultare il referto sul tavolo accanto.
“Il paziente presenta i sintomi di una grave ischemia cardiaca provocata da ostruzione delle arterie coronarie. Dobbiamo inserire un bypass, dottore”.
“Certo, certo” prese tempo.
“Procediamo, allora?” lo incalzò immediatamente la donna.
“Naturalmente!” proruppe il dottore con un risolino isterico.
Un nuovo silenzio imbarazzato e carico di aspettative fu interrotto dal rumore secco dei guanti lanciati dal medico sul pavimento.
“Non posso farcela, scusate. Io non so cosa devo fare, capite? Non sono un dottore, va bene?” piagnucolò urlando tra le espressioni attonite del personale.

Daniel si svegliò di soprassalto, facendo cadere con un gesto inconsulto cellulare e portafoglio dal comodino.
“Non è possibile, merda: ogni volta la stessa storia” pensò. “Incubi ricorrenti” li chiamano.
“Incubi rincorrenti” era in realtà la miglior definizione: tormenti e angosce che lo inseguivano sistematicamente fino a placcarlo poco prima dell’inizio di una nuova settimana.
I soliti brutti sogni del lunedì mattina, avrebbe detto qualcuno. Di certo non lui.

Si catapultò sul balcone e si accese nervosamente una sigaretta, respirando l’aria pungente dell’alba. “Devo decidermi a parlare con una psicologa” pensò. Quel persistente senso di inadeguatezza non lo mollava un istante. “È una stronzata.  Non devo preoccuparmi. Semplicemente perché non posso fallire”.
Le sue elucubrazioni furono interrotte dal ronzio quasi impercettibile di uno dei droni che affollavano il cielo mattutino confondendosi – e spesso scontrandosi – con gli stormi di uccelli in volo.
Vide il piccolo robot planare con decisione in direzione del suo giardino, atterrando delicatamente a mezzo metro dall’ingresso di casa per rilasciare il pacchetto davanti allo zerbino. Pochi secondi ed era nuovo in fase di decollo, pronto per una nuova consegna.
Daniel aprì stancamente la porta e si chinò a raccogliere il pacco resistendo a una corrente d’aria gelida. Scartò l’involucro impaziente e ne contemplò con soddisfazione il contenuto: una tavolozza di colori elettronici comodamente integrata in un orologio da polso per dare libero sfogo alla propria creatività in ogni momento, su qualsiasi superficie. “Paint the world” recitava lo spot trasmesso a rotazione continua in TV.

tavolozza“Ehi, buona giornata”. Era la squillante voce di Lisa, la nuova vicina di casa single della villetta di fronte, che nonostante la freddezza di Daniel ancora accarezzava l’idea di attirare le sue attenzioni dal giorno del recente trasloco.
“Giorno, Lisa” bofonchiò l’uomo, augurandosi una rapida chiusura della conversazione.
“Che hai comprato di bello? Un altro dei tuoi gadget elettronici?”.
“Sì, un altro di quelli”.
“E cosa sarebbe, stavolta?”.
“Una tavolozza per dipingere virtualmente su ogni tipo di superficie”.
“Wow, interessante” squittì lei poco convinta. “Hai fatto ancora uno di quegli incubi del lunedì?”.
Daniel esitò, maledicendosi per avergliene parlato qualche settimana prima in un momento di sconforto.
“Diciamo di sì” confessò infine.
“Sai che non dovresti, vero? Sei bravissimo sul lavoro. Lo sei sempre stato. Potresti fare qualsiasi cosa” lo rincuorò la donna.
“Grazie” sibilò lui ammorbidendo i toni. Non lo avrebbe ammesso neppure sotto tortura, ma quelle parole erano esattamente ciò che avrebbe voluto sentirsi dire in quel momento prima di affrontare una settimana lavorativa nuova di zecca.

Un taxi accostò a pochi passi dai due, fermandosi lungo il marciapiede di fronte all’abitazione del sig. Edwards. L’uomo percorse il viale di corsa e sgattaiolò all’interno dell’abitacolo, impostando con sicurezza la destinazione dal pannello di controllo posto sopra i sedili posteriori.
“Giorno, signori. Scusate la fretta, ma ho un volo tra un’ora e mezza” esclamò l’uomo rivolgendosi ai due vicini.
“Buon viaggio, allora” si congedò Daniel. “Dove va di bello?”.
“Ah, non so ancora. Me lo diranno. È per lavoro, tengo a precisare. E non sono un passeggero qualsiasi. Questa settimana faccio il pilota” aggiunse Edwards gonfiandosi d’orgoglio.

taxirobotLa vettura automatica impostò le coordinate del percorso e scivolò via nel silenzio, troncando a metà il dialogo.
“Ecco. Sarò nostalgica, ma almeno quando c’erano tassisti a guidare e non computer di bordo si potevano salutare con calma le persone” sentenziò Lisa.
“Li faranno ritornare, vedrai. Sta accadendo per tutto. Fa parte di quel processo che chiamano pomposamente umanizzazione di ritorno. Gli uomini non potranno più sostituire le macchine, ma le affiancheranno per dare conforto e sostegno”.
“Sembrano le parole di quel nuovo partito politico, il BTH” fece la donna.
“Sì, i Back To Humans. Ma anche senza di loro, fidati: la tendenza alla ri-umanizzazione dei processi è inarrestabile. Pensa anche a quello che farò questa settimana: il chirurgo. Lo avresti mai detto soltanto qualche anno fa?”.

“Il chirurgo? Beh, almeno stanotte avevi una ragione valida per non sentirti all’altezza” disse Lisa strizzando l’occhio.
“Grazie della comprensione” replicò lui ironico. Nonostante gli sforzi, continuava a non capacitarsi di come la maggioranza dei pazienti, nel 2154, non si fidasse ancora pienamente dei più avanzati chirurghi robotizzati e sentisse la necessità di avere al proprio fianco un sedicente dottore per provare del banalissimo calore umano.
“Lo sapete, vero, mentecatti, che io non sono un dottore, ma sono pagato per fingere di esserlo a turno come tutti voi?” immaginò di urlare Daniel di lì a poco in ospedale.

Fu ancora la debordante Lisa a troncare le sue meditazioni.
“Dai, lo sai che scherzo. Che sarà mai? Io l’ho fatto sei mesi fa. Il camice aiuta. Ti metti accanto al paziente e lo rassicuri con le stesse parole che il robot ti suggerisce. Anche gli ordini che impartisci alle infermiere sono programmati: tu ripeti e basta. Ci sono dei momenti in cui ti senti davvero il padrone del destino del poveretto che in quel momento è sotto i ferri. È come recitare, ma la parte del dottore è la migliore, no?”.

“Recitare è un’altra cosa” la interruppe Daniel inorridito, dando voce alla sua vena attoriale sepolta ai tempi del liceo. “Il vero teatro è un’altra cosa. È arte, stile, interpretazione, non ripetizione a pappagallo di comandi impartiti da una macchina per dare una parvenza di attendibilità alla divisa che il sistema ti fa indossare quella settimana”.
“Sarà, caro, sarà. Sei rimasto tra i pochi a vederla così. Non dimenticare che i lavori artistici sono stati i primi inclusi nel Sistema della Joy Rotation e normalizzati. Già a quel tempo, quasi un secolo fa, pare fossero i più ambiti. Su, non vorrai mica paragonare un artista a uno spurgatore, con tutto il rispetto. Oggi hai i mezzi tecnici per provare sulla tua pelle il fuoco della creatività” concluse la donna.

“Ma non è vero, su! All’epoca di cui stai parlando non erano professioni ambite, ma semplici valvole di sfogo per il proprio ego. Leggiti qualche libro di storia del secolo scorso. La gente era costretta a studiare e cercare un lavoro per mantenersi, ma il più delle volte la propria occupazione non era motivo di orgoglio, fatta eccezione per i pochi ricchi. Il problema è che a quei tempi l’accettazione sociale passava per l’apprezzamento – e in molti casi l’invidia – di chi ti leggeva in rete, quindi tutti si sentivano obbligati a trovare e diffondere qualcosa di cui pavoneggiarsi.
E cosa c’era di meglio di una vena artistica da sfoggiare? Tutti a comporre canzoni, scrivere aforismi, dipingere, solo per darsi un tono, finché in mezzo a quella saturazione di talento o presunto tale nessuno fu più in grado di distinguere gli artisti veri”.
Daniel si prese una pausa melodrammatica. “Come oggi, sì. A pensarci bene, non è cambiato molto, a dire il vero”.

arte“Un altro dei tuoi monologhi? Ho capito, dai. Senti, ma a proposito di pittura, è per questo che ti sei comprato la tavolozza elettronica? Sarai di turno?”.
Daniel arrossì. Quella ragazza aveva intuito e prontezza di riflessi da vendere.
Gli sembrò per un impercettibile istante di guardarla con occhi diversi.
“Sì, settimana prossima” ammise.
“Tu però non sei un pittore. Come mi spieghi tutti i tuoi discorsi sulla purezza dell’arte da preservare, se poi anche tu ti senti obbligato a comprare i ferri di un mestiere non tuo in nome della bella figura?” domandò Lisa con aria perfida. “Non è che anche tu, come gli altri, attendi con trepidazione un lavoro da artista e ti stai già preparando psicologicamente per sembrare credibile nel tuo ruolo di pittore dannato?”.

Daniel rimase ammutolito, sconfitto dalla logica di quelle argomentazioni. Vide una coccinella posarsi sul braccio e la giudicò l’alibi perfetto per dirottare altrove il suo sguardo. Non era bastata una nottata infame a lasciargli addosso quel senso di insicurezza: ci era voluta una vicina di casa con molta voglia di socializzare (e dei magnifici capelli corvini, pensò in quella frazione di secondo) per demolire le certezze comprese nel suo pacchetto e lasciarle lì all’ingresso da rimontare.
Non poteva darsi per vinto. “È diverso. Continuerò a dipingere con la tavolozza anche dopo il mio turno. Non avrei buttato dei soldi per usarla una settimana. Ho pensato fosse solo il momento migliore per cominciare a capirci qualcosa”.
“E perché proprio ora? Non sapevo di questa tua predisposizione”.
“Beh, neanch’io va bene? È tutto questo sistema a corromperci. Ci mette un secondo a darti l’illusione di essere qualcosa, poi ti strappa di mano i colori e torni quello di prima” sibilò Daniel sulla difensiva.

“Non scaldarti. Non voglio difendere il Sistema della Joy Rotation, per carità. Però ammetterai che ha il vantaggio di mettere ordine in questa illusione di cui parli. Una settimana. Sai già che il brivido di onnipotenza, quando arriverà il tuo turno, durerà sette giorni. Terminata la corsa sull’ottovolante, scenderai dalla carrozza e lascerai il posto agli altri. Fino al prossimo giro”.

“Sì, è così. Se pensi sia un vantaggio, è un tuo problema” ringhiò l’uomo, ormai all’angolo. “Adesso devo andare, se non ti dispiace. Mi attendono in sala operatoria”.
“Certo, certo, fai pure. Non sarò io a impedirti di salvare una vita umana. È il tuo giorno. Prima chirurgo, poi pittore. Sorte benevola, eh? La fortuna è dalla tua. Io non mi lamenterei” ammiccò Lisa strizzando l’occhio.

Daniel si avviò stancamente verso la porta di casa, fermandosi all’improvviso a metà del vialetto.
“Ehi” esclamò voltandosi di scatto. “Abbiamo parlato tutto il tempo di me e del mio lavoro, ma non mi hai detto cosa devi fare tu”.

Lisa lo stava attendendo al varco con un sorriso.
“Io? Oh, nulla di che. Ho deciso anch’io di improvvisare e non seguire gli ordini di una macchina. Pensa, ho iniziato proprio quando ti ho visto pochi minuti fa sulla porta di casa” replicò sorniona.

robot“Non ho capito. Che lavoro fai questa settimana?”.
“Siamo quasi colleghi, dottore. Sono psicologa”.

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VIAGGIO IN GHIRLANDA

L’Irlanda è perfida. Ti gira attorno, ti circuisce, ti avviluppa da Nord a Sud. 
È più Ghirlanda, a pensarci bene. Una ghirlanda di foglie verdi e fiori variopinti che ti si posa in testa, ci entra e si stabilisce come un inquilino impossibile da sfrattare. 

L’Irlanda è musica, gioia, ospitalità, modestia, bontà d’animo e paesaggi da lasciarci il fiato. Banale finché vuoi, ma questo è. 

L’Irlanda è San Patrizio. Ha convertito i celti al cristianesimo, ma non li convincerà mai a guidare dal lato giusto della strada. E allora affronti le rotonde tuffandoti a sinistra, nella speranza di non trovare San Pietro oltre l’incrocio.  Continua a leggere

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SOLO UNDICI METRI

Undici metri. Solo undici metri lo separavano dalla vittoria. Quella con la V maiuscola, come la Vendetta. L’orgasmo definitivo. 
Un fremito di rivalsa pervadeva ogni sua fibra da due settimane esatte, quando lo stesso portiere lo aveva neutralizzato esponendolo ai feroci sfottò del popolo della strada. Perché mai gli era saltato in mente di giocarsi la carta del cucchiaio? Quell’idiota si era concesso il gusto di renderlo ridicolo senza neppure muoversi di un millimetro. Ricordava ancora il suo ghigno sardonico. Era come se quegli occhietti vispi e perfidi e quelle manone a forma di badile gli avessero vomitato in faccia: “Chi credevi di fregare? Niente da fare, bello: di qui non si passa”.

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RECLUSE

“Posso? Mi hanno detto di chiedere a te” chiese Francesca affacciandosi alla porta della cucina.
L’imponente sagoma femminile intenta ad affettare zucchine non la degnò di attenzione.
“Scusa, so che sei impegnata. Marisa, giusto? Ti rubo solo qualche minuto, promesso” proseguì la giovane esitante.
tagliereIl colpo secco del coltellaccio sul tagliere segnò l’inizio della svogliata interruzione.
“Cosa vuoi?” sibilò il donnone di spalle asciugandosi le mani con uno strofinaccio.
“Ecco, io sono nuova qui. Sono entrata due settimane fa. Avevo chiesto alla ragazza della cella accanto alla mia, ma lei mi ha detto che qui dentro bisogna rivolgersi a te per queste cose”.
“Queste cose quali sarebbero? Non so di che parli”. Continua a leggere

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IL CONTASTELLE

Mino per addormentarsi non contava pecore ma stelle. Rannicchiato contro il vecchio olmo alla sommità della collina che il gregge oltrepassava per discendere al pascolo, il pastore si coricava da qualche notte nella stessa posizione e guardava all’insù, verso quella porzione di volta celeste sempre uguale e delimitata alle estremità dalle fronde dell’albero sovrastante. Continua a leggere

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QUANTO VUOI?

“Cerchi compagnia?”, ripeto come un mantra annoiato all’ennesimo potenziale cliente adescato tra un cocktail e l’altro.

“Dipende”, replicano di solito. Certo, avidi porci schifosi.
Dipende dalle condizioni che vi farò, da che altro?

Anche il calvo viscido incravattato che ho davanti mi risponde così, mentre ripone nella valigetta un tablet con una cronologia web così zozza che immagino farebbe impallidire dalla vergogna quella di un quindicenne alle prime turbe onanistiche. Continua a leggere

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MEMORY PARK

Era lì, in piedi, all’intersezione tra North Railroad Avenue e Garretson Avenue.
A un primo sguardo, i passanti di quella zona di Staten Island lo avrebbero forse scambiato per uno di quegli sgargianti uomini-sandwich che nelle ore diurne invitano i passanti ad approfittare delle straordinarie offerte su giornali e sigarette del chiosco Quick Stop all’angolo. Continua a leggere

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